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venerdì 18 maggio 2018

Where are all the insects gone? Ovvero: lo sterminio degli impollinatori



Trovo un'oretta per tornare su un tema che mi assilla, ora che mi occupo di api selvatiche.
Settimana scorsa sono stato a Milano, come mi capita periodicamente. Il condominio dove mia madre ancora vive è lo stesso in cui sono cresciuto negli anni'60-70 e, apparentemente resta tale quale. Alcune cose in questi cinquant'anni però sono cambiate: il giardino, per esempio, ha piante bellissime, che se non venissero potate sarebbero ormai mature e possenti.
La cosa particolare però è che da un paio di stagioni - da quando mi occupo della condizione delle api e ora anche degli impollinatori in generale - noto che non ci sono più insetti. Metà maggio, giornata calda, ventisei gradi: il trifoglio è in fiore, rigoglioso. Osservo il prato per cinque minuti e non noto NEMMENO UN INSETTO che ci vola. Nessuno che ne raccoglie il nettare. L'inverno è stato freddo, ma anche a Montaonda: eppure lì è pieno. E non è la prima volta, ripensandoci, che me ne accorgo.

Come si sentirà, mi chiedo, il trifoglio? Come farà a riprodursi, se non riesce a produrre semi? E come lui chissà quante piante (in pratica tutte le fanerogame non anemofile, quelle che hanno bisogno di insetti pronubi, a cominciare dalle orchidee).
Vado a spasso con mia madre nel vicino parco Montestella. Niente, neanche lì: è vero, mi ripeto che è stato un inverno rigido e le gelate primaverili hanno probabilmente ammazzato larve e pupe. E che mangiano gli uccelli? Piccioni e cornacchie: avanzi. Altri uccelli? Boh, chi ne vede; forse anche per questo non ci sono più le rondini. Il fatto che nidificassero vicino alle abitazioni era forse la garanzia che ci fossero tutti gli insetti attratti dallo sterco degli animali. E ora? Vi siete mai chiesti cosa mangia una rondine? (forse è il caso di leggere Primavera silenziosa di Rachel Carson, uscito più di cinquant'anni fa...).



Faccio un giro al nuovo parchetto nell'area ex-Portello (quando ero bambino dalla fabbrica dell'Alfa Romeo uscivano i treni carichi di macchine nuove...). Guardate nella foto qui sopra di CasaMilan (!?) come viene gestito ora il verde nelle città:  già, perché come si riproducono ora le piante, visto che gli impollinatori non ci sono più? Nelle factories, le fabbriche biologiche di piante chiamate vivai, eccole qua, nate e cresciute senza conoscere un insetto (saranno piene zeppe di pesticidi sistemici, così non c'è rischio che prendano funghi, o altri parassiti). Il verde, nonostante tutte le menzogne che ci propinano viene considerato soltanto un "arredo", che si mette e si toglie, come il trucco quando si esce in società. 

Che la città moderna sia la demenza istituzionalizzata, la nullificazione dell'uomo, l'avevano già capito tanti - voglio ricordare solo Tatì - ma almeno si può ridere: guardate dove vengono messe oggi le panchine, dai nostri urbanisti progettisti paesaggisti, per ammirare il traffico che gira attorno alla rotonda di sbocco del nuovo tunnel autostradale dietro CasaMilan, e CasaLG, sempre al Portello. 
(Ed ecco ribadito perché Milano, nonostante i molti affetti, la mia città, oggi mi fa schifo).   


Per me la sensazione è piuttosto agghiacciante. 
Torno a Montaonda, e da oggi la considero e la nomino «Santuario e Rifugio degli Impollinatori» (intanto spero che Elisa Monterastelli riesca a terminare il libro su di essi che sta scrivendo per noi, vorremmo vederlo in commercio prima dell'estate). Qui a ogni colpo d'occhio trovo bestie ovunque: voli di farfalle, calabroni, maggiolini, grilli e pulci e zecche, per non parlare degli uccelli - zampettii, salti e strisci di bruchi, scorpioni, stercolari, moschini e ragni ovunque, anche quelli volanti (mi hanno spiegato biologi che alcuni ragni lanciano queste bave lunghissime nell'aria e si fanno trasportare come da liane nel vento, per colonizzare territori anche a chilometri di distanza - arrivassero mai a ripopolare Milano!) e tutto l'armamentario della natura dispiegato.
Guardatelo qui sotto, com'è fatto il verde selvatico (per voi testimoniato in fotografia, per me Gaia Vivente). I soliti cinque metri da porta di casa Montaonda: questo è l'anno dei lampascioni, quei fiori blu che sembrano marziani, le cipollotte amare tanto amate al sud Italia).

Sorprendente per me resta che in città del degrado biologico pare non accorgersene nessuno (ma forse qualcosa sta cambiando, vedi la campagna contro la plastica), e mi sento un po' Marcovaldo. Ho provato a chiedere a un paio di persone. Lì è normale che nelle case non ci siano formiche e mosche, pare che ormai anche le zanzare siano (con grande sollievo) sterminate.
Quindi non si tratta più soltanto delle api (che per inciso in città capita di vedere più di altri insetti perché protette e ospitate dagli apicoltori urbani), si tratta del funzionamento dei meccanismi naturali. Che si stessero brevettando dei droni impollinatori qualche anno fa sembrava una barzelletta, ora è una realtà, la notizia è vecchia di qualche mese.

Ah, il titolo viene da una vecchia canzone di Pete Seeger, antimilitarista, e parla di fiori (in breve: finiscono nei cimiteri dove sono i soldati caduti) - non siamo tanto lontano, quello che lui non aveva previsto era però lo sterminio chimico-sistemico ultranazista attuale. Erano gli anni della Carson, era l'America dei "diritti umani". Ora i "diritti della natura", dopo una buona partenza, sembrano tornati dietro le quinte.
E noi siamo qui, proprio sulla soglia dell' «inarrestabile declino biologico» (vi ha mai parlato qualcuno di questo concetto? Può darsi, allora è segno che non l'ho coniato io ora, evviva).



giovedì 22 dicembre 2016

Zitto Zuppa Zappare


(Questo post nasce come contributo per CRT “In busta chiusa”: loro mi hanno dato le tre parole del titolo, io ho messo le altre)

