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lunedì 17 dicembre 2018

Piccole montagne innevate

Con gli anni mi sono convinto che non c'è bisogno di andare chissà dove per guardarsi attorno e scoprire meraviglie (magari non proprio e sempre meravigliose, che non se ne può più, ma cose che parlino al nostro sentimento). Senz'altro esagero, e la mia mania di fotografare tombini difficilmente mi porterà mostre o premi, anche perché, da snob qual sono, non mi curo di fare foto belle, proprio come non mi curo più di scrivere testi belli. Il bello ormai se esiste dev'essere - almeno per l'estetica che ho personalmente maturato - un regalo casuale, un'epifania colta dalla mente. E quel che viene oggi vantato bello mi pare non essere altro che cosmesi a ricoprire la dilagata lordura. Diciamolo, non se ne può più di belle foto, almeno da quando esistono instagram e simili non-luoghi dove si raccolgono le immagini talmente incredibili da diventare ridicole e kitsch (il contenitore svela il contenuto).
Così il mio sguardo si restringe sempre di più, e presto tornerei a usare la Rollei di mio padre, se non fosse maledettamente difficile, lungo e costoso. Sono pigro, e imparare a cosa servono tutti i pulsanti e selettori della Nikon mi costerebbe troppa fatica (ci ho provato, ma poi dimentico tutto). Una foto mia vale soltanto come promemoria, un post-it, un "Zettel" (se posso usare la lingua dei filosofi).
Per cui mi accontento di scattare delle ipotesi, e le mie foto sono appunti, annotazioni da sviluppare altrimenti (nel pensiero, che è l'altra faccia della memoria, la mia vera camera oscura).
Il pensiero che sta dietro alla foto che propongo qui oggi è elementare: una spruzzata di neve mette in rilievo le trame del bosco, i sentieri e le forme della montagna, rivelando strade, dossi, salti e ripiani di cui non avrei mai immaginato l'esistenza (soprattutto nel bosco spogliato dal vento).
Per concludere voglio tessere ancora lodi a Cezanne, ricordando la sua mania di ritrarre la Sainte Victoire, montagna incantata, nella sua modestia, che merita il pellegrinaggio di chiunque ami le immagini, e ritenga come me le montagne, tra le mille altre cose che sono, immagini primordiali e fortissime). Io mi sono limitato ancora di più: per scattare non esco nemmeno di casa.




Post Scatto - Si tratta della stessa inquadratura di un disegno di Rocco Lombardi, preso da qualche decina di metri più in basso, che era passato di qui anni fa e ora mi è tornato tra le mani (la cosa curiosa è che pur avendolo lui fatto in agosto il disegno si presenta compatibile con la neve: solo le macchie nere del bosco sono più nette, a causa della coltre scura delle foglie).



venerdì 18 maggio 2018

Where are all the insects gone? Ovvero: lo sterminio degli impollinatori



Trovo un'oretta per tornare su un tema che mi assilla, ora che mi occupo di api selvatiche.
Settimana scorsa sono stato a Milano, come mi capita periodicamente. Il condominio dove mia madre ancora vive è lo stesso in cui sono cresciuto negli anni'60-70 e, apparentemente resta tale quale. Alcune cose in questi cinquant'anni però sono cambiate: il giardino, per esempio, ha piante bellissime, che se non venissero potate sarebbero ormai mature e possenti.
La cosa particolare però è che da un paio di stagioni - da quando mi occupo della condizione delle api e ora anche degli impollinatori in generale - noto che non ci sono più insetti. Metà maggio, giornata calda, ventisei gradi: il trifoglio è in fiore, rigoglioso. Osservo il prato per cinque minuti e non noto NEMMENO UN INSETTO che ci vola. Nessuno che ne raccoglie il nettare. L'inverno è stato freddo, ma anche a Montaonda: eppure lì è pieno. E non è la prima volta, ripensandoci, che me ne accorgo.

Come si sentirà, mi chiedo, il trifoglio? Come farà a riprodursi, se non riesce a produrre semi? E come lui chissà quante piante (in pratica tutte le fanerogame non anemofile, quelle che hanno bisogno di insetti pronubi, a cominciare dalle orchidee).
Vado a spasso con mia madre nel vicino parco Montestella. Niente, neanche lì: è vero, mi ripeto che è stato un inverno rigido e le gelate primaverili hanno probabilmente ammazzato larve e pupe. E che mangiano gli uccelli? Piccioni e cornacchie: avanzi. Altri uccelli? Boh, chi ne vede; forse anche per questo non ci sono più le rondini. Il fatto che nidificassero vicino alle abitazioni era forse la garanzia che ci fossero tutti gli insetti attratti dallo sterco degli animali. E ora? Vi siete mai chiesti cosa mangia una rondine? (forse è il caso di leggere Primavera silenziosa di Rachel Carson, uscito più di cinquant'anni fa...).



Faccio un giro al nuovo parchetto nell'area ex-Portello (quando ero bambino dalla fabbrica dell'Alfa Romeo uscivano i treni carichi di macchine nuove...). Guardate nella foto qui sopra di CasaMilan (!?) come viene gestito ora il verde nelle città:  già, perché come si riproducono ora le piante, visto che gli impollinatori non ci sono più? Nelle factories, le fabbriche biologiche di piante chiamate vivai, eccole qua, nate e cresciute senza conoscere un insetto (saranno piene zeppe di pesticidi sistemici, così non c'è rischio che prendano funghi, o altri parassiti). Il verde, nonostante tutte le menzogne che ci propinano viene considerato soltanto un "arredo", che si mette e si toglie, come il trucco quando si esce in società. 

Che la città moderna sia la demenza istituzionalizzata, la nullificazione dell'uomo, l'avevano già capito tanti - voglio ricordare solo Tatì - ma almeno si può ridere: guardate dove vengono messe oggi le panchine, dai nostri urbanisti progettisti paesaggisti, per ammirare il traffico che gira attorno alla rotonda di sbocco del nuovo tunnel autostradale dietro CasaMilan, e CasaLG, sempre al Portello. 
(Ed ecco ribadito perché Milano, nonostante i molti affetti, la mia città, oggi mi fa schifo).   


