Tutto il mondo è
paesaggio, ovvero viviamo tutti in un quadro immenso.
Una digressione d'ispirazione bioregionalista legata alla pittura di Silvestro Pistolesi

Forse è capitato anche a voi, un giorno, un istante, di
percepire il paesaggio attorno alla vostra persona come un quadro in cui per
qualche magia della vita vi trovate inseriti a muovervi, come personaggi in un dipinto
fiammingo - o surrealista, impressionista o iperrealista, non importa lo stile
con cui il pittore vi guarda, modula e si esprime, quel che conta è
l’intuizione romantica, quella del Mann
in der Landschaft ‘Uomo nel paesaggio’, anche se il titolo del quadro di C.D.
Friedrich è Der Wanderer über dem Nebelmeer,
‘Il viandante sopra il mare di nebbia’. E quanto ha meditato l’umanità e la
storia dell’arte e della cultura su questo quadro, che ha germanicamente sostituito
il sorriso della Gioconda con un maschio, pare fosse un ufficiale, ritratto però con un vestito da
gagà e girato di spalle, in posa spavalda al di sopra di un paesaggio roccioso immerso
in un mare di nebbie, senz’altro un tormentato paesaggio interiore… Un proclama
da parte dell’uomo volitivo e razionalista, e i romantici lo erano eccome, che lui è il pittore del proprio
mondo, della sua tela. Io sono nel paesaggio, il paesaggio è attorno a me e
dentro di me, entrambi siamo dentro a un quadro dipinto da un pittore.
Per chi invece a due secoli di distanza cerca come me di
dominare il dominante e disinnescare le dinamiche interiori che da occidentali
inconsciamente mettiamo in atto verso l’interno e l’esterno, dinamiche di
domino, come si dice in termini più attuali, per costui vale invece salvarne la
prospettiva ottica di apertura, accettazione e partecipazione al quadro
fantasmagorico della realtà, la prospettiva bioregionalista (che più che una visione è una pratica, ma qui nel blog si lavora con le parole, e quindi immagini). Onore dunque a Friedrich - ma quanto tempo è
passato, appunto, noi siamo qui e ora, e tutto, mondo e natura, lo guardiamo
attraverso uno schermo luminoso.
E’ questo il mio impulso, gravato da un siffatto zaino mal
sopportato, che mi raggiunge come sentimento, come emozione e non certo nella
forma del pensiero arzigogolato che sto dipanando qui, è quello che provavo
stamattina, sorseggiando il mio golden-milk a colazione e guardando fuori dalla
finestra. Il senso della bellezza e la
gioia che suscita in me. Cosa voglio dire? L’irrompere della natura, anche come
paesaggio, che non è altro che un costrutto culturale, una realtà immaginale,
una finzione, pur buona, per la barba di Platone, è precedente e a priori da
tutto questo. Un viver d’arte, e
pongo l’accento sul vivere, che da Puccini e Oscar Wilde si è trasformato in un
arte della vita, in cui gioia e
bellezza siano il frutto a cui mira il lavoro quotidiano. E non so immaginare
impegno più serio, farlo e trasmetterlo.
A me questo sentirmi nel paesaggio capita molto di frequente,
non dico tutte le mattine ma spesso. Di più da quando ho scoperto questa prospettiva, questa corrente di vita che si chiama bioregionalismo, che è un incrocio di ecologia,
estetica, estatica, poesia e filosofia, che ciascuno modula alla sua maniera, ben
evitando la pretesa di arrivare a una sistematica o summa. E soprattutto: è una corrente non di pensiero ma di vita pratica. In fondo è quel che ho sempre cercato, da quando
ragazzino andavo a camminare in montagna da solo, a quando dopo alcune
peripezie e periegesi mi sono trasferito a Montaonda, come ancora testimoniano
i post di questo blog dove in tutti questi anni ho raccolto, senza averne
l’intenzione esplicita, le mie impressioni: di, da, nel paesaggio. Che poi qui io non coltivi patate ma stati d'animo e parole, non cambia tanto, il mio campo è la tastiera, e gioie e malanni arrivano lo stesso. E con ciò metto fine ai preamboli, alle giustificazioni.
Anche prima di uscire di casa, basta che mi guardi attorno, per
le mie stanze, fuori dalle finestre, questo incredibile diaframma tra dentro e
fuori che sono le ventanas, punto di dialogo tra realtà e visione (almeno fino a prima che arrivasse windows). Ho sempre sognato e scritto delle
finestre, un mio motto potrebbe essere “ex
fenestra lux”. Questa mattina l’esterno mondo che vedo dipinto e
incorniciato dalla finestra è un quadro di Pistolesi, evidentemente. Chi conosce la sua opera e guarda la foto d'apertura non può che assentire solennemente. E’ anche
una finestra temporale, perché questa finestra della cucina per me che siedo a
far colazione è un’inquadratura fissa, cambia con le stagioni e il meteo,
certo, ma il paesaggio resta: un cinema
naturale (cos’è altrimenti il paesaggio, se ne consideriamo la temporalità
palpitante?) uno schermo luminoso, con il suo vetro, la cornice di legno di
castagno, rovere e il muro giallino, la maniglia di ferro che apre i battenti –
quante volte l’ho aperta in questi diciott’anni compiuti e ormai maggiorenni
che ogni giorno mi ritrovo a vivere qui.
