Nella nuova sede delle Edizioni Montaonda, che chiamo Trentotre dall’indirizzo in cui si trova qui in paese, quando voglio rilassarmi, come ora, invece di accendere la televisione mi sdraio sul letto con un cuscino drizzato dietro le spalle, e guardo fuori dalla finestra (volta a occaso). Mi perdo a guardare le nuvole che scorrono nel cielo, nel pomeriggio, quando il sole scende e si colorano sempre più scure, fino al tramonto e alla notte, prendendo le tinte di un cielo barocco e poi romantico - e giocano a trascinare i miei pensieri, con leggerezza, vaporose, facendomi conscio dell’impermanenza e del flusso del tempo, in cui ora vedo ormai il vero scrigno della bellezza.
Sì, perché mi sto convincendo che la bellezza vera, quella della vita, di cui le opere dell’uomo sono soltanto un ritratto, la bellezza dell’istante, quella del momento irripetibile, sia proprio in questa sua dimensione effimera, che sola corrisponde davvero alla nostra condizione.
Condizione che è la stessa dell’universo, in continua trasformazione. Cosa mi ci ha portato? Tra le tante cose la necessità di ribellione al sentire imposto dalla società del consumo, il desiderio sacrosanto di ciascuno di noi di amarsi e amare il proprio corpo per quel che è e come è (sempre più segnato dal tempo e dagli accidenti...). Anche quando invecchia, anzi di più: arrivare ad amare l’umano proprio perché invecchia. Che poi, se mi ci soffermo, trovo facilmente che è lo stesso che accogliere ed entrare nel flusso di cui parlavano i sapienti antichi, come Eraclito, il continuo scorrere che è anche ritmo, e quindi vita, musica, cammino. Non è una cosa ovvia, ma una conquista di tante riflessioni. La bellezza profonda che promana dal corpo segnato, eletto a santuario del tempo.
In altre parole, questa rivelazione del segno del tempo colgo la presenza del ritmo cosmico e universale, un'armonia profondissima, che chiamo bellezza. Che è vibrazione, come vibrano i nostri polsi, le foglie degli alberi, l’irradiazione solare con le sue infinite gamme di onde che ci raggiungono in ogni momento. Ed è anche emozione, fremito e tremito, sommato all'esperienza del corpo, che diviene segno non di potenza - lo lascio agli illusi - ma di fragilità: questo è la vita. A volte fortissima, dura come il cristallo ma fragile, senz'alcuna contraddizione. Niente a che fare quindi con la compassione, un sentimento che mi è sconosciuto. Così capisco perché anche le cose fragili, effimere, esili e trasparenti, sono belle, perché vere, sacre, sono stupore puro come cristallo di rocca. Etimologicamente, non ci avevo mai pensato: emozione indica il movimento di tirare fuori, quello che, con uno di quei cortocircuiti semantici con cui mi piace tanto giocare, è fare outing, quindi, anche, scoprirsi (questo, e ridacchio perché io non lo faccio, mi viene da Gianfranco, dal suo progetto Disability Glam). La vita è movimento - anche quella che noi chiamiamo inanimata, perché vibrazione è quel che unisce tutta l’esistenza, che sia di particelle o di pianeti, tutto è in quanto sempre in movimento. L'immobilità si smaschera, un sogno meschino e noioso, inelegante.
Anche noi, dunque, come si dice, in ogni fibra. Non c’è istante in cui non ci muoviamo, anche nel sonno si muovono i polmoni, il cuore, il sangue, i pensieri. Da svegli il ritmo cambia a seconda del contesto, della situazione, come cambia il ritmo di una musica, a volte forsennato, altre lentissimo. Così le onde radio – come quelle dei fluidi - possono essere brevissime, nell’ordine dei millimetri e anche meno, o dispiegarsi in metri nel mare, chilometri nelle rocce e chissà, forse anni luce; forse l’universo intero è un’unica onda … chissà come si governa, come si canta la legge delle onde...
