Prima di diventare casa editrice (che è non è qui!) Montaonda era il nome di un borghetto abbandonato, e della piccola colonica sull'Appennino, sotto il monte Falterona (Fi), in cui mi sono trasferito nel 2007-8, alla ricerca di una vita migliore. Questo blog è nato come racconto e newsletter per informare gli amici senza ripetermi mille volte. Dal 2009 è diventato diario di questo viaggio fermo. Chiunque è benvenuto, proprio come gli ospiti che vengono a trovarmi (le foto sono tutte mie).
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mercoledì 18 gennaio 2017
Non è il Klondike, è solo casa - ma anche qui c'è oro a bizzeffe
Non è Yosemite, non sono Ansel Adams, e questa è soltanto la strada di casa - scattata al volo col cellulare, oggi, 18 gennaio 2017, mentre a piedi andavo a raggiungere la macchina lasciata sulla piazzola, lungo la strada provinciale, in fondo alla quale c'è il paese, e di lì, dicono, il mondo civile.
La foto ha i colori naturali, e la riflessione è questa: quando la terra è ricoperta dalla neve, ecco che diventa bianca, e il cielo scuro - un po' un mondo alla rovescia, non vi pare?
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giovedì 7 marzo 2013
Ho visto i mostri (e non sono i grillini)
Credevo non ci fossero più, da chissà quanto tempo. Per loro e per me. E invece, mi accorgo, è un periodo in cui sto riconsiderando tutta una serie di parametri, soprattutto del mio pensiero, per quanto riguarda la società, il presente e futuro, anche il rapporto col cosmo, nel senso di materia, piante, animali. È un percorso molto interessante, sto scoprendo nuove e ricche prospettive, come l'antispecismo (per dirne una su cui conto prima o poi di ritornare). Che non ha niente a che vedere con fanatismi da settari ribelli, piuttosto prospettive filosofiche, ermeneutiche, con tutti gli addentellati di morale spicciola, antropologia e sociologia (anche del consumo, ovviamente). Addirittura (sono stato a un convegno, ecco che è successo) tutto questo mi ha rispolverato il vecchio amore per la storia e fenomenologia della religione. Dal punto di vista dell'appassionato delle forme, del fenomenologo, non certo del credente; ma forse ora - scomparso da pochi giorni il monoteismo dalla terra (giàggià, chi l'avrebbe mai detto, il Papa ha dato forfait, e questa è enorme, ci vorrebbe Quinzio a commentarla, ma avessi tempo cercherei di scoprire che ne dicono Kung e gli altri tedeschi), ora che il cattolicesimo ha sgrombrato il campo e si è tolto dal sacro, anche magari come praticante e ricercante (Suchende, dicevano i crucchi all'inzio del Novecento), di nuove fedi e soprattutto di un sacro (il sacro, per quanto laici si voglia essere, non si può eliminare dalla nostra prospettiva - solo che pochi vogliono ammetterlo). E chissà, se avessi il tempo di approfondire la questione dove e in compagnia di chi mi ritroverei.
Ma non posso, perché devo lavorare molto e duramente per
mandare avanti i miei progetti, e guadagnare la pagnotta (alla mortadella ho
rinunciato da tempo, ora voglio provare a rinunciare pure al cacio).
Fortuna vuole che per me lavorare voglia dire occuparmi di
libri - gli amati e sospirati. Così, per caso, mi ritrovo a tradurre per conto
terzi un libro di divulgazione psicologica sul rapporto adolescenti-genitori.
Interessantissimo, soprattutto per me che non ho adolescenti, e genitore non
sarò (ma adolescente sono stato e genitori ho avuto). Per me, insomma che il
mostro (uso termini del libro) non si sustanzia in questi piccoli vampiri, che
succhiano il sangue e la vita a chi, quando tutto diventa sempre più faticoso e
stressante (potrebbe comportarsi diversamente un mondo al collasso?) fa una
fatica boia a tirare la carretta (anche in senso metaforico). Ma nel mio passato.
Nel mio antro "Dentro me".
