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martedì 2 aprile 2019

«Non soltanto le persone sono mortali, lo è anche il mondo in cui hanno vissuto» W. Schmidbauer




«Ma non soltanto le persone sono mortali, lo è anche il mondo in cui hanno vissuto. Talvolta questo mondo muore più velocemente di loro, e allora queste, quando vi ritornano, non si ritrovano più nel proprio posto. Da bambino avevo spesso creduto, in mezzo ai profughi di guerra e ai rimpatriati, di essere uno di loro. Ora ero ritornato a quello stato d'animo: quella che avevo creduto esser la mia Heimat era perduta».

Chi ha concluso con queste parole (che trovo estremamente attuali) il suo libro Eine Kindheit in Niederbayern, nel 1987, è Wolfgang Schmidbauer, scrittore e psicanalista tedesco, di cui sto preparando la traduzione di un altro libro, uno stupendo documento, raro e prezioso per chi come lui e me ha scelto di abitare una casa nei boschi del Mugello, Ein Haus in der Toscana, del 1989. 

Oggi che chiudo questa lettura (me l'ha consigliata lui, per meglio comprendere quanto sto traducendo), sulla sua infanzia in Bassa Baviera nel primo dopoguerra, è il 2 aprile: a Montaonda è primavera, e nel bosco vedo ovunque in bella evidenza, prima della comparsa delle foglie, i fiori della vegetazione a terra, la pelle viva e splendente del bosco ancora nudo, mentre qua e là si aprono le prime evanescenti nuvole dei ciliegi in fiore.


E questo - il pensiero scaturisce dal confronto tra il testo che ho riportato e il paesaggio che vedo fuori dalla finestra del mio studio - forse è una risposta alle parole di Schmidbauer, in fondo un altro possibile senso, mai immaginato, dei fiori che mettiamo nei cimiteri: non l'omaggio reciso, il sacrificio di Adone, ma al contrario l'offerta della bellezza che, proprio come una corolla, non è soltanto passione effimera ma nello stesso tempo è apertura e affermazione del ciclo della vita. (Mica tanto originale, lo so, ma non di meno: potente!)

Foto: Dama d'aprile – scattata il 13 marzo 2019 
(il senso della Dama in questo contesto: a voi scoprirlo - voglio solo suggerire che di solito nella boccia di vetro la neve è dentro, sopra il modellino in miniatura, mentre qui è fuori, e anche l'immagine della casa, riconoscibile dal comignolo è fuori - dentro la dama, lo zen impedirebbe di spiegarlo, invece c'è il vuoto).

venerdì 23 marzo 2018

La porta di casa (dove tra gli altri si parla anche di Musil, Dante e Gide)



La porta di casa, intesa come soglia che mette in contatto due mondi, quello intimo e protetto con quello universale e avventuroso dell'esterno, mi ha sempre affascinato, come mi affascinano in genere tutte le porte. Non so per quale motivo adoro mettermici di traverso, con la schiena contro lo stipite, a guardare di qua e di là, nei due locali, nelle due porzioni di spazio che lì s'incontrano e separano, cercando sempre, dove si dà, di cogliere con l'occhio l'infilata degli altri locali.

Più di vent'anni fa Renata Colorni, da poco ex-adelphiana e direttore dei Meridiani Mondadori, sicuramente sopravvalutando la mia esperienza di traduttore/editor mi affidò la revisione della traduzione che Ada Vigliani stava facendo de L'uomo senza qualità di Musil. Il libro, che avevo già letto appassionatamente a diciott'anni nella splendida traduzione di Anita Rho, mi catturò ancora, e ben più a fondo. Forse dalle prime pagine, dove Ulrich compare alla finestra, osserva un incidente stradale (mi sembra fosse un uomo messo sotto da una carrozza, o una macchina, che a ripensarci oggi mi pare un incipit grandioso e premonitore come quello di un classico greco, mettiamo Plutarco). Nel libro mi colpì la forte presenza di particolari architettonici (era la Vienna di Loos in fondo) e cominciai ad annotare su un quaderno tutte le ricorrenze nel testo di parole e situazioni indicanti porte e finestre. Si trattava spesso di descrizioni rapide, ma a volte incorniciavano momenti affatto importanti. Avrei voluto farne un saggio, in stile inconsciamente benjaminano-magrisiano, dal quale - ero ancora impregnato di strutturalismo - risaltassero aspetti rivelatori della narrativa musiliana. Mi arenai. Alla revisione, messo di fronte mia inadeguatezza, fui costretto a rinunciare, ed entrai in una delle fasi di depressione più profonde della mia vita (non solo per quello, ci mancherebbe).  
Da allora non ho perso l'abitudine di osservare  porte e  finestre, fotografarle, raccontarle in annotazioni sparse, finite in diversi cassetti, veri ed elettronici (proprio come il secondo volume de L'uomo senza qualità, disseminato in ventimila foglietti ingovernabili; pur non essendo il mio, con le mie poche righe, minimamente paragonabile al grande e malinconico, geniale fallimento di Musil).