Per me la sensazione è piuttosto agghiacciante. 
Torno a Montaonda, e da oggi la considero e la nomino «Santuario e Rifugio degli Impollinatori» (intanto spero che Elisa Monterastelli riesca a terminare il libro su di essi che sta scrivendo per noi, vorremmo vederlo in commercio prima dell'estate). Qui a ogni colpo d'occhio trovo bestie ovunque: voli di farfalle, calabroni, maggiolini, grilli e pulci e zecche, per non parlare degli uccelli - zampettii, salti e strisci di bruchi, scorpioni, stercolari, moschini e ragni ovunque, anche quelli volanti (mi hanno spiegato biologi che alcuni ragni lanciano queste bave lunghissime nell'aria e si fanno trasportare come da liane nel vento, per colonizzare territori anche a chilometri di distanza - arrivassero mai a ripopolare Milano!) e tutto l'armamentario della natura dispiegato.
Guardatelo qui sotto, com'è fatto il verde selvatico (per voi testimoniato in fotografia, per me Gaia Vivente). I soliti cinque metri da porta di casa Montaonda: questo è l'anno dei lampascioni, quei fiori blu che sembrano marziani, le cipollotte amare tanto amate al sud Italia).

Sorprendente per me resta che in città del degrado biologico pare non accorgersene nessuno (ma forse qualcosa sta cambiando, vedi la campagna contro la plastica), e mi sento un po' Marcovaldo. Ho provato a chiedere a un paio di persone. Lì è normale che nelle case non ci siano formiche e mosche, pare che ormai anche le zanzare siano (con grande sollievo) sterminate.
Quindi non si tratta più soltanto delle api (che per inciso in città capita di vedere più di altri insetti perché protette e ospitate dagli apicoltori urbani), si tratta del funzionamento dei meccanismi naturali. Che si stessero brevettando dei droni impollinatori qualche anno fa sembrava una barzelletta, ora è una realtà, la notizia è vecchia di qualche mese.

Ah, il titolo viene da una vecchia canzone di Pete Seeger, antimilitarista, e parla di fiori (in breve: finiscono nei cimiteri dove sono i soldati caduti) - non siamo tanto lontano, quello che lui non aveva previsto era però lo sterminio chimico-sistemico ultranazista attuale. Erano gli anni della Carson, era l'America dei "diritti umani". Ora i "diritti della natura", dopo una buona partenza, sembrano tornati dietro le quinte.
E noi siamo qui, proprio sulla soglia dell' «inarrestabile declino biologico» (vi ha mai parlato qualcuno di questo concetto? Può darsi, allora è segno che non l'ho coniato io ora, evviva).



mercoledì 18 gennaio 2017

Non è il Klondike, è solo casa - ma anche qui c'è oro a bizzeffe



Non è Yosemite, non sono Ansel Adams, e questa è soltanto la strada di casa - scattata al volo col cellulare, oggi, 18 gennaio 2017, mentre a piedi andavo a raggiungere la macchina lasciata sulla piazzola, lungo la strada provinciale, in fondo alla quale c'è il paese, e di lì, dicono, il mondo civile.

La foto ha i colori naturali, e la riflessione è questa: quando la terra è ricoperta dalla neve, ecco che diventa bianca, e il cielo scuro - un po' un mondo alla rovescia, non vi pare?

giovedì 29 settembre 2016

Le mele di Cezanne (quater pomm): il confine visibile


Ho un amico, qui vicino, si chiama Paolo (io lo farei santo), abita un podere sulla strada di Pian di Soia, nell’Appennino di là dal colle, verso la Romagna. Ieri è venuto per guardare le api, e mi ha portato una canestra di prodotti tardivi dell’orto, pomodori, melanzane, susine, mele. Uno strano miscuglio dovuto all’altezza - sta credo tra i 700 e gli 800 metri - e alla strana stagione di quest’anno, per cui certi prodotti estivi si mescolano ai primi dell’autunno (noi agricoli lo ricorderemo come l’anno dei pomodori). Lui mescola, fa un po’ permacultura, un po’ biodinamico, un po’ tradizionale – dove la tradizione è buona. Vende i suoi prodotti nei mercatini e stenta a campare, come tutti coloro che campano del lavoro delle proprie mani (metafora: ha anche un trattore e attrezzi vari). Anche lui profugo (=uomo in fuga) sradicatosi dalla pianura e ripiantatosi in una valle abbandonata.
Le mele che mi ha portato sono quelle che non può vendere, perché bacate, segnate dalla grandine, ammaccate e mangiucchiate dagli uccelli. Le mangia lui, le mangio io. Sono mele toste, si vede a colpo d’occhio. Hanno la buccia dura e coriacea come pelle, e la polpa tenace anche quando è matura, fatta per resistere sulla pianta. Pesano un sacco. Hanno passato tutta l’estate all’aperto, sotto l’acqua, il vento, aggredite dal sole. Non mi dispiace che abbiano quest’aspetto vissuto, mi sembrano più vere.


La prima che ho assaggiato mi ha strappato un grido “una Boskop!”, che è la varietà che compravo vent’anni fa Berlino, nel Kaiser’s sotto casa, a Kotti, una scoperta tedesca, in Italia non c’erano (forse nell’ex-Tirolo?) Mele che quattro fanno un chilo, aspre e dolci, dure come sassi. Da quanto non le mangiavo. Le altre sono di altre varietà, ma tutte affini e speciali, raccolte negli anni da cultivar antiche del luogo e più in là, portate da Annette, la sua donna, dalla Germania, trovate e piaciute, come si dice. Paolo è molto contento, anche quest’anno gli alberi hanno fruttato bene: una pianta sessanta chili – e quando le vado a vendere spariscono subito, le vogliono tutti, dice. Anche se il prezzo è maggiore di quelle dell’ortolano, certo. Non c’è possibilità d'errore, non c'è concorrenza.