 
Zitto
Zuppa
Zappare

Come oggi con questa busta chiusa, negli appelli quasi sempre sono stato l’ultimo (rari i casi diversi: ricordo con sollievo gli anni di liceo in cui dopo di me c’era Lucia Zei) e questo forse mi ha portato fortuna. Difficile essere interrogato, difficile essere notato – se proprio non lo volevo. E da parte mia restavo volentieri zitto.
In effetti mi piace più ascoltare che parlare, e ho anche avuto modo di notare che quando parlo spesso qualcuno ci trova da ridire, e quindi appena posso lo evito. E quando devo, parlo poco. Ultimamente devo di più, perché mi capita di dover “tenere banco”, ma anche quando parlo in pubblico cerco di farlo stando zitto. Ovvero dicendo cose che parlino loro, e la mia parola sia soltanto un riferire e accostare, presentando sintesi di detti altrui, da cui far scaturire opinioni – non mie ma di chi ascolta. Vorrei che insomma quel che dico fosse suggerito, stimolo all'ascolto, ricerca e verifica, confronto. Tanto più ciò avviene da che divento sempre più sordo: spesso non sono in grado di rispondere alle domande. Me ne sto zitto dunque, e, se posso, scrivo. Scrivere ha grandi vantaggi, anche se può parere anacronistico in un’era di neo-oralità difendere la scrittura, che non disturba e non obbliga: per leggere (tanto più oggi) ci vuole un atto di volontà. Anche se la scrittura è debole, e non si difende, se viene usata male –abusata- e a volte ci rovina (penso ai mille contratti firmati ma non letti), usata da malintenzionati. Vere truffe avvengono con la scrittura, quotidianamente, e non parlo di soldi. Di qui la diffidenza del contadino. Ma io invece intendo, e anche in letteratura. Eppure, resto  convinto che la scrittura in sé sia magia pura – ieros gliphos - scultura sacra - il dolo sta nell’attuatore. Carta canta, se ci pensiamo questo conciso ossimoro è stratosferico. Per me è un po’ così: scrivo per cantare, anche se sto zitto, forse perché esco da un’infanzia di stonature (che c’entra, direte? Ho sempre pensato che chi canta deve arrivare a modulare una “voce sola”, nel senso che o ha una voce originaria, spontanea e naturale, che sa dove andare, e allora tanto di cappello, oppure deve educarla e educarsi al punto di riunire e armonizzare la polifonia naturale che tutti abbiamo dentro appunto in una sola voce – io non ci sono ancora, mi aggiro sperso nei meandri delle valli dell’eco, di me e degli altri, della perdita e del ritrovamento di entrambi – sordo, sono ancora per buona parte dentro al labirinto).
La scrittura  permette di isolare le voci, stratigrafarle, di seguirle una per una, senza fare troppi danni.

Zitto e mangia! Adoro la zuppa, da quando sto in Toscana ho preso l’abitudine di ammollare il pane raffermo, addirittura ribollirlo per farne mille zuppe diverse, da quella fredda che si chiama panzanella (estiva, e neanche zuppa, perché il pane viene strizzato e si mangia poi fredda, come un couscous) a quelle calde tipo ribollita o pappe varie; ingrediente principale è il pane secco, ma ci vuole quello scipo senza sale, altrimenti 'un viene uguale. Si tratta di cibi sovversivi (checché ne dica padre Bianchi di Bosa), pastoni per gli animali che siamo, ritorno a capo chino a un mondo contadino di penuria, in cui non si buttava nulla, il pane era troppo prezioso per darlo alle bestie. Oggi i panettieri offrono in regalo ceste di pane del giorno prima e conosco diversi che passano a raccoglierlo, stipato nei sacconi di carta delle farine, per darlo agli animali (dicono, ma volte ci trovano dentro anche schiacciate, pizze e croissant, basta scaldarle un attimo in forno e tornano fragranti - roba del giorno prima, dico).
Ma poi è anche bello pensare che zuppa vuol dire fradicia, intrisa fino alle ossa, come può capitare a una camminatrice sorpresa in montagna da pioggia a dirotto – a me quante volte è successo, la sento l’acqua come una forma particolare di condivisione con l’aria che mi bagna, e con le persone – sono zuppa d’amore potrebbe dire un’innamorata – sono zuppo di questa cosa (noi si diceva anche “zeppo”, che ci somiglia molto, anche se questa parola indica più una misura piena che un intridersi, una pervasione).


E veniamo allo zappare – zappe ne conosco un po’, da quando ero ragazzo e manovravo quelle di casa paterna, soprattutto gli zappini nell’orto della prozia, ma anche ora ogni tanto (foto1) da quando sono andato ad abitare vicino alla terra (nel senso che quando esco di casa non c’è l’asfalto, ma proprio un pratino verde di trifoglio, terra sterrata e tutto il resto).
Pare ora che la zappatura, secondo Fukuoka, padre della permacultura, sia una pratica inutile e devastante il suolo, e forse ha ragione. Perché svellere le zolle di terra, perché asportare la pelle dal terreno, e coltivare su una ferita aperta, la terra nuda e essiccante sotto il sole? Non è forse più rispettoso mettere a coltura le piantine sotto il sovescio, senza pretendere di creare l’orto, lasciando alla natura il resto? Ma noi dobbiamo mangiare tanto, e quindi? Quindi si zappa (che tra l’altro, tra tutte le operazioni del contadino resta una delle più faticose, di quelle che proprio spezzano la schiena). Io, per me, preferisco lo zappino, che è un po’ il bisturi del contadino, mi porta più vicino alla terra e alle piante e la mia misura è l’orto non il campo, in cui mi perderei.

Appendice: Altre zappe
“La zappa sui piedi”, bello spettacolo di Andrea Pierdicca (si trova su Youtube) sull’introduzione dei pesticidi in agricoltura e la situazione attuale delle api.
“La zappa” (foto2) di Rocco Lombardi, un poster che gli avevo commissionato per combattere contro le pale eoliche. La frase era mia e il poster, secondo me, con la sua contrapposizione tra pale e zappa, tra mostro vorace e contadino piegato, è venuto bellissimo. Ma non è diventato un’icona del movimento antieolico: fa paura, mi hanno detto. Amen, due librerie lo hanno accettato e forse l’hanno ancora in vendita, Calusca a Milano, e Black Spring a Firenze.