Ora vedo che in quell'attitudine alla contemplazione di porte e finestre si celava forse una ritrosia che semplificando posso chiamare indecisione a varcarle ed entrare in un mondo che fosse solo mio (e uscire da un altro in cui mi ero trovato fino a quel momento). Cosa che fu poi costretto a fare l'anno dopo, dopo la morte di mio padre quando, a 36 anni, steso su un lettino, fui spinto attraverso la porta di una sala operatoria, per un intervento a cuore aperto. Varcare quella soglia fu un'esperienza iniziatica (io ne vedevo soprattutto il rischio esiziale), certo uno dei maggiori tremori della mia vita. Lì mi si riparò questo difetto di flusso circolatorio e carica vitale. Uscitone risanato, il sangue riprese a scorrere con il giusto vigore e io imparai ad afferrare la mia vita, meritandomi finalmente il mio cognome, senza più restarne sulla soglia (o facendomi timorosamente accompagnare per mano da altr*). Forse anche Dante, m'accorgo ora, pativa della mia stessa sindrome, viste le molte soglie presenti nella Comedia, viste le guida cui spesso ricorre, e in particolare la donna, schermo di una vita vagheggiata e non vissuta. Fatto sta che dopo essermi fatto squarciare il petto e riassettare il cuore (più prosaicamente potrei dire: dopo aver capito che la vita è una e conviene viverla), nel giro di qualche mese presi decisioni drastiche che mi aiutarono a inaugurare una condotta che, pur tra persistenti difficoltà ed errori, decisi di riconoscere per esclusivamente mia.
Come? Separandomi da una compagna, carissima ma con cui non riuscivo a stare al passo, e comprando un appartamento in città (con l'eredità paterna e un bel mutuo), tornando nel ventre di Milano, in un appartamento vuoto di mobili ma di cui ricordo con estrema precisione le diverse porte, stipiti e  finestre.

Tutto questo sproloquio forse perché ora mi sono accorto che a breve corrono i vent'anni di quell'intervento (22 di aprile), e per introdurre la consueta riflessione su Montaonda, nella fattispecie, come anticipato nel titolo, sulla porta di casa.
Nei condomini moderni ci sono nato, e ho abitato anche quelli di cemento prefabbricato, le Betonplatten di Berlino e poi, di nuovo a Milano, una casa vecchia d'un secolo e quasi di ringhiera. Lì la porta non dà sull'esterno: prima c'è un corridoio d'uscita, di lunghezza variabile, sorta di antro imbuto intestino e utero del palazzo (alla Fritz Kahn, alla Franz Kafka, alla Louis Kahn), che dalla porta dell'appartamento, dietro la quale possiamo starcene "in mutande", sbocca in uno spazio intermedio, ombroso, che risalta così bene (oppostamente abitato) nei film anglosassoni o napoletani, dove succedono cose (o non succedono), e rappresenta una società di convivenza assimilabile in qualche modo alla famiglia allargata, al borgo, al piccolo paese, tutte strutture sociali che nelle metropoli - per esempio Milano o Berlino - non esistono. Nella metropoli la gente non si conosce, e tutt'al più, ma non sempre, scambia un saluto sul pianerottolo o in ascensore (e poi silenzio a guardare le porte, la plafoniera o pulsantiera in alluminio satinato). Il singolo è gettato contro la massa (come in Autodafé di Canetti, non sarà certo un caso).