Ogni giorno ne mangio un paio. Per mondarle devo tagliarle a spicchi, poi col coltello a punta ritaglio i buchi, elimino il marcio – ma la polpa è intatta, sembra inossidabile (ma lo è). Il sapore fresco e frizzante. Rafforzano le gengive, queste mele. E risintonizzano anche l’animo (all’anima non sono proprio sicuro di crederci) con la stagione, la terra, gli alberi. Gli scarti si buttano nel prato, senza curarsi di differenziare. Ci penseranno altri abitanti di questa terra.
Naturalmente simili mele mi rimettono pure in contatto con le mele della mia infanzia, e passo a volo sui dettagli della storia famigliare, degli ultimi alberi da frutta nel paesino dei nonni, delle mele grinzose conservate fino a Natale nelle lettiere chiuse nelle stanze fredde. Il mio occhio corre ancora più in là, invece, e arriva a Cezanne. Non sono parecchio simili a queste, le sue mele? Ed ecco che vi rigiro una bella domanda: come possiamo pretendere di capire le mele di Cezanne se non le abbiamo nemmeno mai mangiate? Come possiamo capire cos’è qualunque cosa - una pipa - se l’abbiamo vista solo in effigie? Non riduciamo proprio tutto a esercizio di stile, non mi sembra il caso. Per miopia nostra faremmo un torto all'artista (Cezanne si dannava per le sue mele, come per la sua montagna, la Sainte Victoire - ci sono dovuto passare sotto per capire perché). Chiediamoci la vita dove sta, allora. Secondo me infatti per Cezanne, come per Caravaggio e tutti gli altri pittori che non avevano altra raffigurazione che le loro (no photos, no film, per farla breve neanche i frigoriferi solo esperienza) quelle mele erano ben altro, come tutta la natura ritratta un tempo, rimandava direttamente alla parte viva (morta solo sulla tela, pensiamo a come puzzavano le città del Seicento – e nei quadri non ce n’è traccia) della disposizione della cucina (le mele non uscivano dal bancofrigo del super, ma riposavano maturando o marcendo, cosa altrettanto naturale, visto che tutto faceva il suo corso), in cantina, e poi su una fruttiera. Proprio come le mie. Un altro mondo di colori, sapori, odori. Per non parlare della luce (bella questa delle mie, col ritocco potrebbe diventare anche rembrandtiana), senza altro artificio che sole, candele e fiaccole. Lo so, sono uno snob, un dandy privilegiato (ci sono delle luci qui fuori, nel cielo, che il cittadino non se le immagina nemmeno impasticcandosi, o peggio se le rincorre sui salvaschermi di flickr-tumblr-pinterest-ecc: qualche giorno fa mi sono fatto un giro, che palle questi fotografi della natura spettacolo, che colgono ogni palpito spettacolare degli antipodi) ("purché sia lontano da te, dal mondo dove sei!", sembra essere l'unico requisito sempre richiesto). Perché, mi chiedo, si ritrae la natura quanto più ci si ritrae da essa? Bene, chi ora dipinge (o fotografa) le mele, che intenzione ha? Che intenzioni aveva un tempo? E io? Nel mio piccolo, quella di mostrarvi una delle meraviglie di questo mondo qui, ma proprio quiqui, quello dimenticato di tutti i giorni, la frutta  (che senza argomentare oso chiamare) vera. Prima di mangiarmela e buonanotte ai suonatori, lasciarvi segno e memoria di ciò che è stato, che è passato senza tanto clamore (ma chi mi ispira, chi è il mio demone, direbbe Socrate?) Potrei sprecare pagine e pagine per cercare di precisare, non ci tengo (rovinerei tutto). È la stessa differenza che passa tra un bicchiere di vino bevuto in un locale di città e lo stesso vino bevuto su una terrazza al sole, quiqui, per esempio. Le sue molecole si mescolano con quelle di un’aria diversa, l’ossigenazione del vino e dei miei polmoni è diversa, i miei neuroni subiscono stimoli totalmente diversi (più inclini alla felicità). Basta, il vino è più buono, e le mele tornano a essere mele, chi lo capisce buon per lui, chi no amen.


Ma: se le mangio torno vero anch’io? Già il fatto di chiedermelo mi fa sperare - o m'illude? Sarà una magia di contatto? Il frutto è un dono offerto dalla pianta, non è ucciosione, né prelievo e saccheggio, ce lo siamo dimenticati tutti? È la mela, allora, che mi dà consapevolezza di dove sia il Paradiso? Questo è il succo (scusate la metafora) di una delle illuminazioni del buddha, e forse questa è anche l’illuminazione dei fruttariani. E questi ultimi, forse non sono soltanto quelli che “non mangiano altro che frutta”, forse alcuni di loro sono anche quelli che “amano mangiare la frutta” (distinguo perché oggi la frutta, si sa, la mangiano quasi soltanto i salutisti – e se la fanno piacere come all’intossicato piace la tossina, al medicato la medicina); forse alcuni ne restano illuminati.
Illuminati dalla frutta, perché no? Non risplende in queste foto come un pianeta? Che malus c'è? (questa è una citazione di Menegh...). Dio frutta, dio Mela! (esistesse, non si offenderebbe, l'ha fatta lui, e gli è senza dubbio venuta meglio di noi). Non potrebbe annidarsi qui un riflesso residuo del divino, scomparso e radiato dal mondo di cui ci siamo impossessati? Il dio ama nascondersi, diceva Eracl... Insomma, qualcuno oserebbe ancora negare che siamo stati noi, a scacciare Dio dal Paradiso? (Perdonate, sto elaborando La scuola cattolica di Albinati).
Oppure, più semplicemente guardiamo (visto che non riusciamo più a esserlo, noi scissi per sempre) gli animali: adorano mangiare la frutta, e non fanno gli schifiltosi se è ammaccata. È una provocazione tutto questo? Può darsi, ma nessuno vorrà dare per scontato che tutti i vegani siano come lo chef di Crozza, no? (devo per forza aggiungere che non sono vegano?).
Ah, devo un grazie anche a un altro Paolo, Faccioli, "fare" con lui il suo libro (Dall'altra parte dell'affumicatore) mi ha portato un piccolo passo più in là - di dove o verso dove, chi lo sa. Intanto, per ritornare all'inizio, voi godetevi lo splendore di queste mele, io mele mangio, e ciao.
Montaonda, 21 settembre (ritoccato il 4ottobre)

venerdì 30 ottobre 2015

Autunno - mondo giallo


Sono al computer e sto scrivendo per preparare un nuovo libro: studio fotografie che raccontano un viaggio incantato, svolto un anno fa tra terre e fanghi colorati, acque termali e vegetali (questa fotina è un assaggio, un piccolo dettaglio). Faccio spesso pause: mi alzo e suono qualcosa, leggo qua e là, bevo o prendo qualcosa da mangiare, carico la stufa, senza perdere la concentrazione e anzi, questo permette a tutto quel che mi passa per la testa (non so come chiamare ciò che ancora non sono pensieri) di prendere una o più forme (nuvole mentali?). Ora ho preso il barattolo dei lupini, comprati secchi e cucinati in casa, reliquia della vacanza in Sicilia conclusa ormai un mese fa. Me li mangio, uno a uno, e m'immergo in profonde e scure acque di memoria (il giallo porta luce però).