Il cipresso, il tetto della casa di Ueli (con la sua betulla
svizzera importata da Winterthur, la cittadina che si chiama ‘porta
dell’inverno’) in pietra serena, la montagna con le linee sinuose delle tante vallette che
corrono verso il panettone sopra Casale e, sopra ancora, Cielo
Azzurro, il signore di tutto, il Sole, il suo nipotino diurno, mentre stanotte
c’era una splendida Luna, nipotina notturna - ah già, Cielo Azzurro: anche lui ha
tanti nomi, per esempio Uranos, marito di Gea, coppia degli dei primordiali dei miei cari greci, genitori tra gli altri di Kronos, il tempo.
Vivere nella natura significa anche vivere nel paesaggio
(anche se poi pure in città si è immersi in un paesaggio, basta essere un po’
artisticamente rinascimentali, futuristi, costruttivisti, situazionalisti…), e standoci immersi
è questo che sembra volerci ricordare l’autunno sfoderando i suoi colori
sgargianti, manco fosse la spadona di san Michele che disarticola e frantuma ogni
pretesa d’eterno, ci ricorda nel suo giallo fulgore dove dobbiamo andare, tutti (già,
ieri era il due novembre, compleanno del mio sempre ironico e tagliente primo
cognato Andrea, svizzero pure lui). Fuori dalla mia finestra c’è un quadro immenso,
che non ha misure, il suo limite è la mia capacità di percepirlo. Il sublime: da
ragazzo mi mettevo di notte sdraiato su un prato a guardare un altro quadro
smisurato, le stelle (Kiefer?), e mi concentravo sulla forza centripeta, o di gravità,
che ci tiene come incollati al suolo per la schiena, calamitati: se venisse meno ecco che
cadrei nello spazio infinito che vedo sopra di me, come in Odissea 2001, come John Difool nell'Incal… l’alto diventerebbe un
basso, una voragine nera punteggiata di luci come un cielo stellato… un abisso
in cui cadere diventerebbe galleggiare nel nulla che è il tutto dell’universo… cos’è
il corpo, la vita in termini spaziali… cos’è il tempo in termini Vitali…

Oggi il calendario indica uno splendido lunedì di novembre.
Non una bava di nuvola, e l’aria talmente pulita dalla pioggia notturna da
offrirci una giornata che impone di fermarsi, qualunque sia l’incombenza che ci
tocca affrontare e fare. Fermarsi, semplicemente obbedire al richiamo dei raggi
del sole sulla pelle. Fermarsi per rendere grazie, non a qualcuno ma per
qualcosa, la grazia dell’esserci… vivi, e in questo paesaggio per esempio, tableau vivant, autoritratto vivente che
noi siamo. E il Sole che arrivando e inondandoci continuamente ci scatta una
foto, miliardi di foto, in ogni istante: è sua la luce, photos, e ce la invia ininterrottamente - c'inonda di fotoni.
Mi viene da dire la Svizzera è un paese paesistico, poi mi
correggo, pensando alle mie Alpi ossolane, a un tiro di schioppo dal confine: lo
sono anche loro, come mi diceva ieri mia sorella, tornando da là, dalla sua
solitaria visita alla madre addormentata nel tempo (il fratello è partito pochi
giorni fa per la Cambogia, io malato sono rimasto a Montaonda), in un msg-whatsapp:
ci sono dei colori fantastici, diceva, e me li immagino, anche lì pieno
betulle, tigli, larici, quante volte l’ho fatta quel giorno di ieri quella tratta, scendendo
nel sole, in macchina con i miei, il giorno dei morti, quando i morti ancora non
erano loro.
E poi mi dico, tornando alla mia finestra, ma anche qui, ma
anche dappertutto, l’autunno è un vestito smagliante che le piante indossano
per l’ultima soirée dell’anno, prima
di spogliarsi e andare a dormire. Hanno già chiuso e fermato la circolazione nei
vasi linfatici, entrano nell’ibernazione. Un saluto e un memento. E penso quindi che davvero tutto il
mondo è paesaggio, torno alla Tahiti di Gauguin, giusto per andare agli
antipodi, alle pitture aborigene, ce ne sono che sembrano marziane, anzi,
andine, di Cuzco. Tutto il mondo è paesaggio. Cioè, provo a spiegarmi, il mondo è quel che noi vediamo, e quindi... perché del selvatico, di quel che non si può vedere, non si può parlare.