“Zappatori senza terra (e senza padroni)”, (dulcis in fundo, è qui che volevo arrivare) era un movimento di ritorno alla terra degli anni ’70 e ’80, nella valle dell’Acquacheta, qui dietro Montaonda. Profughi della politica, frikkettoni in fuga dalla metropoli-droga, utopisti dell’alternativa verde. Ce ne sono ancora un po’, di quei pionieri di allora, sono rimasti una sparuta minoranza ma hanno mantenuto vivo un movimento interstiziale (così lo chiamo io), che andava a occupare gli spazi abbandonati delle campagne sui monti, dove di case e terreni non gliene fregava più niente a nessuno (oggi c’è chi prova ancora, ma è tutto molto più difficile). Non hanno vinto ma non hanno neanche perso, si sono vissuti una vita cocciuta, come gradiva a loro. Con alcuni di questi “ritornanti” ho rapporti duraturi, sono persone quasi normali (e chissà quante ce ne sono sparse per monti e colline d’Italia). Gli Zappatori senza terra sono nati prima degli Elfi, degli ecovillaggi, del cohousing e di tutti gli altri. Erano “quelli delle comuni”. Nella foto 3, si vedono 4 di loro sono in Piazza San’Annunziata a Firenze, dove è nata la Fierucola, il primo mercatino biologico italiano (tutt’ora esistente). C’è anche un libro che racconta la loro storia (in maniera un po’ univoca mi hanno detto loro), mi piacerebbe ripubblicarlo (integrandolo, o addirittura farne un altro). C’è diverso materiale online, il mio consiglio a chi fosse interessato è sfogliare la rivista underground Lato Selvatico, e tutto quel che si trova sotto “Selvatici” (altro che Scurati Moresco Funetta Ammanniti – l’alternativa al lutto c’è, ed è fiorita). Gli si aprirà un mondo (zitto, zuppo e zappatore: appartato ma presente in tutti i paesi occidentali, a partire dall’America dove si è innestato sui rami buoni del movimento alla conquista del West).


In Busta Chiusa, un progetto di Cartaresistente
Lettera Z di Luca Vitali
Illustrazione di testa: Davide Lorenzon

domenica 27 aprile 2014

Ben venga maggio




Mi accorgo che ho saltato l'aggiornamento di marzo, e anche aprile sta per finire - quindi mi porto avanti, e già presento maggio... Ormai, forse perché è appena passato il 25 aprile (e a Fosdinovo ho ancora sentito parlare Luigi Fiori, e la Wanda, e sentito cantare le canzoni di Ivan dai carissimi Paolo Ciarchi e Claudio Cormio), mi pare di stare in trincea: gli eventi e le novità, gli impegni e i ritardi si assommano, e mi sembra che le mie povere sortite non riescano a scatenare quell’avanzata che ogni piccolo esercito – il mio esercito dei sospiri primaverili – vorrebbe portare avanti.
La battaglia per la vita avanza su molti fronti, ogni tanto m’impegno in qualche sacaramuccia, qualcosa si risolve altro no. Eppure sono qui che cerco di cambiare le tattiche, di reagire a quello che non succede e a quello che succede, all’avanzata del nemico – nemici che sono tanti, e non intendo persone quanto alleanze ineluttabili di ombre. Faccio, disfo, ogni tanto tiro il fiato. Penso elaboro strategie, me le rimangio, esploro. Ogni tanto scoppia qualche bomba, ogni tanto tiro una granata, impaurito dal timore che mi scoppi tra le mani, faccia danni (e ne faccio); a volte conquisto qualche palmo di terreno, a volte ne perdo. La mia liberazione resta ancora là, non lontana, ma nemmeno vicina, come la linea gotica che passava proprio sopra Montaonda (anche la mia casa l'han bruciata i nazifascisti in ritirata, la zona pullulava di partigiani - e il Giuli l'ha ricostruita, da sé, nel '49, prima di venderla al Bolletta, che l'ha venduta a me). La vita in trincea è dura, anche se ora il fango invernale si è asciugato, anche se torna il conforto (e impegno) della vita tutt'attorno (fatta anche di ragni - come la “nebbia dorata” che ho trovato l’altra sera sulla salvia, brulicante e sospesa su fili invisibili), della bella livrea dell’upupa, che viene a becchettare curiosa fin sulla soglia di casa (a rischio della propria vita, visto che si aggira per ogni dove la divisione famelica dei gatti grigi - la foto è dalla finestra della cucina). 



La strada è stata riparata, con buona soddisfazione dei partecipanti (anche il sottoscritto ha piantato attivamente pali con una certa lena), impiegando materiali e macchine (nella foto il collaudo a opera finita). Ora si vede un po', se si riesce finalmente a riattivare il consorzio per sistemare anche le parti in cemento, e portare quei lavori di manutenzione necessari per farla tornare in forma. Ci sono naturalmente un sacco di altri lavori attorno e dentro casa: passare il decespugliatore, sfoltire i sambuchi, arginare l'ailanto e tutto il resto che fa parte della normalità della campagna. Pensare a finire di arredare (tutto recupero) e rendere accogliente Mo2, casa nuova.



E poi, un’altra grande novità di queste settimane, finalmente, insieme a Paolo ed Elisa, all’eremo (un grande paradiso abbastanza vicino), abbiamo sistemato quattro arnie di api. Quattro famiglie, un piccolo investimento per cominciare timidamente a studiare e seguire non solo sulla carta i nobili insetti, che ormai regolano e dominano buona parte della mia vita. Per me, che cerco di essere antispecista e non ho mai “avuto” animali (in età adulta), l’impressione è da un lato quella di diventare un po’ padre, dall’altro l’imbarazzo di sentirmi padreterno, perché loro sono piccoline e le si maneggia, intervenendo e predisponendo la loro sorte ( si vorrebbe aiutarle, e sottrarre solo il surplus della produzione). Responsabilità e apprensione, per fortuna condivise con due amici (le arnie sono quei quattro puntini in fila sulla destra del grande ciliegio secolare, sotto l'edificio dell'eremo). 



