mercoledì 8 luglio 2026

Finestra a quadretti sull’infinito



Questa, e va detto subito, è la prima finestra quadrettata che mi provo a descrivere. I quadretti sono creati dalla zanzariera e le conferiscono, non soltanto nella foto, un assurdo “effetto pixel”, effetto che non so più come chiamare altrimenti, accogliendo in questo modo anche nella mia esigua serie di Descrizioni di finestre un indicatore di quanto il mondo informatico, finora limitato al computer e alla fotografia, si riveli ormai radicato non solo nella scrittura ma anche nella psicolinguistica, nello stesso atto percettivo di me che guardo la finestra. Non è un caso, perché ogni Bildbeschreibung è un esercizio di stile, ovvero una finestra aperta sulla propria sensibilità e interiorità, questo ormai è per me un dato assodato e fondante.

Sono a Santa Maria a Scopeto, arrivato ieri sera dalla Sicilia, un day-off prima di tornare alla casa nuova di Trentotre, a San Godenzo. Alzo lo sguardo dal computer al quale sto lavorando, perché vi sto compiendo una rilettura per conto di Ghita della sua nuova traduzione del secondo libro della Gaile, e faccio fatica a ritrovare le mie coordinate spaziali. Quello che mi trovo davanti non è il mio paesaggio, non è Pantanelli, è la stanza che sto usando come studio a casa di Laura. Mi fermo a riflettere, perché mi ci sento in qualche modo radicato, nella casa e alla finestra a cui non per la prima volta sto seduto , anche se forse è la prima che vi lavoro. Alzare gli occhi dal computer (ahimé, sembra ovvio ma un tempo non lo era affatto) e guardare dalla finestra: un’operazione che per tanti anni per me è stata una forma di meditazione e ricerca di consapevolezza tra le più importanti.

La finestra è per metà chiusa dall’anta di legno rossa; non riesco ad aprirla per la presenza della zanzariera e del tavolo ingombro di roba, tanto che la complessità dell’intervento necessario per arrivare a spingere l'anta per aprirla mi induce a desistere. E dunque, è anche la mia prima descrizione di una finestra aperta a metà. Ma non è per me del tutto inusuale, avvezzo come sono a scrivere sui tacuini, su foglietti, nell’impellenza del momento; mi piace a volte scrivere in un piccolo spazio ritagliato, e anche in altri spazi ingombri di storie e vite altrui. Anche questo contribuisce a fare la scrittura più piccola, più calibrata a un’umiltà concreta, quasi privata. La mia non è la scrivania di un dittatore, e sorridendo penso a quella celebre foto di Mussolini nel suo gigantesco studio a palazzo Venezia. MI chiedo invece com’era la scrivania di Kafka, o quella di Walser, di Bernhard, di quei modelli letterari d’umiltà e povertà che ancora mi guidano. O San Francesco, o Benjamin. Sogno di leggere, se non di scrivere, un saggio narrativo sulle scrivanie degli scrittori.

Sono ospite: tra poche ore non sarò più qui, e forse anche per questo voglio lasciare traccia, senz’altra imposizione che descrivendo una finestra, dell’impermanenza dell’immensa quanto segreta bellezza del quadro (Bildgeschehen, ci fosse una parola italiana per dirlo...) che vedo davanti a me: tre tetti diversi, con arrampicati sul muro: un gelsomino da poco sfiorito, una pergola ricoperta a tappeto dalle foglie dell’uva, un glicine ormai in pieno slancio vegetativo, all’assalto del tetto. Dietro la casa, a bordura del prato raso i fiori rosso vivo di un oleandro, a ricordarmi della Sicilia appena lasciata, e poi, sul fianco di una piccola aia davanti a due casotti in rovina, un albero dai rami piegati, pieno di susine, che la mia bocca ha già conosciuto.

Se questo fosse un romanzo, e non una paginetta su una finestra –  il materiale per scriverlo non mi mancherebbe, in questa già lunga estate appena iniziata – il suo titolo sarebbe L’anno delle susine, perché la quantità di piante e in particolare di frutti di susino quest’anno è impressionante. Solo l’albero che si vede sulla destra della finestra ne porta credo alcuni quintali, ne ha i rami stracolmi, e in un attimo, ne ho raccolti alcunichili da quelli più bassi, brucandole come si fa con le olive, ci sono più frutti che foglie. E così anche il susino dalle foglie rosse, che nella foto appare svettare sopra il tetto, e gli altri, che non si vedono ma so lungo la strada. Susine ovunque, gialle, rosa, rosate e rosse.