Fine del preambolo. Dunque, come accennato in post recenti,
anch'io ho i miei problemi e li voglio affrontare. Non solo con i computer e la
connettività (mannaggia, non apro nemmeno il discorso) ma anche con le persone
e la socialità (mannaggia due). Anche in questi giorni me ne sto
qui rintanato mentre fuori nevica, e mi sembra di essere l'Eternauta (il
disastro atomico alla sudamericana era metafora del politico, proprio come oggi), mentre la
scorta di legna si assottiglia e devo comunque lavorare tutto il giorno.
Appena uscito, davanti alla legnaia sul retro, trovo una
piccola pozza rossa di sangue (scenografica, sulla neve bianca, il ceppo dove
spacco la legna eccetera!), sembra ancora vivo, e zampate di gatto nella neve. Devono avere litigato furiosamente,
chissà quali, chissà come. Com'è dura la loro legge, hanno cibo e cucce, eppure
non smettono di affrontarsi. A sangue.
Bella la neve, incantanta - ho anche letto il libro di quel
tale Sapienza, ma devo dire che mi ha un po' deluso. Così preferisco ricordare
la passeggiata di Hans Castorp nella Zauberberg, o l'ultima passeggiata di
Natale di Robert Walser (altarini personali)... attraverso il mio borgo
fantasma - lo dico mio perché vi possiedo un rudere (questo, quello, non so bene) e
già su questo posso riflettere. Nel pratone grosso sotto
la casa dei nonni in montagna c'era un rudere di baita completamente a terra,
restava giusto un mucchio di sassi alti mezzo metro e con le mura a segnarne il
perimetro, in mezzo al prato. Lo chiamavamo "La nave", e chi gettato o altrimenti vi
cadeva, nell'erba alta a fieno, era morto. A ripensarci buona parte della mia
infanzia (ma anche ora) è segnata di visite a case abbandonate e crollate o
bruciate - alcune di famiglia. E ancora oggi quando ne incontro qualcuno me la guardo da vicino, attratto (come) da vestigia di mondi scomparsi. E noi italiani siamo abituati a pascolare le greggi tra le
rovine, a giocare da piccoli conquistatori tra sassi rovi e vipere. Si può ben
dire, no?
Il pensiero del sacro mi è ritornato qui, quanto ho detto
prima è collegato a questa epifania, il pensiero è scaturito da sé, davanti a
questa erma o cappelletta (così familiare nei miei cammini, come in quelli di
tutti, scanditi di cappellette e croci, croci e vette) - ma anomala, non umana
(non come volontà dedicatoria, almeno): si è formata "da sé" (to
automaton), e non ha santi dipinti: è soltanto un muro crollato con un
provvisorio, effimero tetto di neve. Il sole ci proietta l'ombra di un albero,
e la ghirlanda d'edera, che pare indossata come una collana di divinità orientale, reca il messaggio della pittura vegetale: sostiene e al muro si
sostiene, l'ellera, come si dice qui, la stessa che due, tremila anni fa
piaceva tanto a Dioniso, dio del vigore naturale, della rinascita,
paganissimo e furente tra tutti gli dei greci, eppure, guarda un po', anche
cristianissimo, con morte e rinascita e tutti quegli attributi (anche la barba,
discettavano gli antichi) che ritroviamo nel culto cristiano...
La neve è immacolata, vergine (non ancora profanata, questo
il concetto: siamo al di fuori della giurisdizione umana, dicono tutti questi
segnali. Grazie alla neve sto trapassando in un altro modo, un Oltretomba, direbbe un interprete
di racconti sciamanici). Il bianco funebre. Supero il borgo fantasma, arrivo sul crinale che il
sole è accecante. Qui trovo la traccia fresca di un cervo (la foto l'ho messa
nel post precedente a indicare un legame e un cammino) - animale
mitico il cervo, solare, preda regale, il re della foresta (non il leone...),
superbo, che non si spaventa davanti all'uomo. Forse è sempre lo stesso, che ho
già incontrato più volte, l'ultima al parcheggio un mesetto fa.