Sono anche in piena attività di suonatore (se la mia pratica di musicista popolare può meritare tale menzione), tra festa di Piadena (cfr. Lega della Cultura Popolare di Piadena), Fosdinovo (Fino al cuore della Rivolta) e Primo Maggio (Istituto Ernesto De Martino). Ho ritrovato l’amicizia con il mio vecchio gruppo, i Suonatori Terra Terra, e ora mi sto preparando al maggio con i Maggiaioli di San Godenzo (il 30 aprile, appuntamento per le vie del paese). Ogni tanto mollo il mandolino e suonicchio la chitarra da solo, e  tratti vorrei farlo di più (e poi imbracciare di nuovo il sax, il clarino, la fisa, ma come fare, tanto più che non li so suonare!).
Insomma, dati alcuni sommovimenti della vita privata, mi sento sempre più legato, quasi imprigionato in questa dura terra toscana; la cosa mi alletta, mi attira e seduce, ma fa un po’ paura. La strada è questa, come che sia, guardare alle origini, alle radici da cui provengo, dal basso. Vedremo dove mi porta...

lunedì 22 luglio 2013

Elucubrazioni sul volo delle farfalle


  

Perché le farfalle sono così affascinanti e inafferrabili? Non soltanto per il colore, e per i disegni che ricoprono le loro ali - certamente una delle fantasie cromatiche più complesse e sfuggenti della natura. Perché proprio le farfalle sono così belle e variopinte, e non invece gli scarafaggi?
Le farfalle si librano, come bandiere di preghiera nel vento, tanto le loro ali ci paiono sbocciare dalla mente di un grafico, un incisore, l'estro di un esteta furtivo, che lavora con strumenti ineffabili nel chiuso di una crisalide - ma le ali talvolta paiono anche pagine scritte, dipinte, spruzzate da mani sapienti (dico sembrano, perché ormai è comprovato che nessun dio esiste).
Sicuramente naturalisti ed entomologi hanno affrontato e forse anche risolto tutte queste mie domande, io non lo so, e forse un giorno mi capiterà tra le mani un libro intitolato “I misteri svelati delle farfalle”, e scoprirò che  un Maeterlinck sconosciuto ha già detto tutto e di più. Ma chi come me ha la fortuna di avere una pianta di lavanda, del trifoglio, o altri fiori appena fuori dalla porta di casa, d'estate è eternamente accompagnato da queste fantasmagoriche girandole viventi. Se mi metto su una sdraio a leggere, all'ombra dell'alloro, loro mi svolazzano attorno.Come potrei ignorarle? Sembrano fatte apposta (in senso darvwiniano: evolute apposta) per attirare la mia attenzione, il mio occhio. Si avvicinano, svolazzano, quasi volessero farsi prendere. Eppure, afferrarle è quasi impossibile (lo sanno bene i gatti).



Dove vanno, quando volano (questa qua sopra l'ho beccata a metà d'un battito d'ali)? Paiono non avere una direzione, muoversi a caso. E invece, se le osserviamo, non è così: una ha appena attraversato tutto il resede, ignorando diversi fiori, sfiorando il lettino sdraio, sassi e quant’altro, sfarfallando, e alla fine è andata a posarsi su un fiore di trifoglio rosso, al sole. Quello bianco, all’ombra, pare non averlo nemmeno visto. Forse è stata attratta dal profumo, stimolato dal sole? Su una rivista avevo letto come i cani seguono gli odori, continuando ad entrare e uscire dalla scia – la traccia era simile al volo di una farfalla. Sarà lo stesso? Magari, che tragica ironia, le farfalle vedono malissimo, e sono quasi cieche! 
Sono insetti ben strani. Quando capita di trovarne una morta svanisce ogni incanto, le ali sono chiuse e appena toccate si sfarinano in una polvere repellente, e restano dei tozzi corpi di bruchi pelosi. Eppure quando prendono il volo sono leggere come una chimera, imprendibili, il loro volo è uno dei misteri più affascinanti della natura. Anch’io, anni fa, ho provato a catturarne una. È un esercizio di rapidità e di riflessi difficilissimo. È difficile anche fotografarle (prendete la penultima foto: sul cespuglio ce ne sono almeno una decina, ma fermate così, anche a mezz'aria, spariscono dal paesaggio, come una voluta di fumo, un banco di nebbia, che esiste soltanto nel suo movimento). La farfalla è così evidente all'occhio che scorre il panorama perché batte continuamente le ali, sparisce e cambia forma e traiettoria, sembra farlo apposta per attirare la nostra attenzione visiva. A meno di beccarle posate su un muro o un sasso a riposare, sono sempre in movimento, e scappano sempre fuori dall’obiettivo, si girano di taglio, non stanno mai ferme più di un istante. La traiettoria di volo della farfalla è un  ghirigoro folle, il disegno di un pittore giapponese ubriaco, un labirinto imprevedibile che però - credo - funziona perfettamente: pur essendo così evidente ha pochissimi predatori. Quindi il suo muoversi è una fuga eterna, un continuo ipotetico schivare missili e vettori, al punto da non essere più fuga, ma una danza fatta di continui scarti in alto, in basso, di lato di disegni e rotazioni, avvitamenti e palpiti. Anche se, ogni tanto capita di vederlo, le farfalle sanno tirare dritto, cavalcando una bava di vento, sanno planare in maniera eccellente.





L’altroieri mentre le osservavo stava arrivando un temporale violento (nubi nere provenienti dalla Romagna si affacciano sulla valle e precipitano su Castagno d'Andrea, dalla finestra vedo una cortina di grandine e pioggia da paura - corro fuori per raccogliere gli attrezzi sul restro che avevo lasciato in bel disortine a metà mattina, mentre comincia a tirare aria, si sentono tuoni bassi e lugubri, e i lampi delle prime saette che come squadre di avanguardia si cimentano a squarciare la pancia dei cieli). Le cavolaie che ho appena fotografato sulla lavanda se ne vanno, planando dietro il riparo della macchia di allori (cioè il versante riparato, dove forse hanno un nido, un hangar, un ricovero). Nel frattempo sono salito in camera, e vedo come l'ultima di loro plana decisa, perdendo una decina di metri di quota in pochi secondi (uno, due?). Quando arriva il finimondo non c'è più un solo insetto in vista.