Così mi pare quest’estate da poco iniziata, carica di frutti zuccherini, talmente abbondanti che non si riesce a raccoglierli né a trasformarli per farne scorte di cibo per l’inverno. Allo stesso modo la mia vita in quest’anno di maturità continua a portarmi troppi frutti, troppe esperienze e nuove alchimie, e una raccolta mi diventa impossibile; tutti questi frutti inevitabilmente giunti a maturazione cadono e fermentano al suolo. Guardo,  assisto al mio procedere e a questa disseminazione; ed anche questo è un modo di godere di un'inattesa e simile enorme ricchezza, quand’anche ciò porta con sé il rimpianto di non poterla trasformare, e conservare per un inverno, non solo mio ma anche del mondo, dell’umano e del non umano, perché temo il tempo che ci aspetta dopo quest’estate torrida di possibilità, forse l’ultima così ricca e ampia di raccolti.Ringraziare per la ricchezza e nello stesso istante lasciarla andare, è un esercizio che sto imparando, ed è del tutto particolare.

Sono le 10.44, una brezza leggera agita le foglie, il cielo è terso e si dispiega nel cielo azzurro una giornata maestosa come sanno esserlo le giornate di inizio luglio, calde ma non ancora torride, il bosco è ancora umido e percorso da voci di uccelli a cui si uniscono le prime cicale.

Nel mio corpo sento forti gli effetti tonici delle nuotate nel mare di Pozzallo, del qigong, dello yoga e della dieta equilibrata, volta a eliminare gli zuccheri superflui e tutto ciò che potrebbe favorire il ripresentarsi del carcinoma. In quattro settimane di soggiorno non ho toccato alcol, mi sono accontentato di mangiare due granite con panna e brioscia, due gelati e pochi biscottini alle mandorle. Tra pochi giorni andrò alla visita di controllo, e vedremo se tutto questo impegno è servito a qualcosa che possa essere chiamato, pur con tutta la necessaria approssimazione, guarigione, oltre a portarmi a uno stato di intenso benessere, di sensibilità accentuata, di maggiore presenza e attenzione. Diciamolo pure, di gioia e felicità intermittenti, e di pacata consapevolezza.

Ho anche lavorato pochissimo, cosa per me rara, soltanto questa di cui dicevo all'inizio e poche altre letture, sempre fatte con piacere, un po’ di corrispondenza, e le fatture. Il resto l’ho accuratamente messo in standby, lasciando diversi libri e amici in attesa. Domani mi preparerò a iniziare una settimana di lavoro, prima di partecipare al mio primo ritiro buddhista, ad Avalokita, curiosamente dove anche mia sorella si era già iscritta, a mia insaputa.

Sono diversi i segni e segnali che mi arrivano attraverso questa finestra aperta, e li voglio accogliere come frutti portati dall'aria gentile in questa giornata di luglio. Per essere qui e ora, come dicevano anche i latini, hic e et nunc, su cui per primo, mi dice la rete, ha riflettuto Orazio; in questa casa che ho visto la prima volta circa un anno fa, in una sera d’estate, a una cena del comitato per la difesa dei Crinali, da cui ero uscito doo aver dedicato tante energie. Che strani percorsi continua a tessere la vita, instancabile!

Nella finestra si vedono entrare, sulla destra, alcune foglie all’estremità dei rami laterali del noce; e a terra, più indietro, vicino al susino, ma inondate dal sole e come inchiodate, alcune spighe d’erba ormai secca, lasciate da chi ha rasato il prato. Di fianco, a sinistra delle spighe, una singola pianticina di topinambur, scappata fin lì, forse come seme, forse come radice sotterranea, che ha compiuto una quindicina metri sotto terra per affaccirsi al bordo del prato. 

Oggi, protetto dall’ombra di questa stanza, sento che la natura è forte e dominante, il sole maestoso. M’inchino a questa forza, e ammiro il lavoro dell’umano quando non vuol essere padrone ma s’ingegna a costruire tetti e ricoveri, giardini dove dialogare con gli elementi e le diverse forme di vita, e gli elementi, sacri e divini, sempre attorno a noi.