Bell'epifania il cervo, no? Grande quasi come un cavallo, con quelle ampie corna rivolte al cielo, come rami di un albero... un albero in testa (questo sono le corna?) ... e il sole in mezzo, se non sbaglio anche a Kathmandu. E quando parte, trema il terreno.
Bell'epifania il cervo, no? Grande quasi come un cavallo, con quelle ampie corna rivolte al cielo, come rami di un albero... un albero in testa (questo sono le corna?) ... e il sole in mezzo, se non sbaglio anche a Kathmandu. E quando parte, trema il terreno.
Proseguo sul lato nord, la neve qui è più alta, gettata dal
tramontano oltre il crinale, si sono formati dei ghiaccioli suggestivi, succede
spesso quando la temperatura è bassa ma non troppo.
Non c'è bisogno di andare in Alaska per trovare la neve e la
sua magica corte, che blocca e ferma l'uomo, lo fa annaspare e stupire. La neve, il cielo solidificato in terra.
Perché mi e ci piace tanto la neve? Perché ci fa sognare di
essere sperduti in un enorme diorama.
Dio-rama, bella parola di cui devo ringraziare l'amico Mauro, che li costruisce
con passione per ambientarvi i suoi trofei; ovviamente non c'entra con Dio, credo che sia il participio
passato del verbo greco dia-orao (Wiki non lo dice), quindi veduta-attraverso,
nel senso di una sezione di un Pan-orama (non c'entra col dio, l'altro, il
selvaggio terrore in noi che Hillman ci spiegava!), in cui si vede tutto. Una sezione, un
angolo di mondo. Quello che vedo io oggi, tanti diorami in serie: le tracce di
sangue, la cappella a Dioniso, e ora...
Chi sono i miei mostri?
Sembrano masse nere, boliw, figure buzzatiane e senz'occhi (tranne questo qui in mezzo, che pare un capodoglio - cliccate sull'immagine, si allarga).
Una fila in agguato, escono come mastodontici rettili neri dalla terra scoperchiata, chasma, hanno
denti lunghi come spade, fronti inesistenti, musi ossuti.
Ci passo sotto, come in rassegna davanti a dinosauri congelati,
mammutoni in esposizione, da museo naturale di storia etnopsicologica.
Sono lì, sono sempre lì, pronti a balzare sulla valle. Ma oggi, grazie alla neve, hanno
denti affilati, scintillanti, bocche spalancate, sembrano risvegliati.
Ridono, pensano, sbranano? Non lo so, come i boliw celano
il segreto della loro essenza, mi paiono potenza di materia pura. Loro forza è la
roccia, la massa che si racchiude in se stessa. Lo slancio in avanti, la persistenza - quella che noi
non siamo, che non avremo mai. Che è il segno del nostro eterno fallimento (quando
scemi vi ci scagliamo contro). Umani noi, animali: involucri caldi palpitanti
di sangue rosso. Loro non vivi, immortali. Dei eterni, a noi ignoti. Ma anche: forme,
sostanza. Penso ai monoliti dell'isola di Pasqua. Ma loro sembrano qui pronti a balzare per divorarmi in un boccone con l'alito gelido dell'inverno,
tutta la forza del freddo e del ghiaccio, della roccia insensibile, schiacciare la molle
impermanenza.
Gioco, gli dò dei nomi: questa la bocca dello squalo (di Spielberg, ovviamente).
L'orca. L'Orco. È qui. Qui: gli guardo tra i denti, la gola rossastra. Quasi ci credo. Non è così che nasce una leggenda? Qui? Oggi! Mi metto in posa, mi acquatto tra le sue enormi fauci e faccio una foto ricordo, come a Disneyword.
Proseguo, passo proprio lì, dove ancora non c'è traccia, tra le fauci dell'Orca e i lunghi aculei
ghiacciati della ginestra, come il misero Odisseo tra Scilla e Cariddi. Meschino!
I miei pensieri continuano a ronzare, grevi, e ora sento
anche incombere su di me questi mostri neri. Sento una grande stanchezza, che
non è mancanza di energia, non è dovuta all'età o al fiato corto, ma in qualche
modo anche: passa la voglia di darsi da fare, in tutto questo sfacelo, per chi
e per cosa, ci si chiede. Dov'è finita la storia, dov'è la giustizia? La
morale, la scienza? (per non parlare del resto).