Ecco: qui a Montaonda, la porta di casa, senza corridoio ma anzi con una bella lastra di vetro trasparente (prodigi della tecnica inimmaginabili ai tempi di Musil) la porta-finestra dà su un prato: per terra due lastre di pietra appena oltre la soglia, su cui battere i piedi infangati, da spazzare preferibilmente la mattina, e poi il prato, i muretti, l'essiccatoio, gli alberi. Vi rendete conto? Il prato! Senza soluzione di continuità. Il singolo è gettato, ma direttamente alla natura! Niente società! Proprio come la capanna di Thoreau, libero! (Certo, di sgrondarsi bene i piedi dalla mota!) 
Per questo nei miei post ci sono sempre tutti questi animali, grandi e piccoli, striscianti camminanti o volanti, c'è questa prossimità biodiversamente sorprendente. Non con altre famiglie di umani ma con esseri che davanti a casa - un metro! - passano e vivono (e cagano), immersi nel loro mondo, wow-wow-wow, la wilderness! Accidenti. Non devo andarla a cercare: ci sto nel mezzo, è il mio palazzo, la mia famiglia, la casa di tutti. (Già, ma io ho la porta, e almeno quella posso chiuderla o aprirla, e la tengo sempre chiusa, con l'aria che tira quassù, sul crinalino!).


p.s.
Ogni porta è un varco, indubbiamente, e come non ricordare quella Porta stretta di Gide? 
E poi: in fondo anche la valvola mitrale è una porticina del sangue, che si apre e si chiude a ogni battito del cuore: la mia si era allentata sui cardini e non chiudeva più bene, il sangue indugiava, avanzava e ritornava indietro. L'hanno riparata, e funziona come un orologio, perché sempre avanti bisogna andare. (Un pensiero, solo un pensiero, rileggendo, corre per fratellanza e simpatia a Gesualdo Bufalino).


martedì 13 marzo 2018

Cincia e la scoparsa degli animali dalle città

Buongiorno, buon anno e buona primavera, anch'io mi rifaccio vivo: la voglia è di riprendere a dire parole mie. Non sarà facile, dopo un anno passato a confezionare parole altrui. Lasciamo parlare per primi gli animali, allora, che sempre più spesso esprimono parte dell'animale che tutti noi siamo. Cominciamo con Danko, che è passato a conoscermi, mentre i suoi cugini lupi nei giorni di gelo si facevano ammirare alle Calle, nella valletta di fianco, proprio sotto il passo del Muraglione (pare che gli appassionati dalla terrazza del Cavallino li osservassero a proprio agio con il binocolo). Danko sembra a proprio agio con i libri Montaonda, sembra avergli trovato un buon impiego.


La mattina qui a Montaonda, quando dopo colazione vado in bagno a lavare i denti, vedo di fianco a me alla finestra una cincia che cerca di entrare. Non so se negli anni sia sempre la stessa o siano altre, ma sembra proprio bella decisa, a cercare un varco nella parete trasparente. Sembra una cinciarella, se wiki non mi inganna. Il tempo di andare di là a prendere il cellulare per fotografarla, e non c'è più. Tornerà domani. Anche quando stavo ad Aizurro, la casina nei boschi della Brianza dove abitavo negli anni '90, c'erano regolarmente degli uccelletti del bosco che cercavano di entrare dalle finestre, ma lì la casa era ricoperta d'edera, per cui le finestre davano proprio l'impressione di antri grotteschi. Dopo averne trovati un paio stecchiti sul davanzale, per avere cozzato con troppa violenza con la testa, ci eravamo procurati delle sagome nere di predatori, quelle che si vedono sui vetri delle autostrade, per tenere lontano gli uccellini.
Qui accosto ci sono un paio di cipressi, e la casa è di pietre, quindi forse ciò basta a fargli credere di poterci fare il nido. Comunque non cozzano, cercano di entrare frullando le ali. --->