 

San Martino, h.11, 20260704

 

Nota

Ora nel cielo, sopra la dorsale di Monte Giovi, passate due ore, è comparsa una nuvoletta. La voglio aggiungere alla  descrizione della mia finestra? Darebbe un senso al fluire del tempo. Ma no, preferisco che tutto scorra come deve; la nuvoletta resterà una nota a pie’ di pagina in questa descrizione senza storia.

lunedì 19 gennaio 2026

Onde cosmiche, dialogando con l’aura

 

 

Nella nuova sede delle Edizioni Montaonda, che chiamo Trentotre dall’indirizzo in cui si trova qui in paese, quando voglio rilassarmi, come ora, invece di accendere la televisione mi sdraio sul letto con un cuscino drizzato dietro le spalle, e guardo fuori dalla finestra (volta a occaso). Mi perdo a guardare le nuvole che scorrono nel cielo, nel pomeriggio, quando il sole scende e si colorano sempre più scure, fino al tramonto e alla notte, prendendo le tinte di un cielo barocco e poi romantico - e giocano a trascinare i miei pensieri, con leggerezza, vaporose, facendomi conscio dell’impermanenza e del flusso del tempo, in cui vedo ormai il vero scrigno della bellezza. 

 

 

Sì, perché mi sto convincendo che la bellezza per me più vera, quella della vita, di cui le opere dell’uomo sono soltanto un ritratto, la bellezza dell’istante, quella del momento irripetibile, sia proprio in questa sua dimensione effimera, che sola corrisponde davvero alla nostra condizione, e suscita emozioni ricche e piene, di cui mi nutro.

Condizione che è la stessa dell’universo, in continua trasformazione. Cosa mi ci ha portato? Tra le tante cose la necessità di ribellione al sentire imposto dalla società del consumo, il desiderio sacrosanto di ciascuno di noi di amarsi e amare il proprio corpo per quel che è e come è (sempre più segnato dal tempo e  dagli accidenti...). Anche quando invecchia, anzi di più: arrivare ad amare l’umano proprio perché invecchia. Che poi, se mi ci soffermo, trovo facilmente che è lo stesso che accogliere ed entrare nel flusso di cui parlavano i sapienti antichi, come Eraclito, il continuo scorrere che è anche ritmo, e quindi vita, musica, cammino. Non è una cosa ovvia, ma una conquista di tante riflessioni. La bellezza profonda che promana dal corpo segnato, eletto a santuario del tempo

In altre parole, in questa rivelazione del segno del tempo colgo la presenza del ritmo cosmico e universale, un'armonia profondissima, che chiamo bellezza. Che è vibrazione, come vibrano i nostri polsi, le foglie degli alberi, l’irradiazione solare con le sue infinite gamme di onde che ci raggiungono in ogni momento. Ed è anche emozione, fremito e tremito, sommato all'esperienza del corpo, che diviene segno non di potenza - che lascio agli illusi e ai frustrati - ma di fragilità: questa è il culmine, l'apice della vita. Perché la vita è a volte fortissima, dura come il cristallo ma sempre nel limite della nostra pelle e del nostro sangue, fragilissima, per me senza più alcuna contraddizione. Si è dissolto il dubbio, il mistero. 

Capisco così perché anche le cose fragili, effimere, esili e trasparenti, sono tanto belle: perché vere, sacre, sono stupore puro come cristallo di rocca. Etimologicamente, non ci avevo mai pensato: emozione indica il movimento di tirare fuori, quello che, con uno di quei cortocircuiti semantici con cui mi piace tanto giocare, è fare outing, quindi, anche, scoprirsi (e questo, e ridacchio perché io non lo faccio, mi viene da Gianfranco, dal suo progetto Disability Glam). La vita è movimento - anche quella che noi chiamiamo inanimata, perché vibrazione è quel che unisce tutta l’esistenza, che sia di particelle o di pianeti, tutto è in quanto sempre in movimento. L'immobilità si smaschera, un sogno meschino e noioso, inelegante.

 


La stessa anima è movimento. Anche noi, dunque, come si dice, in ogni fibra: non c’è istante in cui non ci muoviamo, anche nel sonno si muovono i polmoni, il cuore, il sangue, i pensieri. Da svegli il ritmo cambia a seconda del contesto, della situazione, come cambia il ritmo di una musica, a volte forsennato, altre lentissimo. Così le onde radio – come quelle dei fluidi - possono essere brevissime, nell’ordine dei millimetri e anche meno, o dispiegarsi in metri nel mare, chilometri nelle rocce e chissà, forse anni luce; forse l’universo intero è un’unica onda … chissà come si governa, come si canta la legge delle onde...

