mercoledì 8 luglio 2026

Finestra a quadretti sull’infinito



Questa, e va detto subito, è la prima finestra quadrettata che mi provo a descrivere. I quadretti sono creati dalla zanzariera e le conferiscono, non soltanto nella foto, un assurdo “effetto pixel”, effetto che non so più come chiamare altrimenti, accogliendo in questo modo anche nella mia esigua serie di Descrizioni di finestre un indicatore di quanto il mondo informatico, finora limitato al computer e alla fotografia, si riveli ormai radicato non solo nella scrittura ma anche nella psicolinguistica, nello stesso atto percettivo di me che guardo la finestra. Non è un caso, perché ogni Bildbeschreibung è un esercizio di stile, ovvero una finestra aperta sulla propria sensibilità e interiorità, questo ormai è per me un dato assodato e fondante.

Sono a Santa Maria a Scopeto, arrivato ieri sera dalla Sicilia, un day-off prima di tornare alla casa nuova di Trentotre, a San Godenzo. Alzo lo sguardo dal computer al quale sto lavorando, perché vi sto compiendo una rilettura per conto di Ghita della sua nuova traduzione del secondo libro della Gaile, e faccio fatica a ritrovare le mie coordinate spaziali. Quello che mi trovo davanti non è il mio paesaggio, non è Pantanelli, è la stanza che sto usando come studio a casa di Laura. Mi fermo a riflettere, perché mi ci sento in qualche modo radicato, nella casa e alla finestra a cui non per la prima volta sto seduto , anche se forse è la prima che vi lavoro. Alzare gli occhi dal computer (ahimé, sembra ovvio ma un tempo non lo era affatto) e guardare dalla finestra: un’operazione che per tanti anni per me è stata una forma di meditazione e ricerca di consapevolezza tra le più importanti.

La finestra è per metà chiusa dall’anta di legno rossa; non riesco ad aprirla per la presenza della zanzariera e del tavolo ingombro di roba, tanto che la complessità dell’intervento necessario per arrivare a spingere l'anta per aprirla mi induce a desistere. E dunque, è anche la mia prima descrizione di una finestra aperta a metà. Ma non è per me del tutto inusuale, avvezzo come sono a scrivere sui tacuini, su foglietti, nell’impellenza del momento; mi piace a volte scrivere in un piccolo spazio ritagliato, e anche in altri spazi ingombri di storie e vite altrui. Anche questo contribuisce a fare la scrittura più piccola, più calibrata a un’umiltà concreta, quasi privata. La mia non è la scrivania di un dittatore, e sorridendo penso a quella celebre foto di Mussolini nel suo gigantesco studio a palazzo Venezia. MI chiedo invece com’era la scrivania di Kafka, o quella di Walser, di Bernhard, di quei modelli letterari d’umiltà e povertà che ancora mi guidano. O San Francesco, o Benjamin. Sogno di leggere, se non di scrivere, un saggio narrativo sulle scrivanie degli scrittori.

Sono ospite: tra poche ore non sarò più qui, e forse anche per questo voglio lasciare traccia, senz’altra imposizione che descrivendo una finestra, dell’impermanenza dell’immensa quanto segreta bellezza del quadro (Bildgeschehen, ci fosse una parola italiana per dirlo...) che vedo davanti a me: tre tetti diversi, con arrampicati sul muro: un gelsomino da poco sfiorito, una pergola ricoperta a tappeto dalle foglie dell’uva, un glicine ormai in pieno slancio vegetativo, all’assalto del tetto. Dietro la casa, a bordura del prato raso i fiori rosso vivo di un oleandro, a ricordarmi della Sicilia appena lasciata, e poi, sul fianco di una piccola aia davanti a due casotti in rovina, un albero dai rami piegati, pieno di susine, che la mia bocca ha già conosciuto.

Se questo fosse un romanzo, e non una paginetta su una finestra –  il materiale per scriverlo non mi mancherebbe, in questa già lunga estate appena iniziata – il suo titolo sarebbe L’anno delle susine, perché la quantità di piante e in particolare di frutti di susino quest’anno è impressionante. Solo l’albero che si vede sulla destra della finestra ne porta credo alcuni quintali, ne ha i rami stracolmi, e in un attimo, ne ho raccolti alcunichili da quelli più bassi, brucandole come si fa con le olive, ci sono più frutti che foglie. E così anche il susino dalle foglie rosse, che nella foto appare svettare sopra il tetto, e gli altri, che non si vedono ma so lungo la strada. Susine ovunque, gialle, rosa, rosate e rosse.