Ora, se provo a discettare sulla bellezza non vedo perché dovrei trascurare anche di interessarmi dell'intelligenza delle farfalle: hanno capito che stava arrivando il temporale (l'hanno capito come me, guardando le avvisaglie?). Se ne sono tornate a casa (casa?), manovrando quelle specie di deltaplani (quattro ali di tela per ogni farfalla, più o meno sovrapposte) ad assetto variabile in maniera magistrale. Avviene tutto in maniera istintiva, dice l'uomo per spiegarsi come agiscono gli animali. È un vecchio inganno, ormai ben svelato dagli studiosi di etologia (anche umana): l'istinto è un'invenzione nostra, per spiegarci quello che non capiamo: “come fanno?” “Le guida l'istinto", "e cos'è l'istinto?" "una specie di anima automatica"  "Cosa vuol dire anima automatica?" "Che non ragiona, non è cosciente" "E chi non è cosciente è un non-animale?” “No perché tutti gli animali non sono coscienti" "Allora solo l'uomo è cosciente?" "E chi lo dice?" "L'uomo" "Ah!" "... E infatti dice di averla solo lui, l'anima" "ma allora perché li chiamiamo animali?” (se potessi riscrivere Autodafé di Canetti potrebbe cominciare così, spuntando il rasoio di Cartesio). 
Bene, ora sappiamo che l'istinto non esiste, che è una parola vuota, al cui posto lentamente si stanno disvelando le complesse leggi e i meccanismi della neurobiologia. Esistono le farfalle, che planano agitando graziosamente le ali, in una maniera che a noi pare convulsa, ma che le porta invece dove loro vogliono dirigersi, quando sentono (dico sentono, ma che altro potrei dire?) fame, o che arriva l’acquazzone. Non vuole forse un'ape andare sul fiore, e insegna la strada alla sua compagna nell’alveare? E d'altro canto, anche il cacciatore, non soddisfa un istinto quando vuole sparare al cinghiale? Per non parlare di altre pratiche umane verso umani, che hanno come unico fine la soddisfazione degli istinti  - più bassi, più alti, chi può dirlo?
(se qualcuno non l'avesse capito: faccio lo spiritoso! E continuo:)
Due farfalle quando s’incontrano (e mi rendo conto ora che non ho mai visto due farfalle con disegni diversi accostarsi una all'altra, quindi forse colori e disegno sono un distintivo di compatibilità sessuale) improvvisano brevi caroselli e turbinii ascendenti – danze per noi inestricabili.  E anch’io: perché adoro elucubrare, librandomi e svolazzando, pur goffo e pesante come una cetonia, che pare sempre in picchiata? Sarà sempre il "caro istinto"?

Vabbe’, stavo scherzando. Che succede a Montaonda, forse qualcuno vorrebbe pure sapere (ovvero, mica passo il tempo a guardar farfalle!)?
Concluse le vacanze in giro per la Sardegna (che è una terra senza eguali) ha fatto caldo e freddo, e ora abbondano i temporali. Avrei da aggiornare e scrivere decine di bollettini, la scoperta della Gallura, di Maria Lai, il pozzo di Santa Cristina, eccetera, ma manca il tempo: sto traducendo un libro sulla respirazione yoga (Swami Saradananda, per la RED, e già a tradurlo respiro meglio), uno sulle api (ovviamente, per MEdizioni) e sistemando un paio di progettini editoriali minori che vedranno la luce (libri con gli occhi, sissignori) spero in autunno. E poi, il libro sul tree-climbing è bello e ricco, praticamente pronto, devo solo risolvere alcuni problemucci redazionali, acquisire le illustrazioni e stamparlo. Non basta: ho iniziato a collaborare con il blog Cartaresistente, un progetto che mi pare meritare sostegno (non solo mio), e qualche articolino di qua e di là.
 

p.s. ADDENDUM bibliografico del 3 agosto
- sgombrando la scrivania, ho scovato un ritaglio di giornale: Repubblica, 8 luglio, Elena STANCANELLI, intitolato "La libreria degli animali",  fornisce un interessante aggiornamento bibliografico con ultimi (e meno ultimi) libri in cui letterati si confrontano con gli animali. Per chi fosse interessato a leggerlo: clicchi qui 

e chi fosse interessato a una guida illustrata SULLE FARFALLE del Falterona, può sfogliarne una notevole sul sito del Parco delle Foreste Casentinesi





 

domenica 6 gennaio 2013

Bollettino 37: Ritornanti - Disordine e ordine - Orto ritorto



(Iniziato il 18 novembre 2012, finito oggi...)

Montaonda2, ormai siamo alla fine: domani vengono a fare gli ultimi ritocchi alla casa, dopo potrò solo pulire i pavimenti, finire di pitturare e arredarla. Ci sono voluti quasi quattro anni dal momento in cui ho deciso di cominciare i lavori (febbraio 2009, cfr. bollettino n. 16). Dal punto di vista della cronologia esistenziale è stata durissima, perché ha comportato un rallentamento mostruoso nei miei ritmi. E nel frattempo sono successe cose importanti: ho perso il mio lavoro di produttore, fondato la casa editrice, ecc. ecc. I lavori sono iniziati che era ancora viva la zia, dopo di lei se ne sono andati altri (non altrettanto vicini per fortuna), e ci sono stati altri e diffusi decadimenti, emergenze non indifferenti (nella cosiddetta vita privata). Anche alcune frequentazioni si sono sfilacciate, e se ne sono aperte altre. Alcune sono ibernate, perché comunque la scelta di stare qui sul cucuzzolo, se non ha allontanato me dal mondo (grazie ai nuovi e vecchi legami con Milano), ha allontanato il mondo da me. Praticamente a trovarmi non viene più nessuno, e io ho anche smesso di invitare a vuoto. Non faccio colpe, no, so bene che l'intenzione ci sarebbe, ma resta in un limbo trasognato, la distruzione di risorse ed energie propria della vita contemporanea lo impedisce. Così va il mondo: appena uno toglie il piede dall'acceleratore il motore si spegne e la paura, la grande paura di questi anni, che mangia il cuore a tutti, è che non riparta più. Sarà che ho davanti agli occhi esempi estremi, sarà che nella mia vita di scelte di cambiamento ne ho fatte più d'una (anche se non quanto certi altri! - stavo comunque meditando di incidere sopra la soglia di casa "life is change", da White rabbit dei Jefferson).
Pare che pochissimi riescano a fare quello che vogliono - anche se poi a ben vedere in fondo ogni giorno facciamo quello che decidiamo, cioè vogliamo (orsù!). E quindi forse devo semplicemente accettare l'idea non vogliano venire a trovarmi (non abbastanza: è questo che, per tutti noi che abitiamo un altrove, è strano). Va bene così: in fondo sono io che ho scelto di rintanarmi. E poi so che c'è un'altra possibile spiegazione, che io non sia abbastanza accogliente, attraente, invogliante. Bah, vedremo come va a finire.