Per inciso, in tutto questo c’è anche la poesia: ho riletto ora l’infinto di Leopardi (nella sua finestra sul colle cercavo l’occaso, che invece era in Carducci: questo occaso è pien di voli, in  Davanti san Guido, 12ma quartina, rintracciato facilmente in rete). Quel vento, e quella voce, di cui parla Giacomo, non sono forse le stesse vibrazioni cosmiche dell’essere che tutti conosciamo, di cui tutti, quando ci si apre il sentire, partecipiamo? E non è quel suo s’annega non una rinuncia ma una conquista, una liberazione dal pensiero, dal karma, non è l’entrare nella sintonia con l’universale – non una sconfitta dunque, ma la soluzione e la vittoria, la liberazione dall’io?

Ecco allora apparirmi una nuova sfaccettatura del nome che per quasi vent’anni m’ha fatto da casa, da indirizzo, da destinazione. Monta onda vuol dire non, come mi si dice, “la casa a monte della cascata” (ovvero sopra la cascata, come piacerebbe a Ransmayr, letto e ammirato il suo Il maestro della cascata, in cui trovo ancora stupefacenti analogie, dall’acqua, alla malattia del cristallo, alla Grecia, alla dissoluzione dell’uomo e della ragione); ma com’è quella casa per me oggi, un montare l'onda, cercare la sintonia, il gioco del surfista (e nella cascata leggo La leggenda del santo ignudo, di Wackenroeder, il testo romantico dell’amico di Tieck che tanto ha segnato i miei anni tedeschi, in cui il passare del tempo era identificato con il fragore incessante dell’acqua, al punto da farmi carezzare ancora oggi un progettato Libro di cascate); quella che per Aristotele era l’armonia delle sfere, per me torna a essere una disposizione di apertura e condivisione, che si può chiamare in mille modi, ma che a me piace ricondurre all’amore cosmico, il principio degli antichi sapienti greci – a inventare la parola filosofi fu Platone, più giovane dei più giovani di loro di un paio di generazioni – quelli che Giorgio Colli sul finire del secolo scorso aveva liberato dall’asfissiante denominazione di "presocratici" – termine che aveva imposto al nostro tempo il tedesco Hermann Diels, senz'altro in buona fede – dopo che il suo Nietzsche aveva slegato per noi il sapere dalle pastoie dell’Accademia, riscoprendo, con duro lavoro di archeologia del profondo, la sua componente irriducibile, folle, indicibile e sacra.

 

 

Questi pensieri, queste nuvole ora sempre più scure (in attesa però di diventare chiare, illuminate nella notte dalla luna nuova), scorrono e non si fermeranno. Si ferma qui la mia trascrizione, che li ha alimentati giocando a disporli in parola - e questa e loro svaniranno, come dev’essere, perché anche se scritti, anche se fermati per la durata di un battito d'ali – di fronte all’incommensurabilità degli eoni del tempo - per farne stimolo, germe e simbolo, matrice di altri pensieri, per essere generativo anch'io, e per offrire e mantenere testimonianza di vita, servono intanto a me, per proseguire nella mia umile ricerca umanissima, la mia cavalcatina sciamanica nella notte: di una felicità che sia respiro del vento, del tempo, epifania dell’essere in un momento.

Le parole scritte sono come queste foto rispetto alle nuvole: non possono svelarne il passato, né il movimento, solo accennarlo a noi, sono eidola, silenzio, rispetto, sacrificio e tributo; memoria che si ravviva solo per quell’istante in cui scorrono nella finestra dei tuoi occhi, mio caro lettore, per instillarti il ricordo dell'attimo in cui sono, un battito di ciglia.