Vado avanti ancora un po', cerco e ragiono, scrivo; è incredibilmente faticoso trovare una forma a sensazioni e pensieri preverbali. Scrivere è per me un continuo lottare con la memoria (che è anche il progetto), un po' come sbattere la pasta sulla spianatoia e lavorarla con le mani per renderla morbida e uniforme, appetibile. E poi concludo che, anche se si tratta di parole, sono sempre forme (non racconti, ma ricerca di nessi, sintesi di figure: i pensieri son forme e viceversa le forme pensieri). Massa in forma, proprio come la pasta lavorata, prima di diventare tagliatella o raviolo. Così mi alzo di nuovo e scopro la pentola (mentre lavoro mi piace cucinare), in cui ho messo a stufare sulla stufa (non a caso) le verdure per il pranzo. Sotto il vapore del coperchio appaiono (ma il vapore non si fotografa) ali di finocchio annegate nella curcuma (e briciole di buccia d'arancia): il loro bianco verde si sta già trasformano nel giallo carico del sole. Mi colpisce la composizione involontaria, luccicante perché bagnata e per gli spicchi della luce riflessa; l’eleganza delle forme adagiate, quasi  ali d’angelo staccate.


Quando guardo fuori dalla finestra (guardo spesso fuori dalle finestre, è una delle ragioni per cui mi sono trasferito qui, lasciando i muri e le visioni prigioniere della casa di città) posso osservare la montagna indorata dalle  foglie del fico, più in là dei ciliegi e degli ontani del bosco. I castagni della marroneta sono già nudi (quando li guardo così, chissà perché, soprattutto nella luce radente del pomeriggio mi viene da pensare che potrebbero essere le pendici del Kilimangiaro). Anche le nuvole d’autunno sono spesso cariche d’oro, quasi riflettessero il fogliame mentre cade a terra - e fuggono su un azzurro pallido di turchese (non è un caso che si ritrovi così abbondante nei paesaggi toscani del quattrocento: anche loro, fiori di queste valli, ci vagavano in mezzo spersi, come anch'io, stasera, scenderò a Firenze, ma in treno e per  cena), denso di nostalgia per l'estate svanita tra le lor brume.

Oggi il mondo è giallo, colore ricco di simbologie potenti: maturità e calore, sostanza e sole, ricchezza e regalità. È proprio strane che in letteratura sia diventato sinonimo di romanzo poliziesco e criminale (la colpa è tutta della Mondadori, ricordo vagamente). Richiama attenzione, ma con la migliore volontà non ci vedo proprio nulla di delittuoso.
Per me è anche strettamente collegato alle api, le damigelle che da qualche tempo hanno invaso il mio quotidiano (i libri che ho pubblicato sull'insettino regale sono ormai una decina; ma soprattutto a Montaonda abbondano gli alveari, sette miei, di più quelli più antichi del vicino; e tutti quest'anno hanno raccolto miele ottimo e abbondante). Mondo giallo, mondo d’oro, con tanto di spettacolare arcobaleno (ieri pomeriggio).  Messaggio  inequivocabile, ci dice "ogni giorno e ovunque le possibilità sono pressoché infinite".






giovedì 21 maggio 2015

Anche maggio è quasi passato



Ancora non era mai successo, un anno intero senza un post!
Ma come sempre in questi casi è un buon segno: la vita mi chiama a essere attivo e presente altrove. Cresce la piccola casa editrice, crescono i lavori per sistemare muri interni e giardino (anche se resta un parolone a sproposito), l'apiario (ben 7 arnie) ora è sotto casa, e poi ci sono tanti impegni vari. Lavoro e lavoro, e sono sempre più spesso a casa - e Montaonda prospera, come questa pianta di orniello che quest'anno - dopo i ciliegi della foto sotto - ha avuto una fioritura eccezionale.
Certo, mi dispiace non frequentare di più questo spazio, che era fresco e verde, una buona espansione mentale. 
E mi piacerebbe senz'altro riprenderlo in mano, e ogni tanto pubblicare un pensiero,
una foto - dicono tanto, anche senza parole - vedremo.

Saluti a tutti - che ancora c'è qualcuno che gira da queste parti lo vedo dalle statistiche.
Pochi, come i viandanti del sentiero 6 del CAI che fiancheggia il muro di casa:  passano, salutano e magari chiedono qualche informazione. Io ricambio, e auguro loro una buona passeggiata, e speriamo che non piova.