Ieri ho visto anche il merlo, ritorna dopo l'inverno; quando fa freddo qui intorno di volatili si vedono quasi solo il pettirosso, le ghiandaie (belle le loro planate autunnali) e le cornacchie. In primavera ed estate si vedono anche l'upupa, col suo bel pennacchio arancione e bianco da clown, e il picchio verde. Ogni tanto passa qualche gazza, e in alto, nel cielo, gli aironi che abitano al laghetto e le poiane, dirette su rotte aeree al Falterona.
Piano piano, col passare degli anni, sto cominciando a riconoscerne qualcuno degli uccelli. Le cincie sono facili, col capino nero e la livrea verdina. Ci sono anche dei micropasseri, che non so cosa siano. Li vedo dall'altro lato, a mattino.
La riflessione è che un tempo gli uccelli erano parte importante del mondo delle relazioni animali dell'uomo, era anche diffusa l'abitudine di tenerli in casa, spesso li si addomesticava.
La straordinaria storia del passero Filippo (www.youtube.com/watch?v=UfM2Iy9X-z0) me l'ha raccontata Sasha, nel 2011 (credo) ho avuto la fortuna di sedere di fianco a lui a un pranzo di un convegno di animalisti dove presentavo il mio libro sul roadkill, Danni collaterali. La sua, di un uccellino che da cinque anni condivideva ogni momento della giornata con i suoi due amici umani, mangiando e dormendo appiccicato a loro, ci sembra una storia incredibile perché non siamo più abituati a pensare gli animali come individui con un cervello, una rete relazionale e sociale, ma principalmente come figurine e personaggi di cartoni, o come cibo o specie da tutelare. Siamo diventati proprio scemi. 


Invece tutto questo si riconnette a una tradizione minoritaria ma ancora viva, quella di persone che condividono la propria vita affettiva con animali liberi, che ora esiste soltanto in maniera sporadica, nei cosiddetti rifugi o presso gli amanti degli animali, mentre una volta era diffusissima. Molti bimbi della campagna avevano un animaletto di compagnia, tipo un coniglio (salvo ritrovarselo nel piatto, come è capitato ad Ange), mio padre mi raccontava che da ragazzo aveva addomesticato (si diceva così) un merlo.
Dove volevo arrivare? Al fatto che in città gli unici animali che si vedono liberi sono: piccioni, cornacchie, zanzare, topi. Quando invece ero ragazzo al QT8, periferia appena strappata alla campagna, c'era una quantità di vita pullulante che faceva impressione. Nel prato del condominio (foto sotto) era pieno d'insetti, e quando pioveva anche sul campo giochi e sulle strade d'asfalto bisognava fare lo slalom tra i lombrichi  grossi lucidi e rosei che comparivano dappertutto. Oggi è il deserto. Non si vede una formichina, non una farfalla non una mosca. Non so se siano le irrorazioni contro le zanzare, fatto sta che la biodiversità in città è un sogno dell'uomo, la primavera è del tutto silenziosa. Tolti gli insetti, restano solo gli animali che si cibano di rifiuti. Quando ero ragazzo ogni volta che scuotevo la tovaglia dalla finestra (della cucina, da cui ho scattato la foto qui sotto) arrivava subito una frotta di passeri, come se avessi sventolato la bandiera "pranzo servito". Ora di passeri non se ne vede più da anni.


L'amico Paolo Faccioli, insieme a diverse entità tra cui l'Università di Bolzano, sta dando vita a una iniziativa assai articolata sulla vita selvaggia in città (nome: Selvaggio Urbano). Lui, mi piace immaginare, ha iniziato diversi anni fa liberando una trota viva che aveva comprato dal pescivendolo (un episodio che  racconta in Dall'altra parte dell'affumicatore).  Io dalla città, non silenziosa ma rumorosa ormai solo di mille motori, sono scappato - non per stare in mezzo agli animali ma per essere animale io (recuperare anima, in questo senso). Qui gli uccellini continuano a bussare alla finestra, e gli scorpioni mi fanno la posta sui muri. Tante ragnatele, formiche, mosche, ma anche tanta vita, senza dover far nulla per andarla a cercare, tutto avviene con naturalezza, anche sui miei jeans, mentre leggo all'aperto.
(A seguire)