La devoluzione (a lungo annunciata, anche solo ai miei tempi e in musica dai Devo ai Joy Division) - e qui allargo il discorso - sta raggiungendo livelli di evidenza che solo qualche tempo fa (e non dico anni) non avrei ritenuto tollerabili. Quando si chiacchiera con amici la sensazione è quella di trovarsi su una scialuppa sovraccarica di naufraghi, che esprimono a turno incertezza, paura, speranza. Si vede già che stanno finendo i viveri. E lascio alla fantasia coloristica del cinema di Ang Lee (Vita di Pi, mi sembra che si chiami, visto in un 3D un po' farlocco) la possibilità di cibarsi in mari pescosi, o sbarcare in un mondo sostenibile: ormai la realtà ci dice che anche i mari sono popolati solo di naufraghi e agglomerati di rifiuti plastici, le spiagge devastate dagli tsunami. E quando qualcuno, stremato o disperato, cade o si getta in acqua, lo guardiamo tutti con un misto di orrore ("toccherà anche a me?") ma anche di sollievo ("ora c'è più posto, c'è più cibo, io resisto”). MI chiedo se questa moda cinematografica non ammicchi un po' all'arca di Noé, il sogno di ricominciare, la ritrovo in tutta una serie di film tipo Up, Madagascar, ecc.ecc. Io credo siamo più prossimi  alla zattera della Medusa (ma perché si chiama così? Nonostante i nudi ancora neoclassici,  sotto c'è ben altro. Chi volesse leggere la sua storia su Wiki, qui, è piuttosto interessante)...

Eppure, la campagna insegna, il ritmo cosmico (e il significato di kosmos è innanzitutto "bell'ordine") mi permette di staccarmi da questo magnete, di fermare lo sguardo. Sui ritmi delle stagioni ovviamente. Sul costruire oggi per oggi, senza pensare troppo a domani, che vuol dire non eccedere e navigare a vista fragandosene, ma restare sulla misura dell' "eccoci". L'altro giorno raccoglievo fascine, poco sotto casa. Prima ho ripulito i gradini del sentierino che porta alla strada, era più di un anno che dovevo farlo. Erano invasi d'erba ed erbacce, i gradini di castagno sepolti dalle nuove erbe e dalle piccole frane di terra causate sul ripido pendio dal movimento notturno degli animali. Con la zappa ho ridisegnato lo spazio del piede, pulito il legno infradiciato d'umidità. Un lavoro che dovrei fare tutti gli anni, anche due volte l'anno. Ebbene, facendo questi lavori uno si chiede "ma a che serve? Non ci passo quasi mai di qua." Serve a creare ordine (e a passarci più spesso, anche se è tautologico). Ma questo ordine costa caro, tanto lavoro ed energia che io non possiedo (non parlo poi dei lavori veri, quelli più impegnativi). È il discorso che io sento alla base del giardinaggio e dell'orto, serve a legarci alla terra, come se dalla zappa, quasi fosse un ago, uscisse un filo magico che ci lega e cuce, colpo dopo colpo, al terreno. E non tutti lo vogliono questo legame. I nostri genitori, ancora i fratelli maggiori, sono scappati a gambe levate, mollando tutto. Ma ora noi che siamo ritornati lo rivogliamo, e rimettere a posto, in ordine una casa in un podere abbandonato significa scavare nel profondo, rimettere a coltura richiede reintrodursi in un mondo pieno di muffa, spifferi e difficoltà.
Io lavoro in punta di dita, non con la zappa (anche se ci provo). Ma sono convinto che per tutti sia utile (non obbligatorio, ci mancherebbe!) imparare a frequentare il proprio giardino, starci, un po' come facevano i vecchi una volta. E invece, spesso, resto legato alla scrivania (il sole mi fa svanire le immagini sullo schermo del portatile, come nebbia), dentro casa, ma tanto più sento che stare fuori, anche nella brutta stagione, dovrebbe essere una presenza quotidiana (quando non piove troppo), che per molti sbocca naturalmente nell'orto, in mille altre cosette. 

L'amica Nat, che sta costruendo una casa di paglia su Monte Giovi (un progetto pilota), e sta terminando gli studi da naturopata mi ha raccontato che esiste (e praticherà, mi sembra) una orto-terapia (forse il termine non è quello ma ci siamo vicini), e mi pare di aver già letto su qualche illustrato che ci sono workshop di meditazione nei giardini delle aromatiche e simili. Certo, ben vengano. Respirare vicino alla lavanda in fiore, chi non l'ha fatto? Ma nella sostanza  niente di nuovo (solo più avanzato?), in fondo lo si è sempre saputo. I monaci coltivavano per nutrirsi e curarsi, praticavano erboristeria, trasformavano e rivendevano rimedi e specialità. C'era già tutto, ma ora, che fatica riscoprirlo! Oggi servono i corsi, per far stare certa gente atrofizzata in un orto. Siamo nell'era dell'esplicitazione (e ridondanza - quello che fa la differenza è la capacità di interagire col tutto?). Ma d'altro canto, sono nuove vie, veramente nuove, perché abbiamo consapevolezze e conoscenze che i frati non avevano.
E come che sia va bene, fa sempre parte del rinnovamento in una direzione, del rinunciare alla plastica e agli alimenti industriali, anzi, smettere di comprare il più possibile, purificarsi non solo lo spirito ma pure le budella (che altrimenti non si scampa). Trasformare anche il giardino: i giardini sono cambiati, non più l'angolo del piccolo autocrate ma luogo di incontro e dialogo con il mondo botanico e animale.