domenica 27 aprile 2014

Ben venga maggio




Mi accorgo che ho saltato l'aggiornamento di marzo, e anche aprile sta per finire - quindi mi porto avanti, e già presento maggio... Ormai, forse perché è appena passato il 25 aprile (e a Fosdinovo ho ancora sentito parlare Luigi Fiori, e la Wanda, e sentito cantare le canzoni di Ivan dai carissimi Paolo Ciarchi e Claudio Cormio), mi pare di stare in trincea: gli eventi e le novità, gli impegni e i ritardi si assommano, e mi sembra che le mie povere sortite non riescano a scatenare quell’avanzata che ogni piccolo esercito – il mio esercito dei sospiri primaverili – vorrebbe portare avanti.
La battaglia per la vita avanza su molti fronti, ogni tanto m’impegno in qualche sacaramuccia, qualcosa si risolve altro no. Eppure sono qui che cerco di cambiare le tattiche, di reagire a quello che non succede e a quello che succede, all’avanzata del nemico – nemici che sono tanti, e non intendo persone quanto alleanze ineluttabili di ombre. Faccio, disfo, ogni tanto tiro il fiato. Penso elaboro strategie, me le rimangio, esploro. Ogni tanto scoppia qualche bomba, ogni tanto tiro una granata, impaurito dal timore che mi scoppi tra le mani, faccia danni (e ne faccio); a volte conquisto qualche palmo di terreno, a volte ne perdo. La mia liberazione resta ancora là, non lontana, ma nemmeno vicina, come la linea gotica che passava proprio sopra Montaonda (anche la mia casa l'han bruciata i nazifascisti in ritirata, la zona pullulava di partigiani - e il Giuli l'ha ricostruita, da sé, nel '49, prima di venderla al Bolletta, che l'ha venduta a me). La vita in trincea è dura, anche se ora il fango invernale si è asciugato, anche se torna il conforto (e impegno) della vita tutt'attorno (fatta anche di ragni - come la “nebbia dorata” che ho trovato l’altra sera sulla salvia, brulicante e sospesa su fili invisibili), della bella livrea dell’upupa, che viene a becchettare curiosa fin sulla soglia di casa (a rischio della propria vita, visto che si aggira per ogni dove la divisione famelica dei gatti grigi - la foto è dalla finestra della cucina). 



La strada è stata riparata, con buona soddisfazione dei partecipanti (anche il sottoscritto ha piantato attivamente pali con una certa lena), impiegando materiali e macchine (nella foto il collaudo a opera finita). Ora si vede un po', se si riesce finalmente a riattivare il consorzio per sistemare anche le parti in cemento, e portare quei lavori di manutenzione necessari per farla tornare in forma. Ci sono naturalmente un sacco di altri lavori attorno e dentro casa: passare il decespugliatore, sfoltire i sambuchi, arginare l'ailanto e tutto il resto che fa parte della normalità della campagna. Pensare a finire di arredare (tutto recupero) e rendere accogliente Mo2, casa nuova.



E poi, un’altra grande novità di queste settimane, finalmente, insieme a Paolo ed Elisa, all’eremo (un grande paradiso abbastanza vicino), abbiamo sistemato quattro arnie di api. Quattro famiglie, un piccolo investimento per cominciare timidamente a studiare e seguire non solo sulla carta i nobili insetti, che ormai regolano e dominano buona parte della mia vita. Per me, che cerco di essere antispecista e non ho mai “avuto” animali (in età adulta), l’impressione è da un lato quella di diventare un po’ padre, dall’altro l’imbarazzo di sentirmi padreterno, perché loro sono piccoline e le si maneggia, intervenendo e predisponendo la loro sorte ( si vorrebbe aiutarle, e sottrarre solo il surplus della produzione). Responsabilità e apprensione, per fortuna condivise con due amici (le arnie sono quei quattro puntini in fila sulla destra del grande ciliegio secolare, sotto l'edificio dell'eremo). 



Sono anche in piena attività di suonatore (se la mia pratica di musicista popolare può meritare tale menzione), tra festa di Piadena (cfr. Lega della Cultura Popolare di Piadena), Fosdinovo (Fino al cuore della Rivolta) e Primo Maggio (Istituto Ernesto De Martino). Ho ritrovato l’amicizia con il mio vecchio gruppo, i Suonatori Terra Terra, e ora mi sto preparando al maggio con i Maggiaioli di San Godenzo (il 30 aprile, appuntamento per le vie del paese). Ogni tanto mollo il mandolino e suonicchio la chitarra da solo, e  tratti vorrei farlo di più (e poi imbracciare di nuovo il sax, il clarino, la fisa, ma come fare, tanto più che non li so suonare!).
Insomma, dati alcuni sommovimenti della vita privata, mi sento sempre più legato, quasi imprigionato in questa dura terra toscana; la cosa mi alletta, mi attira e seduce, ma fa un po’ paura. La strada è questa, come che sia, guardare alle origini, alle radici da cui provengo, dal basso. Vedremo dove mi porta...

giovedì 7 marzo 2013

Ho visto i mostri (e non sono i grillini)




Credevo non ci fossero più, da chissà quanto tempo. Per loro e per me. E invece, mi accorgo, è un periodo in cui sto riconsiderando tutta una serie di parametri, soprattutto del mio pensiero, per quanto riguarda la società, il presente e futuro, anche il rapporto col cosmo, nel senso di materia, piante, animali. È un percorso molto interessante, sto scoprendo nuove e ricche prospettive, come l'antispecismo (per dirne una su cui conto prima o poi di ritornare). Che non ha niente a che vedere con fanatismi da settari ribelli, piuttosto prospettive filosofiche, ermeneutiche, con tutti gli addentellati di morale spicciola, antropologia e sociologia (anche del consumo, ovviamente). Addirittura (sono stato a un convegno, ecco che è successo) tutto questo mi ha rispolverato il vecchio amore per la storia e fenomenologia della religione. Dal punto di vista dell'appassionato delle forme, del fenomenologo, non certo del credente; ma forse ora - scomparso da pochi giorni il monoteismo dalla terra (giàggià, chi l'avrebbe mai detto, il Papa ha dato forfait, e questa è enorme, ci vorrebbe Quinzio a commentarla, ma avessi tempo cercherei di scoprire che ne dicono Kung e gli altri tedeschi), ora che il cattolicesimo ha sgrombrato il campo e si è tolto dal sacro, anche magari come praticante e ricercante (Suchende, dicevano i crucchi all'inzio del Novecento), di nuove fedi e soprattutto di un sacro (il sacro, per quanto laici si voglia essere,  non si può eliminare dalla nostra prospettiva - solo che pochi vogliono ammetterlo). E chissà, se avessi il tempo di approfondire la questione dove e in compagnia di chi mi ritroverei.
Ma non posso, perché devo lavorare molto e duramente per mandare avanti i miei progetti, e guadagnare la pagnotta (alla mortadella ho rinunciato da tempo, ora voglio provare a rinunciare pure al cacio).
Fortuna vuole che per me lavorare voglia dire occuparmi di libri - gli amati e sospirati. Così, per caso, mi ritrovo a tradurre per conto terzi un libro di divulgazione psicologica sul rapporto adolescenti-genitori. Interessantissimo, soprattutto per me che non ho adolescenti, e genitore non sarò (ma adolescente sono stato e genitori ho avuto). Per me, insomma che il mostro (uso termini del libro) non si sustanzia in questi piccoli vampiri, che succhiano il sangue e la vita a chi, quando tutto diventa sempre più faticoso e stressante (potrebbe comportarsi diversamente un mondo al collasso?) fa una fatica boia a tirare la carretta (anche in senso metaforico). Ma nel mio passato. Nel mio antro "Dentro me".
Fine del preambolo. Dunque, come accennato in post recenti, anch'io ho i miei problemi e li voglio affrontare. Non solo con i computer e la connettività (mannaggia, non apro nemmeno il discorso) ma anche con le persone e la socialità (mannaggia due). Anche in questi giorni me ne sto qui rintanato mentre fuori nevica, e mi sembra di essere l'Eternauta (il disastro atomico alla sudamericana era metafora del politico, proprio come oggi), mentre la scorta di legna si assottiglia e devo comunque lavorare tutto il giorno.