 

Trentotre, 19 gennaio 2926, h.17.29

(forse da tutto questo viene anche il mio amore per le date, le cronologie e cronostorie di tutti i tipi)

venerdì 19 dicembre 2025

Il bosco bagnato


 

Stamattina mi risveglio a Paterno di Vaglia, una frazioncina di un paese sperduto nell'Appennino alle spalle di Firenze, ospite di una casa di amici (in questi giorni in vacanza) per accorciare il percorso tra me e un luogo che mi trovo a frequentare quotidianamente per un mesetto (si chiama Careggi, e chi sa sa). La casa è anni '80, ampia e padrona senza sfarzo, nata da un benessere che ancora rimanda alcuni bagliori, come di ottoni non lucidati e ormai fané; sento quell'umidiccio, quegli anni accumulati, che ricordo di aver vissuto altrove, e mi confronto così con gli stessi anni di altri, di cui intrappolati nella ragnatela del tempo restano frammenti sonori e sgargianti di vita. Nel grande salone, insolitamente quadrato, con un soffitto alto, traversato da un arioso arco di mattoni a tutto sesto in stile fiorentino, si annidano ombre, mentre sul pavimento in cotto poggiano arredi di colore severo (quasi spagnoli) e strumenti musicali (il padrone di casa è chitarrista classico e concertista); snelli armadi a vetrina colmi di bicchieri di cristallo, e un divano immenso, ricoperto di coperte invitanti e cuscini. L'hanno acquistata così, questa casa, semiarredata, corredata di una sua storia che affiora discretamente dai muri, accettando di mescolare la propria vita a quella di chi c'era prima, gli uni e gli altri estraei e accoglienti a un tempo, come dev'essere in una casa viva, nelle camere, nelle cantine, nei molti disimpegni, conservando tracce, segni d'uso prolungato, insieme ai piccoli fiori di salnitro...

Ieri sera, trovandomici solo e godendo della temperatura austera (i 15 gradi mi hanno riportato a tanti grandi freddi incontrati e amati con tranquillità nella mia vita, rivolta a nord fino alla mia seconda rivoluzione), ho cercato qualcosa da leggere nello scaffalino da studente della camera di Federico, il figlio ormai grande e fuori casa. Ci ho trovato Shining, di King, uno scrittore che ho imparato ad apprezzare solo in anni recenti (si fa per dire, nella gran messe di quelli trascorsi). Sono sceso dall'ampia e comoda scala (una rarità in Toscana, per nulla contadina) e mi sono accomodato sulla poltrona Poang (quanto la conosco, la seduta di Poang! Ne ho ereditata una 25 anni fa, e i miei coetanei ricordano bene come ai tempi, nelle sedi Ikea, c'era un robot che la stressava, dimostrando che poteva cullarvi "un milione di volte avanti e indietro"). Ho acceso un caminetto compatto e accogliente, alimentandolo con la legna di recupero che ho trovato ben impilata nel suo ripostiglio. Mi sono versato mezzo bicchiere di vino dal bag-in-box e mi sono messo a leggere, aspettando Andrea, che alle undici mi ha portato le paste avanzate dalla sua giornata al bistrot (Demidoff, se posso fargli un po' di pubblicità) salutando per la buonanotte. Ecco, un poccolo Overlook, mentre fuori dalle vetrate scorre tranquillo il fiume umido, nella notte nera. "Uno sguardo dall'alto", è questo che ci dona il diventare anziani, un miele tardivo della vita, ricco di profumi e compatto, come quello dell'edera, l'ultimo dell'anno e difficile da raccogliere, che mangio in questo periodo assaporandolo con gusto e calma. Fa paura, certo, guardare dall'alto, e dalla pancia, dal plesso si muove il senso di vertigine, ma conviene accettarla, come fa il piccolo Danny, che ha voglia di vivere la sua vita, non si chiede certo se sarà lunga lui, importante è viverla, quale che sia. E' Jack, lo sconfitto, che vuole morire. Jack, che sprofonda nella rabbia quotidiana, lui non supererà l'inverno, trasformandosi in una maschera di ghiaccio.

Leggo poco, il Re del thriller riesce a inquietarmi, è proprio bravo a toccare i tasti del suo lugubre strumento (la mitica Underwood). Ma non mi lascio impressionare, un po' Danny anch'io, mi scaldo per bene e vado a dormire avvolto in due piumini, uno sull'altro, in un letto regale. Re del mio mondo, re per un giorno, perché mi dico che ogni giorno abbiamo la possibiltà di diventarlo, anche se, sia chiaro, non sempre si riesce. 