Noi no, non siamo come le piante, quando arriva l’inverno
indossiamo i nostri scafandri da ibernauti (in questa parola pago un piccolo
tributo a L’Eternauta, quel fumetto
argentino negli anni Settanta che aveva immaginato un mondo senza ritorno, e
mentre scorro la rete per cercare il nome del suo disegnatore, Lopez, scopro
che Netflix ne ha realizzato quest’anno una serie). Noi attraversiamo l’inverno
svegli, come le api. Ma almeno loro, le mitiche e perfette, trascorrono i mesi
del freddo a far nulla, strette le une alle altre, come facevano un tempo anche
qui i contadini nel caldo delle stalle a veglia. Le api cantano il ritmo del
calore del glomere, fanno vibrare non corde vocali ma i muscoli delle ali, senza dispiegarle, producendo calore, e l'abbiamo chiamata contrazione isometrica, il la chiamo pratica di immobile danza estatica, che eseguono alternandosi in
coro, spostandosi un po’ dentro, al calduccio, ferme, vicino al cuore della
famiglia, dove sta la madre, un po’ fuori, sulla superficie del grappolo,
vibrando coi loro muscoli possenti, per produrre il calore perfetto, alimentato
dallo zucchero raccolto durante l’estate, nella trance sensoriale indotta anche
dall’aroma floreale, dei profumi del miele che mangiano e bruciano lentamente,
sommessamente, immerse in un nirvana che m’immagino un raccoglimento e sonnecchiare strette
strette, tutte sorelle, fino a primavera, fino ai voli di purificazione, purificazione
non soltanto per liberare gli intestini, come devono, ma per ricongiungersi con il Sole
ritornato, per nuotare nel cielo, come aveva intuito Rudi Steiner, e ancora la
Svizzera fa capolino, una purificazione celeste e azzurrina. Anche noi quando eravamo
ancora perfetti esseri naturali - sì che lo siamo stati e non lo saremo più - d’inverno mangiavamo legumi, il biondo mais,
i frutti stesi sui graticci, le mele e l’uva, le pere, sempre più dolci, raccolte
nell’autunno dorato, il secco e le conserve preparate in estate.
Tutt’ora ne ho diverse di queste risorse strategiche stipate
nella dispensa dell’armadio a muro, nel vano sotto la scala, in cucina. E’ la
mia scorta di naturalia, che purtroppo integro, non sono puro, non sono capace
di fare altrimenti, con merci acquistate dalla Grande Distribuzione organizzata (Bianca
Bonavita la chiama grande Putrefazione). Ormai, alla mia età dico, ho
rinunciato alla speranza di salvarmi ed evadere dalla prigione che nei secoli
ci siamo costruiti attorno, governata, alimentata e programmata da noi stessi,
nell’illusione ipocrita di renderci la vita migliore e più agevole.
Accetto la
mia prigionia e guardo dalle mie finestre, altro non riesco a fare, e in fondo non è male. Ogni tanto esco e faccio quattro
passi, ritrovo il vento, respiro la gioia e incontro la vita, catturo la luce e mi lascio catturare, e questo è tutto. Chi dipinge lo sa, e non lo dice, ma con la punta del pennello lo mostra a chi vorrà e potrà capire.
Al piano di sopra, dove sono ora a scrivere, la finestra che
si apre nella medesima posizione di quella sottostante in cucina, mostra tutto
diverso, perché siamo più alti da terra, a metà del cipresso, emerge il cielo
azzurro, e di fianco a quella vera c’è quell’altra finestra a trompe l’oeil dei nostri tempi, quella
che finge di connetterci con l’universo: lo schermo del mac con cui lavoro ora
nero (perché scrivo seduto sul divano, col laptop sulle cosce). La tinta del muro è un
verdino antico, il resto dell’atmosfera lo fanno le tavelle a vista del
soffitto, le travi di castagno che reggono il tetto, il pavimento di cotto rettangolare, grezzo, a spina di pesce e smangiato, la confusione del mio tavolo di
lavoro e soprattutto oggi il Sole, che entra e illumina lo schermo irradiante
della finestra, quadro del paesaggio offerto da Madre Natura. E qui mi fermo,
perché è giunta l’ora di pranzo, voglio uscire, mangiare l'insalata immerso in quest'ultimo calore…
p.s.
un suggerimento: se siete arrivati in fondo, ritornate all'inizio e guardatevi per bene le foto cliccandole, ad una ad una, entrateci dentro. Immaginate una colonna sonora di suoni d'acqua e del bosco, lasciate spaziare la vostra fantasia, l'anima fantastica, in un tuor virtuale. Benvenuti a Montaonda!