Ma oggi, proprio oggi domenica 24 febbraio in uno sprazzo di sole tra una tempesta e l'altra sono uscito, mi sono regalato una passeggiatina fino ai roccioni sospesi, quelli che qui chiamiamo le spiagge, dove con la neve non ero mai stato.
Appena uscito, davanti alla legnaia sul retro, trovo una piccola pozza rossa di sangue (scenografica, sulla neve bianca, il ceppo dove spacco la legna eccetera!), sembra ancora vivo, e zampate di gatto nella neve. Devono avere litigato furiosamente, chissà quali, chissà come. Com'è dura la loro legge, hanno cibo e cucce, eppure non smettono di affrontarsi. A sangue.


Bella la neve, incantanta - ho anche letto il libro di quel tale Sapienza, ma devo dire che mi ha un po' deluso. Così preferisco ricordare la passeggiata di Hans Castorp nella Zauberberg, o l'ultima passeggiata di Natale di Robert Walser (altarini personali)... attraverso il mio borgo fantasma - lo dico mio perché vi possiedo un rudere (questo, quello, non so bene) e già su questo posso riflettere. Nel pratone grosso sotto la casa dei nonni in montagna c'era un rudere di baita completamente a terra, restava giusto un mucchio di sassi alti mezzo metro e con le mura a segnarne il perimetro, in mezzo al prato. Lo chiamavamo "La nave", e chi gettato o altrimenti vi cadeva, nell'erba alta a fieno, era morto. A ripensarci buona parte della mia infanzia (ma anche ora) è segnata di visite a case abbandonate e crollate o bruciate - alcune di famiglia. E ancora oggi quando ne incontro qualcuno me la guardo da vicino, attratto (come) da vestigia di mondi scomparsi. E noi italiani siamo abituati a pascolare le greggi tra le rovine, a giocare da piccoli conquistatori tra sassi rovi e vipere. Si può ben dire, no?




Il pensiero del sacro mi è ritornato qui, quanto ho detto prima è collegato a questa epifania, il pensiero è scaturito da sé, davanti a questa erma o cappelletta (così familiare nei miei cammini, come in quelli di tutti, scanditi di cappellette e croci, croci e vette) - ma anomala, non umana (non come volontà dedicatoria, almeno): si è formata "da sé" (to automaton), e non ha santi dipinti: è soltanto un muro crollato con un provvisorio, effimero tetto di neve. Il sole ci proietta l'ombra di un albero, e la ghirlanda d'edera, che pare indossata come una collana di divinità orientale, reca il messaggio della pittura vegetale: sostiene e al muro si sostiene, l'ellera, come si dice qui, la stessa che due, tremila anni fa piaceva tanto a Dioniso, dio del vigore naturale, della rinascita,  paganissimo e furente tra tutti gli dei greci, eppure, guarda un po', anche cristianissimo, con morte e rinascita e tutti quegli attributi (anche la barba, discettavano gli antichi) che ritroviamo nel culto cristiano...

La neve è immacolata, vergine (non ancora profanata, questo il concetto: siamo al di fuori della giurisdizione umana, dicono tutti questi segnali. Grazie alla neve sto trapassando in un altro modo, un Oltretomba, direbbe un interprete di racconti sciamanici). Il bianco funebre. Supero il borgo fantasma, arrivo sul crinale che il sole è accecante. Qui trovo la traccia fresca di un cervo (la foto l'ho messa nel post precedente a indicare un legame e un cammino) - animale mitico il cervo, solare,  preda regale, il re della foresta (non il leone...), superbo, che non si spaventa davanti all'uomo. Forse è sempre lo stesso, che ho già incontrato più volte, l'ultima al parcheggio un mesetto fa.
Bell'epifania il cervo, no? Grande quasi come un cavallo, con quelle ampie corna rivolte al cielo, come rami di un albero... un albero in testa (questo sono le corna?) ... e il sole in mezzo, se non sbaglio anche a Kathmandu. E quando parte, trema il terreno.




Proseguo sul lato nord, la neve qui è più alta, gettata dal tramontano oltre il crinale, si sono formati dei ghiaccioli suggestivi, succede spesso quando la temperatura  è  bassa ma non troppo.
Non c'è bisogno di andare in Alaska per trovare la neve e la sua magica corte, che blocca e ferma l'uomo, lo fa annaspare e stupire. La neve, il cielo solidificato in terra.
Perché mi e ci piace tanto la neve? Perché ci fa sognare di essere sperduti in un enorme diorama. Dio-rama, bella parola di cui devo ringraziare l'amico Mauro, che li costruisce con passione per ambientarvi i suoi trofei; ovviamente non c'entra con Dio, credo che sia il participio passato del verbo greco dia-orao (Wiki non lo dice), quindi veduta-attraverso, nel senso di una sezione di un Pan-orama (non c'entra col dio, l'altro, il selvaggio terrore in noi che Hillman ci spiegava!), in cui si vede tutto. Una sezione, un angolo di mondo. Quello che vedo io oggi, tanti diorami in serie: le tracce di sangue, la cappella a Dioniso, e ora...