E stamattina, dopo essermi pasciuto del budino di riso e della treccia con crema di ieri, regali dolci d'allegrezza, mentre lavoro a distanza sbrigando in mattinata piccole cose per la mia casa editrice, prima di scendere al mio "appuntamento con la macchina" (sembra lì di essere in un altro film di Kubrick, dove non è il protagonista a girare dentro la macchina, come in Odissea - film, mi accorgo ora, dalla vocazione geometrica, circolare e rettilinea. E' la macchina che gira attorno a me, in una penombra tracciata di lucine verdi che entrano nel cuore della materia e mi dimostrano che siamo fatti di atomi, molecole, particelle, la stessa carne dell'universo intero). Con la calma che mi dà sapere le feste imminenti, guardo fuori dalla finestra il bosco. Finalmente nudo, umido, verde di licheni e di edera, s'inerpica su per il pendio. Qui davanti il giallo delle foglie superstiti dell'albero di giuda, sul pendio quello degli sterpi. Guardo seguendo la montagna che sale, e poi scendo, sull'asfalto, la panchina, i funghi di cemento, sgabelli attorno al tavolino, la panchina e il fondo del torrente, luccicante dell'acqua che vi scorre sopra frettolosa, anch'esso tinto da alghe rugginose, autunnali, mentre l'aria si condensa e gocciola sugli steli dell'erba verde-per-sempre, perché siamo pur sempre in Toscana, e la vita qui ha una forza misteriosa e selvatica, che non mi so spiegare. Sonnecchia d'estate ma non muore mai, nemmeno d'inverno. Il chiarore del sole, diffuso dalla nebbia come da un faretto a ombrello in uno studio di posa fotografica, fa rispledere il  bosco bagnato, pieno di muschi, piccole piante e foglioline variegate, già pronte, come gemme dischiuse, alla primavera. Fiocchi di nebbia segnano la distanza e l'immobilità dell'aria. Uno dei tanti, mille volti del bosco che ho sempre amato, sempre guardato e ammirato. Questo è tutto, e tutto è.

venerdì 14 novembre 2025

Vivere in un quadro

 

Tutto il mondo è paesaggio, ovvero viviamo tutti in un quadro immenso.

Una digressione d'ispirazione bioregionalista legata alla pittura di Silvestro Pistolesi

 


Forse è capitato anche a voi, un giorno, un istante, di percepire il paesaggio attorno alla vostra persona come un quadro in cui per qualche magia della vita vi trovate inseriti a muovervi, come personaggi in un dipinto fiammingo - o surrealista, impressionista o iperrealista, non importa lo stile con cui il pittore vi guarda, modula e si esprime, quel che conta è l’intuizione romantica, quella del Mann in der Landschaft ‘Uomo nel paesaggio’, anche se il titolo del quadro di C.D. Friedrich è Der Wanderer über dem Nebelmeer, ‘Il viandante sopra il mare di nebbia’. E quanto ha meditato l’umanità e la storia dell’arte e della cultura su questo quadro, che ha germanicamente sostituito il sorriso della Gioconda con un maschio, pare fosse un ufficiale, ritratto però con un vestito da gagà e girato di spalle, in posa spavalda al di sopra di un paesaggio roccioso immerso in un mare di nebbie, senz’altro un tormentato paesaggio interiore… Un proclama da parte dell’uomo volitivo e razionalista, e i romantici lo erano eccome, che lui è il pittore del proprio mondo, della sua tela. Io sono nel paesaggio, il paesaggio è attorno a me e dentro di me, entrambi siamo dentro a un quadro dipinto da un pittore.

Per chi invece a due secoli di distanza cerca come me di dominare il dominante e disinnescare le dinamiche interiori che da occidentali inconsciamente mettiamo in atto verso l’interno e l’esterno, dinamiche di domino, come si dice in termini più attuali, per costui vale invece salvarne la prospettiva ottica di apertura, accettazione e partecipazione al quadro fantasmagorico della realtà, la prospettiva bioregionalista (che più che una visione è una pratica, ma qui nel blog si lavora con le parole, e quindi immagini). Onore dunque a Friedrich - ma quanto tempo è passato, appunto, noi siamo qui e ora, e tutto, mondo e natura, lo guardiamo attraverso uno schermo luminoso.

E’ questo il mio impulso, gravato da un siffatto zaino mal sopportato, che mi raggiunge come sentimento, come emozione e non certo nella forma del pensiero arzigogolato che sto dipanando qui, è quello che provavo stamattina, sorseggiando il mio golden-milk a colazione e guardando fuori dalla finestra. Il senso della bellezza e la gioia che suscita in me. Cosa voglio dire? L’irrompere della natura, anche come paesaggio, che non è altro che un costrutto culturale, una realtà immaginale, una finzione, pur buona, per la barba di Platone, è precedente e a priori da tutto questo. Un viver d’arte, e pongo l’accento sul vivere, che da Puccini e Oscar Wilde si è trasformato in un arte della vita, in cui gioia e bellezza siano il frutto a cui mira il lavoro quotidiano. E non so immaginare impegno più serio, farlo e trasmetterlo.

