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mercoledì 14 novembre 2012

Bollettino n. 36: Aggiornamento e qualche foto


L'autunno è maturo, il bosco ormai fradicio e la stufa funziona a pieno regime. La mattina il sole sorge giallino e la giornata è breve. Di queste cose mi accorgo quando torno dalla città, con più forza, perché ogni volta devo riconquistarmi il diritto di stare qui. Le mura sono fredde, i gatti affamati, cambio i vestiti e gli orari, e in realtà anche l'alimentazione. Due tre giorni, e mi assesto. Riprendo i lavori, riprendo a suonare qualcosa. Esco poco, vedo pochi, cerco di portarmi avanti col lavoro, che ce n'è sempre una montagna, sia intellettuale che fisico. Sto preparando un libro sugli alberi, sono pronti, spero per Natale, due libretti di carattere uno "letteratura agreste"  e l'altro "Storie dal XXI secolo", più naturalmente un nuovo libro sulle api, da presentare alla fiera di marzo.
Tutto questo dovendo occuparmi (male) anche della comunicazione e distribuzione, perché Basilio mi aiuta moltissimo con il magazzino e le spedizioni, ma tutto il resto dipende ancora da me (salvo la Grafica!). E vorrei che così rimanesse, perché non ho mire espansionistiche, anzi se mai riduzionistiche (spero, un sospetto, che il benevolo lettore abbia ancora sufficiente fiducia in chi scrive per sorridere a queste ironie, senza prenderle per svarioni, visti i tempi in cui si naviga), vorrei fare sempre meno, ma meglio, e che la gente lo capisca. In soldoni, fare pochi libri ma venderli tutti. Ahah, davvero spiritoso.



Ogni volta che torno dalla città mi tiro fuori, così come ogni volta che ci ripiombo (altra ironia lessicale) ne vengo fagocitato e perdo prospettive, cieli e distanza. In città è tutto stretto, appiccicato addosso, ansiogeno. Qui in campagna puoi crepare di solitudine, tra l'indifferenza dei selvatici, ma almeno puoi cadere bello e disteso, lo spazio non manca. Dalla città vengo con carichi di preoccupazione, dopo aver visto, contro ogni mia volontà, spettacoli indecenti (a piene mani - ci sono anche qui, chiaro, ma la tossina umana è parecchio diluito e non risulta altrettanto letale), raccogliendo per fortuna il miele di chi mi vuol bene e apprezza - pochi ma buoni, come si diceva. Ed ogni volta li incito, venite a trovarmi, venite a ritrovarvi, non che Mo possa fare miracoli, ma andarsene dalla città, cambiare aria, anche per un paio di giorni, può fare bene. I milanesi ben sanno di che parlo, loro vivono per necessità il weekend come valvola di sfogo, ricarica pneumatica (in senso alto), necessario per rigettarsi nel Mar Asma. Ecco, immaginino, un we permanente - non è incredibile?



Certo il 2012 è stato per molti aspetti un bell'anno di merda, iniziato e finito tra dolori e fatiche, posto che siano finiti. È come se ci (mi) avesse fornito un assaggio di quel che mi aspetta, una prova generale, e forse si potrebbe anche teorizzare un inizio della fine (anche se, come dicevano i saggi un tempo, l'inizio è certo nell'esser nati). Restano spazi di manovra, siamo nel fango, le ruote slittano, ma ancora si riesce a governare, a tirarne fuori la ghirba. A maggior ragione dunque, conviene godere di quel che c'è di gustoso, la famosa ciliegia (o fragola, chi ricorda più) sopra al precipizio. Volendo ben vedere di ciliegie di questo genere ne ho fatta una scorpacciata, e non me ne dispiace certo, perché davvero sono le più saporite. È il prezzo che si paga per gustarle... Per dire: qui ci siamo fatti una scorpacciata mai vista di funghi, quando si credeva che fosse ormai tardi, in dieci minuti ne abbiamo trovati un cesto pieno, in marroneta, il giorno che con la Orni (è lei la Grande Trovatrice) siamo andati a salutare la Gabri che raccoglieva i marroni; quasi che la Natura volesse farci capire io prendo e io dò, l'estate è stata secca, e ora voilà, faccio come mi piace, i più bei funghi che abbia mai visto, tutti sanissimi - chi c'è c'è e sarà servito come un re. Bisogna saper aspettare pazienti, saper cogliere il frutto, non come nella società dell'uomo, che lavori lavori e tutti ti dicono bravo, ma poi i meccanismi sono tali e talmente intricati che è impossibile cavarne di che campare, non restarne schiacciati. Di riffa o di raffa, tutto scade prima che tu te ne accorga. E tocca pagare la mora. Eppure la verità potrebbe essere un'altra - fate la prova, ieri ho ammollato dei ceci scaduti: stanno germogliando... tutti! 
Nella società degli uomini i conti non tornano mai, ci sono sempre delle trattenute non dichiarate, non previste, non annunciate, e quello che  resta è quanto basta appena per tirare avanti (e ancora non so davvero). Di per sé niente di male, non fosse che ci sono quei ladroni istituzionali che si succhiano tutto, e ci costruiscono grattacieli e mastodontiche porcherie inutili e anzi dannose, con il sottratto alla tua fatica.



