Il primo grande dono della meditazione per me è quello che chiamo recuperare la calma, ovvero grazie al controllo della respirazione e della postura, al vuoto mentale, recuperare un ritmo mentale e del corpo che mi permetta di tornare ad aprire gli occhi e alzarmi dallo zafu con un sorriso di apertura, di accoglimento e di pacata osservazione a distanza del mondo e della giornata che devo affrontare.
Non è affatto poco, e poi naturalmente viene minacciato a ogni minuto durante il giorno, e spesso si dissolve – ma sapere che è lì, alla mia portata, è l’arma più grande per combattere la nevrosi, il burnout che lo stile di vita imposto alla maggior parte di noi dal sistema tecnocratico. Respirare, guardare il cielo, sentire da essere umani. E scusatemi se è poco….
Un’altra cosa che ho imparato è immediatamente dopo la meditazione dedicarmi a fare qualcosa di pratico. Anche piccole cose, ma farle con l’idea, favorita dalla meditazione, che trovandomi io in un cosmo non differenziato, al di fuori della dualità, troverà poi agganci, uncini e consolidamenti nella vita di tutti i giorni. Per esempio oggi, prima di mettermi al lavoro sul computer ho sistemato alcune cose: ho predisposto una piccola pigna di vestiti estivi da riporre (è arrivato l’autunno…), e poi mi sono ritrovato una pietra di turchese che avevo trovato a casa di L, passando la scopa in qualche angolo o sotto un letto, e che lei mi ha regalato (facendone da object trouvé a la Duchamp un dono): ho pensato, per non perderla a mia volta o riporla in chissà quale cassetto, che poi è la stessa cosa perché spesso infilare le cose nei cassetti equivale a condannarli a morte, di farne un segnalibro, e ho cercato un filo adatto per inserirla nei libri (in visita alla Monument Valley avevo comprato un segnalibro con turchese ideato nello stesso modo…). Mi sono alzato per cercare dunque un filo, e ho visto sul tavolino della meditazione quel sottile filo arancio che sempre sporge dalla confezione dell’incenso tibetano; l’ho preso e l’ho infilato nel turchese (forato, perché proveniva da chissà quale collana o braccialetto che si era rotto chissà quando). L’ho annodato con qualche difficoltà, ragionando per trovare il modo di legarlo, e facendo tutto questo con calma e apertura mentale ho capito che poteva diventare un piccolo amuleto di questo momento, di questa riflessione, e l’ho appeso allo snodo della lampada da ingegnere (di mio padre, che mi segue da diversi decenni) sul tavolo di lavoro. Ora lo contemplo, e posso ammirare la sua silenziosa lezione: il filo a piombo, la pietra che viene fermata nella sua caduta dal filo della devozione, non a qualche dio, ma al divino, alla vita, al fare e al non fare; l’immobilità nell’attesa, la possibilità del pendolo, dell'arrotolamento e della spirale, insomma tutte quelle che saranno le riflessioni che da qui in poi questa pietruzza turchese col suo stare o muoversi svolgerà nella mia vita).
Questo mi dà gioia estetica, soddisfazione, voglia di vivere e lavorare. Non è tantissimo?
Ecco, in un nonnulla e con un nonnulla possiamo creare piccoli riti quotidiani, pratiche private e individuali, che ci aiutano ad affrontare la vita con serenità e con gioia. Non sviliamoli a piccola cosa, perché hanno un potere profondo, se solo sappiamo riconoscerlo, in noi e in loro, nel nostro rapporto. Oggi sul cordino ci sono due nodi, e voglio che significhino chissà, l’inizio di una serie? Chissà, se resteranno così, oppure li scioglierò (sciogliere i nodi può avere un senso altissimo), oppure nel futuro avrò la possibilità di aggiungerne altri. Tutto senza sventrare montagne, uccidere, o sfruttare esseri viventi, consumare o bruciare risorse insostituibili.
L’intenzione fa tutto, dimostrando che piccoli gesti portano grandi benefici.
Ora la mia giornata è salva, e io, per oggi, con lei.
33, 20261027
Poscritto
La mattinata è andata incredibilmente bene, tanto da indurmi a credere che la psicomagia (in onore a Jodorowski) nella sua semplicità esista e funzioni. Dopo la pausa pranzo, doppiamente piacevole perché soleggiata e seguita a una mattinata proficua, mi rimetto al lavoro. E mentre districo alcuni garbugli al computer, quando penso di mettere online questo post mi viene spontaneo decidere di sciogliere i due nodi. Erano parte della fase di montaggio, piccoli errori. E per fortuna, mi congratulo con me stesso, si tratta di nodini “con frizione”, sul modello di quelli che si usavano ai miei tempi in alpinismo per riuscire a sciogliere la corda anche quando fradicia. I nodini cedono volentieri al mio accurato lavoro di unghie, e mentre lo tengo tra le dita penso che è un semplice filo naturale, tinto di arancio, sono fibre vegetali raccolte e lavorate, anche a macchina, naturalmente, un filo che è arrivato fin qui dal Nepal (ho conosciuto Daniela, la gestrice della bottefa di Marigar che chiacchierando mi aveva raccontato che va lei fin là a scegliere gli oggetti), tra le mie mani, e la pietra magica (che è arrivata qui, tra le mie mani, dalla Turchia o da chissà dove, dopo essere stata chissà per quanto in un bracciale o collana) con poche esitazione si infila nell’anello e si libera. I nodi non esistono più, sono sciolti, il cordino è libero, come mi sento libero anch'io. Naturalmente solo fino a quando non ne formerò altri, di nodi, creando altri rituali di psicomagia.


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