E allora? Faccio poco, ma quello che conta è fare, non fare tutto. Alla curva del sentierino, dove questa primavera ho tagliato la branca bassa della quercia, c'erano ancora tutte le fascine ammonticchiate. Le ho divise, legate e portate su. Non  ho grande bisogno di fascine, anzi, ho da smaltire ancora quelle degli anni passati. Avrei potuto, e forse dovuto, in termini di economia rurale, bruciarle sul posto e amen. Ma non mi piace bruciare, non riesco a rassegnarmici. Così le ho portate su, sudando sotto il sole di quest'estate di San Martino (era circa l'una e a un certo punto mi sono dovuto mettere a torso nudo). E mi sento mio nonno, lo ricordo a settant'anni, la sua pelle bianca come un sudario, impegnato a faticare e comandare noi ragazzini attorno alla baita di montagna (Val d'Ossola).
Insomma, per farla breve, ero lì a riposare un attimo, seduto sui talloni come fanno gli orientali (ho una strana memoria stagionale, erano proprio questi i giorni di novembre, quattro anni fa, in cui mi trovavo in Nepal), e mi chiedevo cosa me ne frega di fare questi lavori, che li fai e l'anno dopo li devi rifare. Potrei vivere questa terra nella sua maniera selvaggia, lasciare tutto al suo corso (ma sono convinto che sia una catena che porta ad abbrutimento e sopraffazione)? E - ora ritorno all'incipit - mi chiedo se questo non distingue l'atteggiamento del cittadino, che non ferma il suo tempo, non lo spende per seguire i tempi non suoi, o del conquistatore, che coi suoi mezzi piega e doma il selvatico (l'ho vista l'America dei bianchi, è tutta nel segno di questa lotta). Certo si può fare anche qua, la città che conquista la campagna: trattori, motozappe, motoseghe, sono i suoi loschi quanto irrinunciabili ambasciatori - se è poi possibile dominarli (e se non ti sbranano loro, giusto per dire da che parte stanno oggi i mostri).
Invece, ecco una differenza: se ti adoperi, se sudi e fai per cose che non sono altro che un modo per innestarsi, per intrecciarsi con il mondo naturale e selvatico, ecco che devi tenere curati i vialetti, le scorsaline, la soglia di casa, le gronde, le tegole, e tutte le mille altre incombenze non sempre di evidente necessità che ben conosce chi abita la campagna con cognizione. È un lavoro infinito, e da cui nei secoli è nato il paesaggio europeo. I selvaggi romantici invece (mi sia consentito chiamare così chi dà priorità all'intimità con la Natura), rinunciano a tutto questo, accettano la vita in tenda e le brinate notturne, così come in Europa facevano e fanno gli eremiti, santi e meno santi. Ridursi allo stato di selvaggio ha il suo fascino, ma richiede una dedizione totale.
Riassumendo, non vedo altre possibilità che queste: sottomettersi, o dialogare (faticosamente), o sottomettere.

Posto che per sottomettermi ho ancora troppe velleità (la mia cittadinità di cui resto fieramente pervaso), solo così, accettando il sudore e l'idea del dialogo laborioso, posso vivere in campagna, tra mugugni e magagne. Altrimenti, come si dice, in campagna ci dormi e basta, non ci vivi. Ma poi questa scelta,  se da un lato risulta costosa e difficile, dall'altro è estremamente remunerativa, perché senza toglierti il confort (concetto da noi sconosciuto fino agli anni '50, in Italia c'erano solo agi e ozi, roba da ricchi!) ti dona le stesse aperture (anche se di molto ridotte) dell'eremitaggio: solo così vivi in vicinato (invece che con le fabbriche e i magazzini) con gli animali, anche quelli minuscoli (e dentro casa, dagli scorpioni ai polverini vari), i funghi e le erbe, i sassi e i muschi. Solo così vedi le stagioni le foglie e le nubi, prendi l'acqua, il sole e l'umido, incontri esseri che vivono nudi (allo stato di natura, si diceva anche),  in breve ti dimentichi della tua pretesa d'eternità e rientri nell'ordine del mondo. Ordine (cosmico) laico, il mio, sia chiaro. Siamo qui e domani non ci saremo, è poco ed è sicuro, ma il senso delle cose, l'unico, possiamo trovarlo nel farle, il gusto i cibi ce lo danno quando li abbiamo in bocca, sulla lingua. Eppure spesso quando si mangia ci si dimentica di assaporare. Come se mangiassimo prima, con gli occhi, o con la mente. La mia ricetta è molto semplice, e per nulla nuova: se fai fatica, se la cosa ti richiede impegno, alla fine la gusti. Niente a che vedere con il famoso bicchiere d'acqua bevuto da Celentano (lì sta l'errore della generazione dei nostri padri, politici ecc., dire cose facendone altre), su un palcoscenico davanti a milioni di telespettatori: quell'acqua non ha sapore, è una degustazione psichica, ideologica. Buonissima (voglio essere paradossale) invece quella di Messner, per lui che ha affrontato cose che non riusciamo nemmeno a immaginare (ma non per il consumatore, per il quale  è soltanto un invito alla suzione abbagliante e smodata, lo so). O invece, per tornare a noi, alla degustazione del contadino (anche dilettante); quando si rientra in casa, pieni di terra graffi e ragni, dopo aver conquistato il piccolo senso della propria  giornata, la bocca riarsa e la maglia sudata. Tutto si scioglie, in quel bicchiere d'acqua.

(Le foto sono di novembre - la cucina da campo con servizi è della Nat, come la parete di paglia, nel giorno della chiusura invernale) 



mercoledì 14 novembre 2012

Bollettino n. 36: Aggiornamento e qualche foto


L'autunno è maturo, il bosco ormai fradicio e la stufa funziona a pieno regime. La mattina il sole sorge giallino e la giornata è breve. Di queste cose mi accorgo quando torno dalla città, con più forza, perché ogni volta devo riconquistarmi il diritto di stare qui. Le mura sono fredde, i gatti affamati, cambio i vestiti e gli orari, e in realtà anche l'alimentazione. Due tre giorni, e mi assesto. Riprendo i lavori, riprendo a suonare qualcosa. Esco poco, vedo pochi, cerco di portarmi avanti col lavoro, che ce n'è sempre una montagna, sia intellettuale che fisico. Sto preparando un libro sugli alberi, sono pronti, spero per Natale, due libretti di carattere uno "letteratura agreste"  e l'altro "Storie dal XXI secolo", più naturalmente un nuovo libro sulle api, da presentare alla fiera di marzo.
Tutto questo dovendo occuparmi (male) anche della comunicazione e distribuzione, perché Basilio mi aiuta moltissimo con il magazzino e le spedizioni, ma tutto il resto dipende ancora da me (salvo la Grafica!). E vorrei che così rimanesse, perché non ho mire espansionistiche, anzi se mai riduzionistiche (spero, un sospetto, che il benevolo lettore abbia ancora sufficiente fiducia in chi scrive per sorridere a queste ironie, senza prenderle per svarioni, visti i tempi in cui si naviga), vorrei fare sempre meno, ma meglio, e che la gente lo capisca. In soldoni, fare pochi libri ma venderli tutti. Ahah, davvero spiritoso.