(Anche del futuro non parliamo, è quasi trent'anni che
l'ultimo, caso mai gli fosse scappato, l'han fatto secco a Chernobil).
Confesso la mia non voglia di affrontare le difficoltà.
L'indifferenza del mondo (pur non indifferente io). Anzi, niente mondo. Non c'è
più mondo. Immondo, se mai (e i nuovi dei li andremo a cercare con i nipotini
di Lovecraft, Dylan Dog e Tarantino).
Confesso la mia piccolezza (non so nulla e non posso nulla
di fronte all'immensità delle stupide conoscenze diffuse e/o disperse e/o
necessarie per affrontare qualunque questione). Se parlo è per lamentarmi, non
certo per dire (e che?!)
Ah, poi detesto la pressione economica (la più forte... e
che poi in realtà io sono ricco!), che mi stressa e mi fa sentire infelice.
Dico intenzionalmente così, perché così è: mi fa sentire infelice, anche se in
realtà non lo sono.
Continuo, arrivo al crinale delle Spiagge. Guardo giù ma in
fretta, il tempo si è guastato. Ritorna la tormenta dal Falterona. Vedo già
turbinare la neve sopra Serignana, sta venendo verso da me, una nebula bianca
scaricata da una nube nera come il ventre di un bombardiere. Meglio tornare, e
in fretta. Non ho nemmeno il berretto, io, che ero uscito col sole.
Ecco, questa la passeggiata dei mostri. Animali mitologici,
demoni, quasi dei - oppure piaghe, bibliche e malattie della psiche (era Jung: "gli dei non sono che
le malattie degli uomini").
Me li ritrovo davanti i neri mostri, minacciosi, tornando giù verso casa. Fan quasi
paura, così protesi verso la valle, il mondo degli uomini. Se ora girasse il tempo e riscoppiasse la tempesta, potrebbero prendere altra forza, e balzare giù dal monte, verso il mondo degli uomini.
Non succede, rientro per tempo, e anche quest'inverno, spero, è finito. Domani andrò a votare, per chi so io, sissignori!
Non succede, rientro per tempo, e anche quest'inverno, spero, è finito. Domani andrò a votare, per chi so io, sissignori!
Ma ora lo so. Nelle giornate particolarmente fredde,
quando il tramontano ha soffiato notte e giorno, la neve si è ammucchiata sull'uscio di casa,
piegando i rami anche dei cipressi più dritti, quando nessuno osa venire quassù, sulla montagna, regno delle creature
selvatiche, di piante contorte e di pietre e venti, ecco che escono i denti, si
spalancano le fauci... li vedete, potete vederli anche voi?
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mercoledì 27 febbraio 2013
Intervallo
In attesa di trovare il tempo di scrivere il prox bollettino - che ho già tutto in testa, devo solo trovarne il tempo! - vi propongo:
UN APPELLO: SMETTETELA DI DETURPARE LE CIME DEI MONTI
di
Carlo Alberto Pinelli e Luigi Casanova
Da alcuni decenni, ed in questi ultimi anni con
sempre maggiore frequenza, il tradizionale uso di segnalare con una
modesta croce il culmine delle montagne ha assunto un carattere sempre
più vistoso e autoreferenziale, allontanandosi dal significato
originario al punto da destare ragionevoli perplessità. Su creste,
pendici e vette sorgono ovunque ingombranti strutture di diverso tipo,
da quelle tecnologiche a quelle più dichiaratamente simboliche,
portatrici di messaggi storici, religiosi, artistici o fantastici.
...
e in particolare:
...