A me questo sentirmi nel paesaggio capita molto di frequente, non dico tutte le mattine ma spesso. Di più da quando ho scoperto questa prospettiva, questa corrente di vita che si chiama bioregionalismo, che è un incrocio di ecologia, estetica, estatica, poesia e filosofia, che ciascuno modula alla sua maniera, ben evitando la pretesa di arrivare a una sistematica o summa. E soprattutto: è una corrente non di pensiero ma di vita pratica. In fondo è quel che ho sempre cercato, da quando ragazzino andavo a camminare in montagna da solo, a quando dopo alcune peripezie e periegesi mi sono trasferito a Montaonda, come ancora testimoniano i post di questo blog dove in tutti questi anni ho raccolto, senza averne l’intenzione esplicita, le mie impressioni: di, da, nel paesaggio. Che poi qui io non coltivi patate ma stati d'animo e parole, non cambia tanto, il mio campo è la tastiera, e gioie e malanni arrivano lo stesso. E con ciò metto fine ai preamboli, alle giustificazioni.

Anche prima di uscire di casa, basta che mi guardi attorno, per le mie stanze, fuori dalle finestre, questo incredibile diaframma tra dentro e fuori che sono le ventanas, punto di dialogo tra realtà e visione (almeno fino a prima che arrivasse windows). Ho sempre sognato e scritto delle finestre, un mio motto potrebbe essere “ex fenestra lux”. Questa mattina l’esterno mondo che vedo dipinto e incorniciato dalla finestra è un quadro di Pistolesi, evidentemente. Chi conosce la sua opera e guarda la foto d'apertura non può che assentire solennemente. E’ anche una finestra temporale, perché questa finestra della cucina per me che siedo a far colazione è un’inquadratura fissa, cambia con le stagioni e il meteo, certo, ma il paesaggio resta: un cinema naturale (cos’è altrimenti il paesaggio, se ne consideriamo la temporalità palpitante?) uno schermo luminoso, con il suo vetro, la cornice di legno di castagno, rovere e il muro giallino, la maniglia di ferro che apre i battenti – quante volte l’ho aperta in questi diciott’anni compiuti e ormai maggiorenni che ogni giorno mi ritrovo a vivere qui.

Il cipresso, il tetto della casa di Ueli (con la sua betulla svizzera importata da Winterthur, la cittadina che si chiama ‘porta dell’inverno’) in pietra serena, la montagna con le linee sinuose delle tante vallette che corrono verso il panettone sopra Casale e, sopra ancora, Cielo Azzurro, il signore di tutto, il Sole, il suo nipotino diurno, mentre stanotte c’era una splendida Luna, nipotina notturna - ah già, Cielo Azzurro: anche lui ha tanti nomi, per esempio Uranos, marito di Gea, coppia degli dei primordiali dei miei cari greci, genitori tra gli altri di Kronos, il tempo.

Vivere nella natura significa anche vivere nel paesaggio (anche se poi pure in città si è immersi in un paesaggio, basta essere un po’ artisticamente rinascimentali, futuristi, costruttivisti, situazionalisti…), e standoci immersi è questo che sembra volerci ricordare l’autunno sfoderando i suoi colori sgargianti, manco fosse la spadona di san Michele che disarticola e frantuma ogni pretesa d’eterno, ci ricorda nel suo giallo fulgore dove dobbiamo andare, tutti (già, ieri era il due novembre, compleanno del mio sempre ironico e tagliente primo cognato Andrea, svizzero pure lui). Fuori dalla mia finestra c’è un quadro immenso, che non ha misure, il suo limite è la mia capacità di percepirlo. Il sublime: da ragazzo mi mettevo di notte sdraiato su un prato a guardare un altro quadro smisurato, le stelle (Kiefer?), e mi concentravo sulla forza centripeta, o di gravità, che ci tiene come incollati al suolo per la schiena, calamitati: se venisse meno ecco che cadrei nello spazio infinito che vedo sopra di me, come in Odissea 2001, come John Difool nell'Incal… l’alto diventerebbe un basso, una voragine nera punteggiata di luci come un cielo stellato… un abisso in cui cadere diventerebbe galleggiare nel nulla che è il tutto dell’universo… cos’è il corpo, la vita in termini spaziali… cos’è il tempo in termini Vitali…