Così mi pare quest’estate da poco iniziata, carica di frutti zuccherini, talmente abbondanti che non si riesce a raccoglierli né a trasformarli per farne scorte di cibo per l’inverno. Allo stesso modo la mia vita in quest’anno di maturità continua a portarmi troppi frutti, troppe esperienze e nuove alchimie, e una raccolta mi diventa impossibile; tutti questi frutti inevitabilmente giunti a maturazione cadono e fermentano al suolo. Guardo,  assisto al mio procedere e a questa disseminazione; ed anche questo è un modo di godere di un'inattesa e simile enorme ricchezza, quand’anche ciò porta con sé il rimpianto di non poterla trasformare, e conservare per un inverno, non solo mio ma anche del mondo, dell’umano e del non umano, perché temo il tempo che ci aspetta dopo quest’estate torrida di possibilità, forse l’ultima così ricca e ampia di raccolti.Ringraziare per la ricchezza e nello stesso istante lasciarla andare, è un esercizio che sto imparando, ed è del tutto particolare.

Sono le 10.44, una brezza leggera agita le foglie, il cielo è terso e si dispiega nel cielo azzurro una giornata maestosa come sanno esserlo le giornate di inizio luglio, calde ma non ancora torride, il bosco è ancora umido e percorso da voci di uccelli a cui si uniscono le prime cicale.

Nel mio corpo sento forti gli effetti tonici delle nuotate nel mare di Pozzallo, del qigong, dello yoga e della dieta equilibrata, volta a eliminare gli zuccheri superflui e tutto ciò che potrebbe favorire il ripresentarsi del carcinoma. In quattro settimane di soggiorno non ho toccato alcol, mi sono accontentato di mangiare due granite con panna e brioscia, due gelati e pochi biscottini alle mandorle. Tra pochi giorni andrò alla visita di controllo, e vedremo se tutto questo impegno è servito a qualcosa che possa essere chiamato, pur con tutta la necessaria approssimazione, guarigione, oltre a portarmi a uno stato di intenso benessere, di sensibilità accentuata, di maggiore presenza e attenzione. Diciamolo pure, di gioia e felicità intermittenti, e di pacata consapevolezza.

Ho anche lavorato pochissimo, cosa per me rara, soltanto questa di cui dicevo all'inizio e poche altre letture, sempre fatte con piacere, un po’ di corrispondenza, e le fatture. Il resto l’ho accuratamente messo in standby, lasciando diversi libri e amici in attesa. Domani mi preparerò a iniziare una settimana di lavoro, prima di partecipare al mio primo ritiro buddhista, ad Avalokita, curiosamente dove anche mia sorella si era già iscritta, a mia insaputa.

Sono diversi i segni e segnali che mi arrivano attraverso questa finestra aperta, e li voglio accogliere come frutti portati dall'aria gentile in questa giornata di luglio. Per essere qui e ora, come dicevano anche i latini, hic e et nunc, su cui per primo, mi dice la rete, ha riflettuto Orazio; in questa casa che ho visto la prima volta circa un anno fa, in una sera d’estate, a una cena del comitato per la difesa dei Crinali, da cui ero uscito doo aver dedicato tante energie. Che strani percorsi continua a tessere la vita, instancabile!

Nella finestra si vedono entrare, sulla destra, alcune foglie all’estremità dei rami laterali del noce; e a terra, più indietro, vicino al susino, ma inondate dal sole e come inchiodate, alcune spighe d’erba ormai secca, lasciate da chi ha rasato il prato. Di fianco, a sinistra delle spighe, una singola pianticina di topinambur, scappata fin lì, forse come seme, forse come radice sotterranea, che ha compiuto una quindicina metri sotto terra per affaccirsi al bordo del prato. 

Oggi, protetto dall’ombra di questa stanza, sento che la natura è forte e dominante, il sole maestoso. M’inchino a questa forza, e ammiro il lavoro dell’umano quando non vuol essere padrone ma s’ingegna a costruire tetti e ricoveri, giardini dove dialogare con gli elementi e le diverse forme di vita, e gli elementi, sacri e divini, sempre attorno a noi.

 

San Martino, h.11, 20260704

 

Nota

Ora nel cielo, sopra la dorsale di Monte Giovi, passate due ore, è comparsa una nuvoletta. La voglio aggiungere alla  descrizione della mia finestra? Darebbe un senso al fluire del tempo. Ma no, preferisco che tutto scorra come deve; la nuvoletta resterà una nota a pie’ di pagina in questa descrizione senza storia.