Per queste ragioni Mountain Wilderness Italia ha proposto al Club Alpino Italiano e alle altre associazioni che per diversi motivi sono interessate all’integrità delle montagne, di discutere e sottoscrivere un documento nel quale si chiede alle amministrazioni pubbliche, a partire dal profilo governativo nazionale per raggiungere le Regioni ed i Comuni, alle singole associazioni, di riportare sulle montagne la sobrietà di un tempo, evitando che questi ultimi regni della libertà continuino ad essere colonizzati e manipolati da chi pretende, attraverso tali mezzi invadenti, di imporre a tutti le proprie opinioni, anche estetiche. Mountain Wilderness Italia ritiene che sia necessario tutelare in modo deciso, attraverso uno specifico e preciso vincolo, tutte le aree protette, nazionali e regionali, le aree SIC e ZPS, i biotopi, le zone monumentali che sono state teatro di guerra, le infrastrutturazioni storiche quali mulattiere per transumanze e trincee. Ritiene che sia necessario, anche in aree non tutelate, suggerire ed eventualmente imporre alle associazioni e alle organizzazioni di promozione turistica la massima sobrietà nella apposizione di simboli religiosi e artistici in montagna e sulle aree pascolive e che tali strutture vengano sottoposte a una precisa regolamentazione e normativa urbanistica.
l'articolo potete leggerlo per intero sull'ultimo notiziario online degli Amici della Terra:
...
e in particolare:
...
Per queste ragioni Mountain Wilderness Italia ha proposto al Club Alpino Italiano e alle altre associazioni che per diversi motivi sono interessate all’integrità delle montagne, di discutere e sottoscrivere un documento nel quale si chiede alle amministrazioni pubbliche, a partire dal profilo governativo nazionale per raggiungere le Regioni ed i Comuni, alle singole associazioni, di riportare sulle montagne la sobrietà di un tempo, evitando che questi ultimi regni della libertà continuino ad essere colonizzati e manipolati da chi pretende, attraverso tali mezzi invadenti, di imporre a tutti le proprie opinioni, anche estetiche. Mountain Wilderness Italia ritiene che sia necessario tutelare in modo deciso, attraverso uno specifico e preciso vincolo, tutte le aree protette, nazionali e regionali, le aree SIC e ZPS, i biotopi, le zone monumentali che sono state teatro di guerra, le infrastrutturazioni storiche quali mulattiere per transumanze e trincee. Ritiene che sia necessario, anche in aree non tutelate, suggerire ed eventualmente imporre alle associazioni e alle organizzazioni di promozione turistica la massima sobrietà nella apposizione di simboli religiosi e artistici in montagna e sulle aree pascolive e che tali strutture vengano sottoposte a una precisa regolamentazione e normativa urbanistica.
l'articolo potete leggerlo per intero sull'ultimo notiziario online degli Amici della Terra:
(http://astrolabio.amicidellaterra.it/node/371).
Chiaramente le mie vette (nella foto in apertura si vedono il Poggio degli Orticari a sin e le Balze a ds) non sono granché, ma hanno la fortuna di presentarsi ancora nude e pure (non tutte, appena più in là alla fiera dei Poggi c'è una selva di antenne).
Chiaramente le mie vette (nella foto in apertura si vedono il Poggio degli Orticari a sin e le Balze a ds) non sono granché, ma hanno la fortuna di presentarsi ancora nude e pure (non tutte, appena più in là alla fiera dei Poggi c'è una selva di antenne).
a presto (spero)
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domenica 19 febbraio 2012
Bollettino n.33: Ritorno a casa
La funzione dell'inverno, anche per la società degli uomini, era mettere alla prova la vita. Ce ne eravamo dimenticati. Comprimerla e stressarla. Poi, se va bene, rinasce.
Che vuol dire? Si capisce quando si torna a casa in pieno inverno, dopo quasi due mesi di assenza. Si torna e ci si ritrova senz'acqua, con la casa a tre gradi e un tubino dell'acqua rotto dal gelo. È lì che ti voglio. Bisogna rimboccarsi le maniche e darsi da fare, altrimenti non ne vieni a capo.