Ogni volta che torno dalla città mi tiro fuori, così come ogni volta che ci ripiombo (altra ironia lessicale) ne vengo fagocitato e perdo prospettive, cieli e distanza. In città è tutto stretto, appiccicato addosso, ansiogeno. Qui in campagna puoi crepare di solitudine, tra l'indifferenza dei selvatici, ma almeno puoi cadere bello e disteso, lo spazio non manca. Dalla città vengo con carichi di preoccupazione, dopo aver visto, contro ogni mia volontà, spettacoli indecenti (a piene mani - ci sono anche qui, chiaro, ma la tossina umana è parecchio diluito e non risulta altrettanto letale), raccogliendo per fortuna il miele di chi mi vuol bene e apprezza - pochi ma buoni, come si diceva. Ed ogni volta li incito, venite a trovarmi, venite a ritrovarvi, non che Mo possa fare miracoli, ma andarsene dalla città, cambiare aria, anche per un paio di giorni, può fare bene. I milanesi ben sanno di che parlo, loro vivono per necessità il weekend come valvola di sfogo, ricarica pneumatica (in senso alto), necessario per rigettarsi nel Mar Asma. Ecco, immaginino, un we permanente - non è incredibile?



Certo il 2012 è stato per molti aspetti un bell'anno di merda, iniziato e finito tra dolori e fatiche, posto che siano finiti. È come se ci (mi) avesse fornito un assaggio di quel che mi aspetta, una prova generale, e forse si potrebbe anche teorizzare un inizio della fine (anche se, come dicevano i saggi un tempo, l'inizio è certo nell'esser nati). Restano spazi di manovra, siamo nel fango, le ruote slittano, ma ancora si riesce a governare, a tirarne fuori la ghirba. A maggior ragione dunque, conviene godere di quel che c'è di gustoso, la famosa ciliegia (o fragola, chi ricorda più) sopra al precipizio. Volendo ben vedere di ciliegie di questo genere ne ho fatta una scorpacciata, e non me ne dispiace certo, perché davvero sono le più saporite. È il prezzo che si paga per gustarle... Per dire: qui ci siamo fatti una scorpacciata mai vista di funghi, quando si credeva che fosse ormai tardi, in dieci minuti ne abbiamo trovati un cesto pieno, in marroneta, il giorno che con la Orni (è lei la Grande Trovatrice) siamo andati a salutare la Gabri che raccoglieva i marroni; quasi che la Natura volesse farci capire io prendo e io dò, l'estate è stata secca, e ora voilà, faccio come mi piace, i più bei funghi che abbia mai visto, tutti sanissimi - chi c'è c'è e sarà servito come un re. Bisogna saper aspettare pazienti, saper cogliere il frutto, non come nella società dell'uomo, che lavori lavori e tutti ti dicono bravo, ma poi i meccanismi sono tali e talmente intricati che è impossibile cavarne di che campare, non restarne schiacciati. Di riffa o di raffa, tutto scade prima che tu te ne accorga. E tocca pagare la mora. Eppure la verità potrebbe essere un'altra - fate la prova, ieri ho ammollato dei ceci scaduti: stanno germogliando... tutti! 
Nella società degli uomini i conti non tornano mai, ci sono sempre delle trattenute non dichiarate, non previste, non annunciate, e quello che  resta è quanto basta appena per tirare avanti (e ancora non so davvero). Di per sé niente di male, non fosse che ci sono quei ladroni istituzionali che si succhiano tutto, e ci costruiscono grattacieli e mastodontiche porcherie inutili e anzi dannose, con il sottratto alla tua fatica.



Dico così perché uno arriva qui, in luoghi eremitici, e si illude di potersene scappare via da certe cose, e riempirsi gli occhi di altre, e invece, proprio qui sei più vulnerabile: qui, se ti si rompe la macchina sei davvero fregato, in città puoi sempre trovare alternative. Qui non gli amici ma loro ti vengono a trovare, perché la luce l'acqua e tutto il resto - sotto forma di pecunia e suoi legami - ti viene amministrato, secondo canoni che non sono gli stessi che adotti tu (come lo taglierei volentieri quel filo che attraversa la mia finestra!). Comunque esisti come vogliono loro - a meno di sparire. E quindi, resta l'ammirazione per tutti coloro che vivono la campagna in modo autarchico (e sono sempre di più) ma a ben vedere questa autarchia ha le gambe corte, perché senza appoggio, senza sostegno di amici, parenti, capitali, turisti, compromissioni che non voglio prendere in esame, la vita sarebbe ben dura (e lo vedo, in chi ci prova, che resta presto senza denti, se non senza pane). Io vorrei continuare a potermi curare dal dentista che scelgo (e quest'anno m'è andata male). Insomma non illudiamoci, tagliare i ponti non è possibile se non per fare la fine del cretino di Into the wild (il film tratto dal libro di Krakauer).
Vabbe' la tronco lì, non vorrei che apparisse una lamentela, in realtà è soltanto uno sguardo disincantato sul mondo della pianura visto dalla montagna. In realtà avrei anche molte altre cose da raccontare, e anche splendide, tutta l'estate, il primo autunno, anche in America sono stato! Forse nei bollettini successivi, se riesco a recuperare un ritmo, vedremo. L'importante era ripigliare a raccontare, poi si vedrà.



Le foto (come al solito se cliccate si allargano) scure di questo bollettino sono scattate dalla finestra della camera da letto, lunedì 12 novembre. I colori sono dovuti in parte al paesaggio, in parte alla bassa esposizione e al tramonto sopra le nuvole, che irradiava il riflesso del sole calante sulla valle come un grande ombrello rosso... insomma, di questi tempi occorre dire che non ho ritoccato nulla. Le altre due chiare sono invece del 30 ottobre, quando è venuta quella prima ondata di maltempo a dirci che l'estate era finita. Stavo spaccando la legna e il cielo si è aperto all'improvviso mostrando queste meraviglie biancoverdiazzurre, così sono corso a prendere la macchina fotografica.