Chi sono i miei mostri?
Sembrano masse nere, boliw, figure buzzatiane e senz'occhi (tranne questo qui in mezzo, che pare un capodoglio - cliccate sull'immagine, si allarga). Una fila in agguato, escono come mastodontici rettili neri dalla terra scoperchiata, chasma, hanno denti lunghi come spade, fronti inesistenti, musi ossuti.
Ci passo sotto, come in rassegna davanti a dinosauri congelati, mammutoni in esposizione, da museo naturale di storia etnopsicologica.
Sono lì, sono sempre lì, pronti a balzare sulla valle. Ma oggi, grazie alla neve, hanno denti affilati, scintillanti, bocche spalancate, sembrano risvegliati.

Ridono, pensano, sbranano? Non lo so, come i boliw celano il segreto della loro essenza, mi paiono potenza di materia pura. Loro forza è la roccia, la massa che si racchiude in se stessa. Lo slancio in avanti, la persistenza - quella che noi non siamo, che non avremo mai. Che è il segno del nostro eterno fallimento (quando scemi vi ci scagliamo contro). Umani noi, animali: involucri caldi palpitanti di sangue rosso. Loro non vivi, immortali. Dei eterni, a noi ignoti. Ma anche: forme, sostanza. Penso ai monoliti dell'isola di Pasqua. Ma loro sembrano qui pronti a balzare per divorarmi in un boccone con l'alito gelido dell'inverno, tutta la forza del freddo e del ghiaccio, della roccia insensibile, schiacciare la molle impermanenza.




Gioco, gli dò dei nomi: questa la bocca dello squalo (di Spielberg, ovviamente).




L'orca. L'Orco. È qui. Qui: gli guardo tra i denti, la gola rossastra. Quasi ci credo. Non è così che nasce una leggenda? Qui? Oggi! Mi metto in posa, mi acquatto tra le sue enormi fauci e faccio una foto ricordo, come a Disneyword.
Proseguo, passo proprio lì, dove ancora non c'è traccia, tra le fauci dell'Orca e i lunghi aculei ghiacciati della ginestra, come il misero Odisseo tra Scilla e Cariddi. Meschino!
I miei pensieri continuano a ronzare, grevi, e ora sento anche incombere su di me questi mostri neri. Sento una grande stanchezza, che non è mancanza di energia, non è dovuta all'età o al fiato corto, ma in qualche modo anche: passa la voglia di darsi da fare, in tutto questo sfacelo, per chi e per cosa, ci si chiede. Dov'è finita la storia, dov'è la giustizia? La morale, la scienza? (per non parlare del resto).
(Anche del futuro non parliamo, è quasi trent'anni che l'ultimo, caso mai gli fosse scappato, l'han fatto secco a Chernobil).  
Confesso la mia non voglia di affrontare le difficoltà. L'indifferenza del mondo (pur non indifferente io). Anzi, niente mondo. Non c'è più mondo. Immondo, se mai (e i nuovi dei li andremo a cercare con i nipotini di Lovecraft, Dylan Dog e Tarantino).
Confesso la mia piccolezza (non so nulla e non posso nulla di fronte all'immensità delle stupide conoscenze diffuse e/o disperse e/o necessarie per affrontare qualunque questione). Se parlo è per lamentarmi, non certo per dire (e che?!)
Ah, poi detesto la pressione economica (la più forte... e che poi in realtà io sono ricco!), che mi stressa e mi fa sentire infelice. Dico intenzionalmente così, perché così è: mi fa sentire infelice, anche se in realtà non lo sono.




Continuo, arrivo al crinale delle Spiagge. Guardo giù ma in fretta, il tempo si è guastato. Ritorna la tormenta dal Falterona. Vedo già turbinare la neve sopra Serignana, sta venendo verso da me, una nebula bianca scaricata da una nube nera come il ventre di un bombardiere. Meglio tornare, e in fretta. Non ho nemmeno il berretto, io, che ero uscito col sole.
Ecco, questa la passeggiata dei mostri. Animali mitologici, demoni, quasi dei - oppure piaghe, bibliche e  malattie della psiche (era Jung: "gli dei non sono che le malattie degli uomini").
Me li ritrovo davanti i neri mostri, minacciosi, tornando giù verso casa. Fan quasi paura, così protesi verso la valle, il mondo degli uomini. Se ora girasse il tempo e riscoppiasse la tempesta, potrebbero prendere altra forza, e balzare giù dal monte, verso il mondo degli uomini.
Non succede, rientro per tempo, e anche quest'inverno, spero, è finito. Domani andrò a votare, per chi so io, sissignori!
Ma ora lo so. Nelle giornate particolarmente fredde, quando il tramontano ha soffiato notte e giorno, la neve si è ammucchiata sull'uscio di casa, piegando i rami anche dei cipressi più dritti, quando nessuno osa venire quassù, sulla montagna, regno delle creature selvatiche, di piante contorte e di pietre e venti, ecco che escono i denti, si spalancano le fauci... li vedete, potete vederli anche voi?



mercoledì 14 novembre 2012

Bollettino n. 36: Aggiornamento e qualche foto


L'autunno è maturo, il bosco ormai fradicio e la stufa funziona a pieno regime. La mattina il sole sorge giallino e la giornata è breve. Di queste cose mi accorgo quando torno dalla città, con più forza, perché ogni volta devo riconquistarmi il diritto di stare qui. Le mura sono fredde, i gatti affamati, cambio i vestiti e gli orari, e in realtà anche l'alimentazione. Due tre giorni, e mi assesto. Riprendo i lavori, riprendo a suonare qualcosa. Esco poco, vedo pochi, cerco di portarmi avanti col lavoro, che ce n'è sempre una montagna, sia intellettuale che fisico. Sto preparando un libro sugli alberi, sono pronti, spero per Natale, due libretti di carattere uno "letteratura agreste"  e l'altro "Storie dal XXI secolo", più naturalmente un nuovo libro sulle api, da presentare alla fiera di marzo.
Tutto questo dovendo occuparmi (male) anche della comunicazione e distribuzione, perché Basilio mi aiuta moltissimo con il magazzino e le spedizioni, ma tutto il resto dipende ancora da me (salvo la Grafica!). E vorrei che così rimanesse, perché non ho mire espansionistiche, anzi se mai riduzionistiche (spero, un sospetto, che il benevolo lettore abbia ancora sufficiente fiducia in chi scrive per sorridere a queste ironie, senza prenderle per svarioni, visti i tempi in cui si naviga), vorrei fare sempre meno, ma meglio, e che la gente lo capisca. In soldoni, fare pochi libri ma venderli tutti. Ahah, davvero spiritoso.