Tutto quello che tocchi è gelido, il divano, le sedie... ma senz'acqua, le cose cambiano davvero. Quelle più elementari: pulire il tavolo di marmo dalle briciole, senz'acqua non è la stessa cosa. Alla fine ci passi la mano sopra, deve andarti bene così, ma non è pulito, non quel pulito cui sei abituato (e già io la spugnetta non la intrido di detersivi). Eppure. Ecco allora che si riflette sul pulito. Non ti lavi. Se devi puoi sciacquarti con la neve (finché si può: no grazie), fare i tuoi bisogni all'aperto, lo spazio non manca. Ma non ti lavi.
Metti la maglia di lana, e poi ti chiedi: quante ne ho, quanto posso cambiarmi senza lavare i panni?
L'acqua non c'è. Stanotte scendeva dalle gronde, ma quando smette di piovere finisce. Stamattina, quindi niente scorta. La neve è sporca, vecchia di più di una settimana: c'è sopra uno strato di polvere, rametti, qua e là tracce di escrementi dei vari selvatici. Berla? Meglio di no. Per cucinare scegliere bene il punto, togliere la parte sopra e poi filtrarla e bollirla. Un pentolone pieno di neve fa un litro d'acqua. Come gli alpinisti in quota. Come nel deserto. E intanto, mentre passa la giornata a fare queste cose che nella "vita normale" non capitano, ma che pure un tempo costituivano la norma dell'inverno per l'uomo, uno pensa.
L'inverno era, nella sua funzione storica, un esercizio alla sopravvivenza. Non teorico, pratico. Non una palestra, una prova sul campo, sotto tiro del nemico. Non uno scherzo, bastava un raffreddore. Il rischio era lì, mentre oggi, per i figli della città e del benessere, bisogna buttarsi sulle corse in macchina, gli sport estremi, le vacanze suicidali, per rischiare qualcosa.
L'inverno però, come lotta, era più dura: durava mesi, non si poteva arrendersi e consegnarsi al nemico. L'inverno è un generale che non prende prigionieri. Per questo mi fanno riflettere tutte queste emergenze neve dell'Appennino. Anch'io ho amici, vicini, che vivono di là dal crinale dove s'è abbattuta la nevicata più forte, che sono rimasti isolati, con due, tre metri di neve. Non hanno chiesto nessun intervento della Protezione Civile. Quando arriva l'inverno si muniscono (munio, verbo che imparai alle medie, traducendo il De bello gallico di Cesare, munizioni, munizioni da bocca diceva mio nonno, che era stato negli alpini a fare l'ultimo scampolo della Grande guerra, e poi tutti i raduni annuali, locali, fino a che ha potuto). Cibo, foraggio per le bestie, legna per il fuoco, le medicine essenziali. Quando ero ragazzo e andavo a Devero col Mozzati, mi raccontava che lì, a 1600 m, d'inverno restavano in due, il Fattorini, che annegava la solitudine dei metri di neve nella piana dando fondo a bottiglioni di rosso, e l'Angelo, che gestiva il rifugio del CAI - finché non lo mandarono via, perché molestò pericolosamente una ragazza che era salita da lui fuori stagione per studiare in tranquillo isolamento. Shining: l'inverno può uccidere anche l'intelligenza, se ricordate la faccia di Nicholson nella scena finale (tra l'altro: nel bambino che falsificando le tracce svia il padre che vuole ucciderlo nel labirinto, c'è tutto un compendio di mitologia). Ecco, questi amici se ne restano tranquilli un mese isolati, forse anche di più, ed Elisa quest'anno è pure incinta (e non manca molto, credo!). Che tipa è? L'anno scorso, mi raccontava, tornava a casa di notte con il pickup, e c'era neve abbondante, a metà del bosco (7km senza una casa) ha trovato una pianta caduta in mezzo alla strada...