Dico così perché uno arriva qui, in luoghi eremitici, e si illude di potersene scappare via da certe cose, e riempirsi gli occhi di altre, e invece, proprio qui sei più vulnerabile: qui, se ti si rompe la macchina sei davvero fregato, in città puoi sempre trovare alternative. Qui non gli amici ma loro ti vengono a trovare, perché la luce l'acqua e tutto il resto - sotto forma di pecunia e suoi legami - ti viene amministrato, secondo canoni che non sono gli stessi che adotti tu (come lo taglierei volentieri quel filo che attraversa la mia finestra!). Comunque esisti come vogliono loro - a meno di sparire. E quindi, resta l'ammirazione per tutti coloro che vivono la campagna in modo autarchico (e sono sempre di più) ma a ben vedere questa autarchia ha le gambe corte, perché senza appoggio, senza sostegno di amici, parenti, capitali, turisti, compromissioni che non voglio prendere in esame, la vita sarebbe ben dura (e lo vedo, in chi ci prova, che resta presto senza denti, se non senza pane). Io vorrei continuare a potermi curare dal dentista che scelgo (e quest'anno m'è andata male). Insomma non illudiamoci, tagliare i ponti non è possibile se non per fare la fine del cretino di Into the wild (il film tratto dal libro di Krakauer).
Vabbe' la tronco lì, non vorrei che apparisse una lamentela, in realtà è soltanto uno sguardo disincantato sul mondo della pianura visto dalla montagna. In realtà avrei anche molte altre cose da raccontare, e anche splendide, tutta l'estate, il primo autunno, anche in America sono stato! Forse nei bollettini successivi, se riesco a recuperare un ritmo, vedremo. L'importante era ripigliare a raccontare, poi si vedrà.



Le foto (come al solito se cliccate si allargano) scure di questo bollettino sono scattate dalla finestra della camera da letto, lunedì 12 novembre. I colori sono dovuti in parte al paesaggio, in parte alla bassa esposizione e al tramonto sopra le nuvole, che irradiava il riflesso del sole calante sulla valle come un grande ombrello rosso... insomma, di questi tempi occorre dire che non ho ritoccato nulla. Le altre due chiare sono invece del 30 ottobre, quando è venuta quella prima ondata di maltempo a dirci che l'estate era finita. Stavo spaccando la legna e il cielo si è aperto all'improvviso mostrando queste meraviglie biancoverdiazzurre, così sono corso a prendere la macchina fotografica.


lunedì 7 maggio 2012

Bollettino n. 34: Saltiamo al Maggio






La primavera anche a Montaonda è stata un po' strana, prima calda e secca, poi fredda e umida, ora passata la Pasqua in un battibaleno siamo a maggio. E così per la seconda volta ho partecipato in veste di suonatore al maggio di San Godenzo. Per chi non lo sapesse - e credo sia la maggioranza dei lettori questo blog - il maggio è un antico rito della società agraria che ancora vive più o meno spontaneo o istituzionalizzato sull'Appennino, dal Piemonte al centr'Italia. Dato per morto nel dopoguerra, è risorto dagli anni '70 in poi, con varietà di luoghi e condizioni.
Il 30 di aprile, al termine del lavoro (chi lavora) i maggiaioli si danno appuntamento per portare musica e balli di tradizione (vecchia e nuova) sul territorio, passando di casa in casa a offrire fiori e canti, a chiedere da bere e da mangiare (si parla di uova, ma spesso saltano fuori pizze e crostini, crostate e tarallucci) per tutti. Naturalmente si fa tardi, e il giorno dopo per fortuna è festa.
I maggiaioli di San Godenzo sono un gruppo un po' particolare, perché composto in gran parte da una folta schiera di persone (e personaggi) venute da fuori, "la banda" si chiama, ovvero i protagonisti di quell'ondata di popolamento delle coloniche avvenuta a partire dagli anni '80, profughi di esperienze metropolitane o semplicemente esuli da un mondo non amato (per chi volesse approfondire consiglierei il libretto: Dagli Appennini a Piazza Navona, Equilibri Stampa alternativa - da tempo esaurito e introvabile). Tra cui, è bene dirlo, son forse io l'ultimo arrivato.
Ciò non toglie che ci sia una buona percentuale di nativi, a salvare l'accento e l'autenticità locale. Tra tutti ci sono alcuni musicisti esperti, talenti canori, un valido ricercatore di musica popolare, che ha girato in lungo e in largo le montagne del Mugello e del Casentino, ed elementi della più pura tradizione orale (chi ha imparato i canti in famiglia).
Non mancano figure invece di diversa origine, che però si armonizzano perfettamente nel gruppo (per esempio, qualcuno si chiederà cosa ci fa un simile ensemble un guitarron messicano? Fa la parte del bassetto, risponde il filologo...).