Per inciso, in tutto questo c’è anche la poesia: ho riletto ora l’infinto di Leopardi (nella sua finestra sul colle cercavo l’occaso, che invece era in Carducci: questo occaso è pien di voli, in Davanti san Guido, 12ma quartina, rintracciato facilmente in rete). Quel vento, e quella voce, di cui parla Giacomo, non sono forse le stesse vibrazioni cosmiche dell’essere che tutti conosciamo, di cui tutti, quando ci si apre il sentire, partecipiamo? E non è quel suo s’annega non una rinuncia ma una conquista, una liberazione dal pensiero, dal karma, non è l’entrare nella sintonia con l’universale – non una sconfitta dunque, ma la soluzione e la vittoria, la liberazione dall’io?
Ecco allora apparirmi una nuova sfaccettatura del nome che per quasi vent’anni m’ha fatto da casa, da indirizzo, da destinazione. Monta onda vuol dire non, come mi si dice, “la casa a monte della cascata” (ovvero sopra la cascata, come piacerebbe a Ransmayr, letto e ammirato il suo Il maestro della cascata, in cui trovo ancora stupefacenti analogie, dall’acqua, alla malattia del cristallo, alla Grecia, alla dissoluzione dell’uomo e della ragione); ma com’è quella casa per me oggi, un montare l'onda, cercare la sintonia, il gioco del surfista (e nella cascata leggo La leggenda del santo ignudo, di Wackenroeder, il testo romantico dell’amico di Tieck che tanto ha segnato i miei anni tedeschi, in cui il passare del tempo era identificato con il fragore incessante dell’acqua, al punto da farmi carezzare ancora oggi un progettato Libro di cascate); quella che per Aristotele era l’armonia delle sfere, per me torna a essere una disposizione di apertura e condivisione, che si può chiamare in mille modi, ma che a me piace ricondurre all’amore cosmico, il principio degli antichi sapienti greci – a inventare la parola filosofi fu Platone, più giovane dei più giovani di loro di un paio di generazioni – quelli che Giorgio Colli sul finire del secolo scorso aveva liberato dall’asfissiante denominazione di "presocratici" – termine che aveva imposto al nostro tempo il tedesco Hermann Diels, senz'altro in buona fede – dopo che il suo Nietzsche aveva slegato per noi il sapere dalle pastoie dell’Accademia, riscoprendo, con duro lavoro di archeologia del profondo, la sua componente irriducibile, folle, indicibile e sacra.
Questi pensieri, queste nuvole ora sempre più scure (in attesa però di diventare chiare, illuminate nella notte dalla luna nuova), scorrono e non si fermeranno. Si ferma qui la mia trascrizione, che li ha alimentati giocando a disporli in parola - e questa e loro svaniranno, come dev’essere, perché anche se scritti, anche se fermati per la durata di un battito d'ali – di fronte all’incommensurabilità degli eoni del tempo - per farne stimolo, germe e simbolo, matrice di altri pensieri, per essere generativo anch'io, e per offrire e mantenere testimonianza di vita, servono intanto a me, per proseguire nella mia umile ricerca umanissima, la mia cavalcatina sciamanica nella notte: di una felicità che sia respiro del vento, del tempo, epifania dell’essere in un momento.
Le parole scritte sono come queste foto rispetto alle nuvole: non possono svelarne il passato, né il movimento, solo accennarlo a noi, sono eidola, silenzio, rispetto, sacrificio e tributo; memoria che si ravviva solo per quell’istante in cui scorrono nella finestra dei tuoi occhi, mio caro lettore, per instillarti il ricordo dell'attimo in cui sono, un battito di ciglia.
Trentotre, 19 gennaio 2926, h.17.29
(forse da tutto questo viene anche il mio amore per le date, le cronologie e cronostorie di tutti i tipi)
Nessun commento:
Posta un commento