L'inverno però, come lotta, era più dura: durava mesi, non si poteva arrendersi e consegnarsi al nemico. L'inverno è un generale che non prende prigionieri. Per questo mi fanno riflettere tutte queste emergenze neve dell'Appennino. Anch'io ho amici, vicini, che vivono di là dal crinale dove s'è abbattuta la nevicata più forte, che sono rimasti isolati, con due, tre metri di neve. Non hanno chiesto nessun intervento della Protezione Civile. Quando arriva l'inverno si muniscono (munio, verbo che imparai alle medie, traducendo il De bello gallico di Cesare, munizioni, munizioni da bocca diceva mio nonno, che era stato negli alpini a fare l'ultimo scampolo della Grande guerra, e poi tutti i raduni annuali, locali, fino a che ha potuto). Cibo, foraggio per le bestie, legna per il fuoco, le medicine essenziali. Quando ero ragazzo e andavo a Devero col Mozzati, mi raccontava che lì, a 1600 m, d'inverno restavano in due, il Fattorini, che annegava la solitudine dei metri di neve nella piana dando fondo a bottiglioni di rosso, e l'Angelo, che gestiva il rifugio del CAI - finché non lo mandarono via, perché molestò pericolosamente una ragazza che era salita da lui fuori stagione per studiare in tranquillo isolamento. Shining: l'inverno può uccidere anche l'intelligenza, se ricordate la faccia di Nicholson nella scena finale (tra l'altro: nel bambino che falsificando le tracce svia il padre che vuole ucciderlo nel labirinto, c'è tutto un compendio di mitologia). Ecco, questi amici se ne restano tranquilli un mese isolati, forse anche di più, ed Elisa quest'anno è pure incinta (e non manca molto, credo!). Che tipa è? L'anno scorso, mi raccontava, tornava a casa di notte con il pickup, e c'era neve abbondante, a metà del bosco (7km senza una casa) ha trovato una pianta caduta in mezzo alla strada...
Insomma storie di neve e di piccoli eroismi di sopravvivenza qui è pieno, non è roba da tv e nemmeno da giornali; se ne parla tra di noi, si ammira, certo, ma sono le piccole battaglie di tutti i giorni, ognuno le sue. Bisogna stare attenti a non fare cazzate, dosarsi le munizioni, anche gli aiuti non possono sempre cavarti d'impiccio. Vedere e prevedere, aprire gli occhi. Giù, nel mondo tecnologico, queste misure si sono perse, e ci si impalla. Non dico che non si debba aiutare chi chiede aiuto, per nulla. Ma come dice un altro amico di qua, "belin, sei in montagna, che d'inverno nevichi è il minimo che ti devi aspettare, no?". Appunto: in che mondo vivi? In montagna o nella televisione? Nella tecnologia o nell'inverno? E se perdi il telefonino sei fatto? A questo vuoi affidare la tua vita?
Io la nevicata l'ho persa, sono rimasto a Milano per terminare un lavoro al calduccio e per festeggiare la madre che ha aggirato felicemente la boa degli 80. Quella di Elena, di madre, invece un paio di settimane prima ha passato i cento. Le mamme avanzano (i padri sono per lo più dispersi, con qualche valida eccezione), sembra quasi che restino solo loro. Alla fine dell'eroismo maschile (che è strafinito, ormai non c'è manco più bisogno di dirlo). Per combinazione leggevo l'ultimo della Pariani ("La valle delle donne lupo", che poi lei rivela essere la Formazza) che racconta la storia di una vecchia montagnina, da lei intervistata col magnetofono negli anni settanta. Donne di un tempo, testimonianze orali, mondi che scompaiono. Davvero scompaiono e davvero mondi, ricchi e complessi che oggi facciamo fatica anche a immaginarli - o ricordarli: quasi non avessi conosciuto bene mio nonno e sua sorella, Sep' e 'Tzina, e visto quotidianamente i vecchi più vecchi e meno agiati di loro, quelli nati nell'ottocento, le donne vestite di nero - sempre, e chissà quanti erano gli strati di quei vestiti sformati, delle loro gonne a pieghe - con le ciabatte di corda, che puzzavano e puzzavano e puzzavano, anche a tre metri di distanza, in chiesa, al gelo, immerse in una nube invisibile d'odore di lana infeltrita dal sudore. Di età indefinibile, i capelli raccolti sulla nuca, con la pelle lisciata dal vento e dal freddo, le mani lucide, per il lavoro in stalla (c'erano ancora le stalle in paese, e passandoci davanti si doveva stare attenti a saltare da una pietra all'altra del vicolo). Parole oscure come l'inverno. Strame, stram, si chiamava.