domenica 29 gennaio 2017

Scoiattoli a spasso, nei giorni della merla





Scoiattoli: quanti ne avete visto da vicino, nella vostra vita? Io un certo numero, forse data anche l'età, o le frequentazioni. Comunque era un po’ che non ne vedevo, qui a Montaonda (dopo la foto di quello beccato con una noce tra le zampine che correva sui fili intrecciati della luce - sarà in qualche post dei primi anni). Forse da quando mi sono trasferito da questa parte della casa, quindi tre anni compiuti proprio in queste settimane. E forse due insieme che giocano a inseguirsi attorno al tronco di un albero non li avevo mai visti. Chi si ricorda. 
Stavolta, alzando gli occhi dal computer, ho avuto tutto il tempo di recuperare la Nikon, che tengo pronta per simili occasioni (ricordate i caprioli, no?) dal cassetto sotto il tavolo di lavoro, e beccarli, scattando almeno una decina di volte. Il bello degli scoiattoli è che fanno movimenti rapidissimi e poi si fermano, come per mettersi in posa. Una goduria. Sembrano ancora quelli marroni, italiani, quelli che capita di vedere ogni tanto altrimenti immortalati sull’asfalto, schiacciati dalle macchine (sono talmente rapidi quando ti si buttano sotto che hai voglia a frenare, rischi di andare a sbattere (per fortuna credo di non averne mai beccati). 
In questo sono identici ai loro cugini americani, i "cani delle praterie", che si affollavano ai bordi della (statale? Highway?) 66 in California, che al tramonto sembrava giocassero a chi schivava le auto, come surfist incoscienti (negli unici due giorni che ci sono passato, da quelle parti),  con la bottiglia di birra in mano, in caccia di adrenalina.

È segno che l’inverno è già finito? Boh. Ci sono ancora chiazze di neve negli angoli bui, ma certo che il sole qui scalda, sono le nove e mezzo e stamattina presto eravamo attorno allo zero. Quindi, ancora una volta sfatata l’idea del letargo: i due ragazzi si sono fatti un bel po’ di ginnastica, inseguendosi su e giù per il tronco e i rami.
Certo loro sì che si sanno arrampicare sugli alberi - sono delle schegge, soprattutto in discesa, si vede in queste fotine, si aggrappano quasi come pipistrelli - in fondo, saranno cugini anche loro, no?
Chi di ginnastica non ne fa sono io: copertina sulle ginocchia, mani inchiodate alla tastiera, almeno per un paio di settimane non mi posso muovere, lavoro a due libri in contemporanea. 
Con grande dolore perché:  1. si vive una volta sola e 2. sono giornate bellissime, me ne andrei volentieri a spasso a bighellonare sul Falterona ghiacciato. 
L’unica attività fisica, eccettuati i movimenti di occhie polpastrelli è spaccare qualche ceppo di legna (stando ben attento a non stirarmi i muscoli come è successo l’anno scorso, che sono rimasto bloccato fino all’estate dall'orribile capsulite). A proposito di alberi, oggi che è domenica abbiamo anche fatto a pezzi un vecchio sambuco crollato, un alberello stento di cappello del vescovo, un pero ormai secco e spaccato e un pruno spinoso.





giovedì 22 dicembre 2016

Zitto Zuppa Zappare


(Questo post nasce come contributo per CRT “In busta chiusa”: loro mi hanno dato le tre parole del titolo, io ho messo le altre)

 
Zitto
Zuppa
Zappare

Come oggi con questa busta chiusa, negli appelli quasi sempre sono stato l’ultimo (rari i casi diversi: ricordo con sollievo gli anni di liceo in cui dopo di me c’era Lucia Zei) e questo forse mi ha portato fortuna. Difficile essere interrogato, difficile essere notato – se proprio non lo volevo. E da parte mia restavo volentieri zitto.
In effetti mi piace più ascoltare che parlare, e ho anche avuto modo di notare che quando parlo spesso qualcuno ci trova da ridire, e quindi appena posso lo evito. E quando devo, parlo poco. Ultimamente devo di più, perché mi capita di dover “tenere banco”, ma anche quando parlo in pubblico cerco di farlo stando zitto. Ovvero dicendo cose che parlino loro, e la mia parola sia soltanto un riferire e accostare, presentando sintesi di detti altrui, da cui far scaturire opinioni – non mie ma di chi ascolta. Vorrei che insomma quel che dico fosse suggerito, stimolo all'ascolto, ricerca e verifica, confronto. Tanto più ciò avviene da che divento sempre più sordo: spesso non sono in grado di rispondere alle domande. Me ne sto zitto dunque, e, se posso, scrivo. Scrivere ha grandi vantaggi, anche se può parere anacronistico in un’era di neo-oralità difendere la scrittura, che non disturba e non obbliga: per leggere (tanto più oggi) ci vuole un atto di volontà. Anche se la scrittura è debole, e non si difende, se viene usata male –abusata- e a volte ci rovina (penso ai mille contratti firmati ma non letti), usata da malintenzionati. Vere truffe avvengono con la scrittura, quotidianamente, e non parlo di soldi. Di qui la diffidenza del contadino. Ma io invece intendo, e anche in letteratura. Eppure, resto  convinto che la scrittura in sé sia magia pura – ieros gliphos - scultura sacra - il dolo sta nell’attuatore. Carta canta, se ci pensiamo questo conciso ossimoro è stratosferico. Per me è un po’ così: scrivo per cantare, anche se sto zitto, forse perché esco da un’infanzia di stonature (che c’entra, direte? Ho sempre pensato che chi canta deve arrivare a modulare una “voce sola”, nel senso che o ha una voce originaria, spontanea e naturale, che sa dove andare, e allora tanto di cappello, oppure deve educarla e educarsi al punto di riunire e armonizzare la polifonia naturale che tutti abbiamo dentro appunto in una sola voce – io non ci sono ancora, mi aggiro sperso nei meandri delle valli dell’eco, di me e degli altri, della perdita e del ritrovamento di entrambi – sordo, sono ancora per buona parte dentro al labirinto).
La scrittura  permette di isolare le voci, stratigrafarle, di seguirle una per una, senza fare troppi danni.