Ogni volta che torno dalla città mi tiro fuori, così come ogni volta che ci ripiombo (altra ironia lessicale) ne vengo fagocitato e perdo prospettive, cieli e distanza. In città è tutto stretto, appiccicato addosso, ansiogeno. Qui in campagna puoi crepare di solitudine, tra l'indifferenza dei selvatici, ma almeno puoi cadere bello e disteso, lo spazio non manca. Dalla città vengo con carichi di preoccupazione, dopo aver visto, contro ogni mia volontà, spettacoli indecenti (a piene mani - ci sono anche qui, chiaro, ma la tossina umana è parecchio diluito e non risulta altrettanto letale), raccogliendo per fortuna il miele di chi mi vuol bene e apprezza - pochi ma buoni, come si diceva. Ed ogni volta li incito, venite a trovarmi, venite a ritrovarvi, non che Mo possa fare miracoli, ma andarsene dalla città, cambiare aria, anche per un paio di giorni, può fare bene. I milanesi ben sanno di che parlo, loro vivono per necessità il weekend come valvola di sfogo, ricarica pneumatica (in senso alto), necessario per rigettarsi nel Mar Asma. Ecco, immaginino, un we permanente - non è incredibile?



Certo il 2012 è stato per molti aspetti un bell'anno di merda, iniziato e finito tra dolori e fatiche, posto che siano finiti. È come se ci (mi) avesse fornito un assaggio di quel che mi aspetta, una prova generale, e forse si potrebbe anche teorizzare un inizio della fine (anche se, come dicevano i saggi un tempo, l'inizio è certo nell'esser nati). Restano spazi di manovra, siamo nel fango, le ruote slittano, ma ancora si riesce a governare, a tirarne fuori la ghirba. A maggior ragione dunque, conviene godere di quel che c'è di gustoso, la famosa ciliegia (o fragola, chi ricorda più) sopra al precipizio. Volendo ben vedere di ciliegie di questo genere ne ho fatta una scorpacciata, e non me ne dispiace certo, perché davvero sono le più saporite. È il prezzo che si paga per gustarle... Per dire: qui ci siamo fatti una scorpacciata mai vista di funghi, quando si credeva che fosse ormai tardi, in dieci minuti ne abbiamo trovati un cesto pieno, in marroneta, il giorno che con la Orni (è lei la Grande Trovatrice) siamo andati a salutare la Gabri che raccoglieva i marroni; quasi che la Natura volesse farci capire io prendo e io dò, l'estate è stata secca, e ora voilà, faccio come mi piace, i più bei funghi che abbia mai visto, tutti sanissimi - chi c'è c'è e sarà servito come un re. Bisogna saper aspettare pazienti, saper cogliere il frutto, non come nella società dell'uomo, che lavori lavori e tutti ti dicono bravo, ma poi i meccanismi sono tali e talmente intricati che è impossibile cavarne di che campare, non restarne schiacciati. Di riffa o di raffa, tutto scade prima che tu te ne accorga. E tocca pagare la mora. Eppure la verità potrebbe essere un'altra - fate la prova, ieri ho ammollato dei ceci scaduti: stanno germogliando... tutti! 
Nella società degli uomini i conti non tornano mai, ci sono sempre delle trattenute non dichiarate, non previste, non annunciate, e quello che  resta è quanto basta appena per tirare avanti (e ancora non so davvero). Di per sé niente di male, non fosse che ci sono quei ladroni istituzionali che si succhiano tutto, e ci costruiscono grattacieli e mastodontiche porcherie inutili e anzi dannose, con il sottratto alla tua fatica.



Dico così perché uno arriva qui, in luoghi eremitici, e si illude di potersene scappare via da certe cose, e riempirsi gli occhi di altre, e invece, proprio qui sei più vulnerabile: qui, se ti si rompe la macchina sei davvero fregato, in città puoi sempre trovare alternative. Qui non gli amici ma loro ti vengono a trovare, perché la luce l'acqua e tutto il resto - sotto forma di pecunia e suoi legami - ti viene amministrato, secondo canoni che non sono gli stessi che adotti tu (come lo taglierei volentieri quel filo che attraversa la mia finestra!). Comunque esisti come vogliono loro - a meno di sparire. E quindi, resta l'ammirazione per tutti coloro che vivono la campagna in modo autarchico (e sono sempre di più) ma a ben vedere questa autarchia ha le gambe corte, perché senza appoggio, senza sostegno di amici, parenti, capitali, turisti, compromissioni che non voglio prendere in esame, la vita sarebbe ben dura (e lo vedo, in chi ci prova, che resta presto senza denti, se non senza pane). Io vorrei continuare a potermi curare dal dentista che scelgo (e quest'anno m'è andata male). Insomma non illudiamoci, tagliare i ponti non è possibile se non per fare la fine del cretino di Into the wild (il film tratto dal libro di Krakauer).
Vabbe' la tronco lì, non vorrei che apparisse una lamentela, in realtà è soltanto uno sguardo disincantato sul mondo della pianura visto dalla montagna. In realtà avrei anche molte altre cose da raccontare, e anche splendide, tutta l'estate, il primo autunno, anche in America sono stato! Forse nei bollettini successivi, se riesco a recuperare un ritmo, vedremo. L'importante era ripigliare a raccontare, poi si vedrà.



Le foto (come al solito se cliccate si allargano) scure di questo bollettino sono scattate dalla finestra della camera da letto, lunedì 12 novembre. I colori sono dovuti in parte al paesaggio, in parte alla bassa esposizione e al tramonto sopra le nuvole, che irradiava il riflesso del sole calante sulla valle come un grande ombrello rosso... insomma, di questi tempi occorre dire che non ho ritoccato nulla. Le altre due chiare sono invece del 30 ottobre, quando è venuta quella prima ondata di maltempo a dirci che l'estate era finita. Stavo spaccando la legna e il cielo si è aperto all'improvviso mostrando queste meraviglie biancoverdiazzurre, così sono corso a prendere la macchina fotografica.