Insomma, il 5 maggio si è replicata l'uscita (per tutto il mese di maggio ci sono appuntamenti nelle varie frazioni e paesi limitrofi), a Corella. Siamo andati a salutare una casa di ragazzi, arrivati da poco e che stanno sistemando una bella colonica sul fianco della collina, poi da Marina e Franco (anche loro hanno fatto a parte della banda), e poi al circolino (Arci, Acli, non so più).
Ogni volta che si arriva sull'aia un cantore fa un'ottava di saluto e chiede il permesso di cantare. Accordato il permesso, si fanno un paio di canti augurali (il maggio vero e proprio, forse qualcuno ricorda quello rifatto da Riccardo Tesi, con Bandaitaliana), utili a ribadire il proprio desiderio di appartenenza culturale al mondo agrario e alla campagna più in genere (non è poco, rifletto ora immaginando il giorno in cui capitasse a me, che una banda di maggianti si fermasse davanti a casa mia, chiedendo il permesso di cantare). È uno scambio semplice, ma che sancisce da un lato l'appartenenza al territorio molto più di tanti certificati che tutti ahimé ben conosciamo, e dall'altro la conoscenza diretta in loco - in questa maniera si scopre per esempio: la Marta è la vicina di Marina e Franco! Non la vedevo da anni, e da 30 km di distanza, e ora eccola lì, ora pure con figliola e marito!
Se poi capita di incontrare gli anziani - come al circolino - è commuovente (per loro ma anche per noi) vedere con quanto entusiasmo rivivono momenti della loro gioventù passata; momenti basati su cose apparentemente semplici, fatti di canzoni, di giri di walzer o mazurke, di sguardi e cenni, che però nascondono, a noi che non la sappiamo, tutta una trama intessuta di un vissuto diverso, altrettanto e anzi certamente più profondo del presente (ci vol poho), in cui cosa era legata a cosa, tempo a tempo, persona a persona. E se avete letto Sacks sapete come funziona la memoria, come si costruisce la nostra mente e la coscenza stessa, la rete neuronale, le sinapsi: le musiche ascoltate da giovani e quelle emozioni sono le ultime a sparire. Anche se stanno riposte in angoli bui e poco frequentati sono loro che ci hanno formati, insieme ai grilli le lucciole (che tra poco arrivano, qui a MO!) e le cicale, e sono loro, queste sinapsi trascurate, che ci intristiscono se non prendono mai aria (il discorso sarebbe lungo, ma vale la pena di affrontarlo, ricercando la connessione col proprio passato).


E poi: quando si è finito di magnare e bere, si fa ancora un canto di commiato e ci si rimette per strada - e al gruppo si aggiungono gli abitanti di ogni casa - meglio se a piedi, suonando una quadriglia o un valzerino - godendo dei colori del tramonto, dell'ombre dell'imbrunire. Bisogna suonare camminando, il gruppo si sfalda e ci distrae a guardare e parlare; si è tutti un po' allegri e bisogna stare attenti a dove si buttano i piedi, ci sono sassi, fossi, erbe bagnate dalla pioggia schivata, si chiacchiera e si ride con sconosciuti che ci si trova a camminare affianco e che entrano nella compagnia, a talento, con battute e lazzi. Un po'  come capitava nelle grandi manifestazioni pacifiche di qualche tempo fa, insomma, è un momento particolare.
I maggiaioli di San Godenzo non si fanno pubblicità, perché quando poi arriva troppa gente, si è visto, non è bello, il rito diventa uno spettacolino - e a chi suona non è davvero questo che importa, anzi, subentra uno stress da prestazione (anche se poi è chiaro che gli applausi piacciono a tutti). Più che uno spettacolo è un rito a misura d'uomo, dei cortili delle case: senza amplificazione, e a portata di voce (finché c'è!). Si impara a riconoscersi, anno dopo anno, e tutti sono soggetti (tornano a esserlo come per incanto).
In conclusione se vi era piaciuto Il tempo dei gitani e in generale il cinema di Kusturiza, o Fellini o certo Bertolucci, Olmi, e tutta una serie di autori letterari, per esempio il Pavese di La luna e i falò, o Pasolini, Celati e Maggiani, potete capire di cosa parlo. Non sono mondi lontani, e non sono morti, anzi. Hanno la pelle dura, e a volte rinascono (come il funerale del Cecco a Castagno d'Andrea), ci sono dappertutto nei paesi, e sono gli stessi dei carnevali, delle feste estive non ancora trasformate in sagra della porchetta. Cercateli, chiedete, li troverete.