Zitto e mangia! Adoro la zuppa, da quando sto in Toscana ho preso l’abitudine di ammollare il pane raffermo, addirittura ribollirlo per farne mille zuppe diverse, da quella fredda che si chiama panzanella (estiva, e neanche zuppa, perché il pane viene strizzato e si mangia poi fredda, come un couscous) a quelle calde tipo ribollita o pappe varie; ingrediente principale è il pane secco, ma ci vuole quello scipo senza sale, altrimenti 'un viene uguale. Si tratta di cibi sovversivi (checché ne dica padre Bianchi di Bosa), pastoni per gli animali che siamo, ritorno a capo chino a un mondo contadino di penuria, in cui non si buttava nulla, il pane era troppo prezioso per darlo alle bestie. Oggi i panettieri offrono in regalo ceste di pane del giorno prima e conosco diversi che passano a raccoglierlo, stipato nei sacconi di carta delle farine, per darlo agli animali (dicono, ma volte ci trovano dentro anche schiacciate, pizze e croissant, basta scaldarle un attimo in forno e tornano fragranti - roba del giorno prima, dico).
Ma poi è anche bello pensare che zuppa vuol dire fradicia, intrisa fino alle ossa, come può capitare a una camminatrice sorpresa in montagna da pioggia a dirotto – a me quante volte è successo, la sento l’acqua come una forma particolare di condivisione con l’aria che mi bagna, e con le persone – sono zuppa d’amore potrebbe dire un’innamorata – sono zuppo di questa cosa (noi si diceva anche “zeppo”, che ci somiglia molto, anche se questa parola indica più una misura piena che un intridersi, una pervasione).


E veniamo allo zappare – zappe ne conosco un po’, da quando ero ragazzo e manovravo quelle di casa paterna, soprattutto gli zappini nell’orto della prozia, ma anche ora ogni tanto (foto1) da quando sono andato ad abitare vicino alla terra (nel senso che quando esco di casa non c’è l’asfalto, ma proprio un pratino verde di trifoglio, terra sterrata e tutto il resto).
Pare ora che la zappatura, secondo Fukuoka, padre della permacultura, sia una pratica inutile e devastante il suolo, e forse ha ragione. Perché svellere le zolle di terra, perché asportare la pelle dal terreno, e coltivare su una ferita aperta, la terra nuda e essiccante sotto il sole? Non è forse più rispettoso mettere a coltura le piantine sotto il sovescio, senza pretendere di creare l’orto, lasciando alla natura il resto? Ma noi dobbiamo mangiare tanto, e quindi? Quindi si zappa (che tra l’altro, tra tutte le operazioni del contadino resta una delle più faticose, di quelle che proprio spezzano la schiena). Io, per me, preferisco lo zappino, che è un po’ il bisturi del contadino, mi porta più vicino alla terra e alle piante e la mia misura è l’orto non il campo, in cui mi perderei.