Ora l'inverno è sconfitto dal riscaldamento che si accende con un dito (finché dura, abbiamo letto e visto "La strada", no?). La stufa, anche la mia tecnologica, richiede almeno un quarto d'ora di attenzioni - ma poi riscalda tutta la casa. La tecnologia ci aiuta, l'ho imparato quando stavo in Germania, e credo sinceramente sia stato quello a sviluppare la tecnica (coi suoi abusi) e la tecnologia: la guerra con l'inverno. Scaldavo l'appartamento col carbone, anche gli appartamenti avevano, per me italiano, un riscaldamento con qualcosa di industriale. Mentre al nostro sud nemmeno esistevano i termosifoni. Altro che progresso, non ce n'er bisogno. Arance e mandorlini - e freddo cane, quando arrivava. Tuttavia, appunto, oggi che la tecnologia ha stravinto, e i padri straperso, ogni tanto ricadiamo ancora nell'inverno. Quando arriva l'emergenza, salta un tubo, e restiamo senz'acqua.
Allora si rimette in moto un mondo diverso, goccia a goccia. Il pavimento resta sporco, con le tracce di fango degli scarponi e chissà quanto durerà ancora. Certo scrivo al computer (la luce non manca per fortuna), ma qualcuno ha mai sostenuto che le due cose non possano convivere? Il computer non scalda e non lava. Tutto può stare con tutto, ma nulla sparisce, per quanto, con desiderio infantile, non lo si voglia vedere.
Nessuno è più forte dell'inverno. Ecco allora, forse, da dove altro si può attingere per ricercare un senso del sacro (quel qualcosa cui è necessario credere per dare un senso alle cose) - nel senso del timore, del riprender le misure (ricommisurarsi). Da non dimenticare, quando verrà la primavera, l'esplosione del ritorno alla vita, il carnevale. Sabato prossimo a Castagno d'Andrea rifanno il Cecco, un antico rito tradizionale di celebrazione della morte dell'inverno, gioiosa anticamera della rinascita - scenetta, teatrino, vino musiche e canti. Credo che il metro e mezzo di neve non ancora del tutto disciolto darà un contributo non indifferente... l'ultimo alito gelido dell'Inverno della Montagna. L'ultimo ruggito, ma ormai è finita! Del resto lo diceva anche Padre Adam: quando l'inverno è più rigido per le api la ricrescita primaverile è più forte. C'è più voglia. È la Natura. Eccola, che bussa alla porta.
Allora si rimette in moto un mondo diverso, goccia a goccia. Il pavimento resta sporco, con le tracce di fango degli scarponi e chissà quanto durerà ancora. Certo scrivo al computer (la luce non manca per fortuna), ma qualcuno ha mai sostenuto che le due cose non possano convivere? Il computer non scalda e non lava. Tutto può stare con tutto, ma nulla sparisce, per quanto, con desiderio infantile, non lo si voglia vedere.
Nessuno è più forte dell'inverno. Ecco allora, forse, da dove altro si può attingere per ricercare un senso del sacro (quel qualcosa cui è necessario credere per dare un senso alle cose) - nel senso del timore, del riprender le misure (ricommisurarsi). Da non dimenticare, quando verrà la primavera, l'esplosione del ritorno alla vita, il carnevale. Sabato prossimo a Castagno d'Andrea rifanno il Cecco, un antico rito tradizionale di celebrazione della morte dell'inverno, gioiosa anticamera della rinascita - scenetta, teatrino, vino musiche e canti. Credo che il metro e mezzo di neve non ancora del tutto disciolto darà un contributo non indifferente... l'ultimo alito gelido dell'Inverno della Montagna. L'ultimo ruggito, ma ormai è finita! Del resto lo diceva anche Padre Adam: quando l'inverno è più rigido per le api la ricrescita primaverile è più forte. C'è più voglia. È la Natura. Eccola, che bussa alla porta.
La gatta è sempre lei, la capostipite. L'orecchio si è piegato all'indietro, da un annetto. Ha preso un'espressione arcigna, da vecchia, no?
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