Appendice: Altre zappe
“La zappa sui piedi”, bello spettacolo di Andrea Pierdicca (si trova su Youtube) sull’introduzione dei pesticidi in agricoltura e la situazione attuale delle api.
“La zappa” (foto2) di Rocco Lombardi, un poster che gli avevo commissionato per combattere contro le pale eoliche. La frase era mia e il poster, secondo me, con la sua contrapposizione tra pale e zappa, tra mostro vorace e contadino piegato, è venuto bellissimo. Ma non è diventato un’icona del movimento antieolico: fa paura, mi hanno detto. Amen, due librerie lo hanno accettato e forse l’hanno ancora in vendita, Calusca a Milano, e Black Spring a Firenze.


“Zappatori senza terra (e senza padroni)”, (dulcis in fundo, è qui che volevo arrivare) era un movimento di ritorno alla terra degli anni ’70 e ’80, nella valle dell’Acquacheta, qui dietro Montaonda. Profughi della politica, frikkettoni in fuga dalla metropoli-droga, utopisti dell’alternativa verde. Ce ne sono ancora un po’, di quei pionieri di allora, sono rimasti una sparuta minoranza ma hanno mantenuto vivo un movimento interstiziale (così lo chiamo io), che andava a occupare gli spazi abbandonati delle campagne sui monti, dove di case e terreni non gliene fregava più niente a nessuno (oggi c’è chi prova ancora, ma è tutto molto più difficile). Non hanno vinto ma non hanno neanche perso, si sono vissuti una vita cocciuta, come gradiva a loro. Con alcuni di questi “ritornanti” ho rapporti duraturi, sono persone quasi normali (e chissà quante ce ne sono sparse per monti e colline d’Italia). Gli Zappatori senza terra sono nati prima degli Elfi, degli ecovillaggi, del cohousing e di tutti gli altri. Erano “quelli delle comuni”. Nella foto 3, si vedono 4 di loro sono in Piazza San’Annunziata a Firenze, dove è nata la Fierucola, il primo mercatino biologico italiano (tutt’ora esistente). C’è anche un libro che racconta la loro storia (in maniera un po’ univoca mi hanno detto loro), mi piacerebbe ripubblicarlo (integrandolo, o addirittura farne un altro). C’è diverso materiale online, il mio consiglio a chi fosse interessato è sfogliare la rivista underground Lato Selvatico, e tutto quel che si trova sotto “Selvatici” (altro che Scurati Moresco Funetta Ammanniti – l’alternativa al lutto c’è, ed è fiorita). Gli si aprirà un mondo (zitto, zuppo e zappatore: appartato ma presente in tutti i paesi occidentali, a partire dall’America dove si è innestato sui rami buoni del movimento alla conquista del West).


In Busta Chiusa, un progetto di Cartaresistente
Lettera Z di Luca Vitali
Illustrazione di testa: Davide Lorenzon

sabato 20 aprile 2013

Tra inverno e estate

  

Be', un tempo tra inverno e estate c'era la primavera, ora non ne sono molto sicuro. Anche qui se dieci giorni prima c'era la neve ora c'è un caldo quasi estivo (ma sta tornando il monsone?). Naturalmente tutto si sveglia di botto, e la foto qua sopra, scattata il 14 aprile fa uno strano effetto: sembra che Montaonda, con il suo ripido prato verde sia un'isola d'estate al centro dell'inverno (il crinale che sale al Falterona alle sue spalle). Il tempo - anche quell'altro - è scandito da un orologio impazzito: ho ripetuto la passeggiata dei "mostri" (il post precedente) e la "cappelletta" non c'è più, restano rovine umide e crollate, che pare la foresta equatoriale cambogiana. Confrontate le due foto, fa una certa impressione.


Intanto lavoro, continuamente lavoro, ho finito la traduzione del libro di psicologia e ne ho attaccato un altro, in cantiere già da tempo, quasi tre anni direi, questa volta mio, nel senso di autore-editore, dedicato al tree-climbing, un libro che raccogliendo interviste e contributi vari racconterà la storia di questa disciplina che è poi un mondo un po' particolare. Sono in fase di chiusura e speravo di presentarlo per i campionati italiani, ma me li hanno fissati troppo presto (17-19 maggio a Roma - se  capita che siete da quelle parti andate a vederli, sono particolari e anche spettacolari). Spero di fare in tempo a presentarlo per l'Arbor-Day, l'altra kermesse che si svolgerà in estate (cmq darò notizia).
E poi lavoro un po' fuori casa, col decespugliatore sto ripulendo dai pruni (spinuti e duri, la quintessenza della natura selvatica toscana) il vecchio orto basso, quello in piano (gli altri sarebbero sulle terrazze, quasi verticali, in pieno stile metropolitano), ereditato dal Bolletta, ma è una faticaccia (per me). L'idea era di cominciare a coltivarci qualcosa, e forse l'anno prossimo lo farò davvero (ma: dovrei anche fare un recinto nuovo, il vecchio è tutto caduto e rotto, infiltrato di rovi, rosa canina, biancospini e acacie (tutto puntuto qui, non serve il filo spinato in Toscana!)
Sto poi sistemando Montaonda2, ho comprato frigo e fornello (ma questo lo devo ancora montare), oliato il pavimento della stanza di sopra, insomma è quasi pronta per accoglienze estive (niente foto fino all'inaugurazione).
Alcuni ospiti permanenti dentro casa si sono risvegliati: gli armadillini in frotta (nella casa nuova sono decine, li raccolgo dal muro con un vasetto di vetro da cui non riescono a uscire, e li butto fuori). Ho visto anche uno scopione (in questa stagione!).
Ma soprattutto: in casa vecchia ho incontrato una vecchia conoscenza, un parente di polverino (ricordate? Post "Bollettino n.35", luglio 2012). È molto cresciuto, se quello era un bimbo questo è il papà (mamma?). Questo sembra un insetto adulto, e quindi invio la foto a Maria Elena Ferrari, che mi aveva gentilmente lasciato un commento indicativo, vediamo che mi dice, se davvero è un emittero coreidae, però ecco, la sabbia, che insisto essere polvere, raccolta nei locali di casa (ne avevo visti parecchi anche a MO2, l'autunno scorso, sui muri freschi appena pitturati) sembra essere il suo abito abituale (piacerebbe a Italo Calvino: Figure di sabbia era  il titolo di un libro che raccoglieva sui articoli vari)...


E per concludere, la stessa domenica 14, un eventone. Tornando a casa dalle prove dei Maggiaioli (io sempre con il mandolino, e anche se resta tantissimo da imparare a tratti comincio a divertirmi - suoneremo e canteranno a San Godenzo la sera del 30 aprile, e poi nelle settimane successive per i dintorni - se qualcuno volesse le date me le chieda), al guado di casa, ecco cosa ho incontrato, pacifici, e alle 10 di sera, una cinghiala con cinque cinghialini, tutti ammassati contro la grande pietra nera, a bordo della pozza d'acqua (poi cerco foto per il posto, che è bello e suggestivo di per sé). Erano un po' interdetti, dapprima la mamma s'è messa tra loro e la macchina, ma nemmeno lei sapeva bene che fare. Così ho avuto il tempo di prendere la macchina fotografica e, al momento di scattare,  ovviamente ho dimenticato di togliere il flash. Quello che si vede qui sotto (consiglio di ingrandirla cliccandoci sopra, è lunga il doppio) dunque non è un'allucinazione con maialini striati che volano in un cielo metropolitano, sono loro, i cinghialini con le gambette nell'acqua, in ordinata colonna di fuga, al di là dei riflessi del parabrezza...
Il giorno dopo era chiusura di caccia, e ho sentito cani e anche un paio di spari. Spero non tirassero a lei - ma chi può essere certo di non tirare a una cinghiala che allatta, vorrei mi spiegassero i cacciatori (magari poi oggi, che andando alle prove raccolgo il Mauri (tree-climber e cantore) proprio davanti alla sua officina, lo chiedo al Pelone, capocaccia e meccanico del paese).

p.s.
il titolo è una citazione - per chi la volesse cogliere - di "Tra veglia e sonno", un valzer (o mazurca) per mandolino e chitarra, assai famosa, su youtube ci sono un paio di esecuzioni di tutto rispetto.
p.p.s. La cifra, la linea nascosta, mi accorgo rileggendo,  di questo post un po' affrettato, messo insieme in una mezz'ora, l'etichetta è: cercare negli interstizi, essere interstiziali come risposta per la sopravvivenza. Siamo tutti braccati - insetti, animali, uomini - e nondimeno si vive.