 Oggi il calendario indica uno splendido lunedì di novembre. Non una bava di nuvola, e l’aria talmente pulita dalla pioggia notturna da offrirci una giornata che impone di fermarsi, qualunque sia l’incombenza che ci tocca affrontare e fare. Fermarsi, semplicemente obbedire al richiamo dei raggi del sole sulla pelle. Fermarsi per rendere grazie, non a qualcuno ma per qualcosa, la grazia dell’esserci… vivi, e in questo paesaggio per esempio, tableau vivant, autoritratto vivente che noi siamo. E il Sole che arrivando e inondandoci continuamente ci scatta una foto, miliardi di foto, in ogni istante: è sua la luce, photos, e ce la invia ininterrottamente - c'inonda di fotoni.

Mi viene da dire la Svizzera è un paese paesistico, poi mi correggo, pensando alle mie Alpi ossolane, a un tiro di schioppo dal confine: lo sono anche loro, come mi diceva ieri mia sorella, tornando da là, dalla sua solitaria visita alla madre addormentata nel tempo (il fratello è partito pochi giorni fa per la Cambogia, io malato sono rimasto a Montaonda), in un msg-whatsapp: ci sono dei colori fantastici, diceva, e me li immagino, anche lì pieno betulle, tigli, larici, quante volte l’ho fatta quel giorno di ieri quella tratta, scendendo nel sole, in macchina con i miei, il giorno dei morti, quando i morti ancora non erano loro.

E poi mi dico, tornando alla mia finestra, ma anche qui, ma anche dappertutto, l’autunno è un vestito smagliante che le piante indossano per l’ultima soirée dell’anno, prima di spogliarsi e andare a dormire. Hanno già chiuso e fermato la circolazione nei vasi linfatici, entrano nell’ibernazione. Un saluto e un memento. E penso quindi che davvero tutto il mondo è paesaggio, torno alla Tahiti di Gauguin, giusto per andare agli antipodi, alle pitture aborigene, ce ne sono che sembrano marziane, anzi, andine, di Cuzco. Tutto il mondo è paesaggio. Cioè, provo a spiegarmi, il mondo è quel che noi vediamo, e quindi... perché del selvatico, di quel che non si può vedere, non si può parlare.

Noi no, non siamo come le piante, quando arriva l’inverno indossiamo i nostri scafandri da ibernauti (in questa parola pago un piccolo tributo a L’Eternauta, quel fumetto argentino negli anni Settanta che aveva immaginato un mondo senza ritorno, e mentre scorro la rete per cercare il nome del suo disegnatore, Lopez, scopro che Netflix ne ha realizzato quest’anno una serie). Noi attraversiamo l’inverno svegli, come le api. Ma almeno loro, le mitiche e perfette, trascorrono i mesi del freddo a far nulla, strette le une alle altre, come facevano un tempo anche qui i contadini nel caldo delle stalle a veglia. Le api cantano il ritmo del calore del glomere, fanno vibrare non corde vocali ma i muscoli delle ali, senza dispiegarle, producendo calore, e l'abbiamo chiamata contrazione isometrica, il la chiamo pratica di immobile danza estatica, che eseguono alternandosi in coro, spostandosi un po’ dentro, al calduccio, ferme, vicino al cuore della famiglia, dove sta la madre, un po’ fuori, sulla superficie del grappolo, vibrando coi loro muscoli possenti, per produrre il calore perfetto, alimentato dallo zucchero raccolto durante l’estate, nella trance sensoriale indotta anche dall’aroma floreale, dei profumi del miele che mangiano e bruciano lentamente, sommessamente, immerse in un nirvana che m’immagino un raccoglimento e sonnecchiare strette strette, tutte sorelle, fino a primavera, fino ai voli di purificazione, purificazione non soltanto per liberare gli intestini, come devono, ma per ricongiungersi con il Sole ritornato, per nuotare nel cielo, come aveva intuito Rudi Steiner, e ancora la Svizzera fa capolino, una purificazione celeste e azzurrina. Anche noi quando eravamo ancora perfetti esseri naturali - sì che lo siamo stati e non lo saremo più - d’inverno mangiavamo legumi, il biondo mais, i frutti stesi sui graticci, le mele e l’uva, le pere, sempre più dolci, raccolte nell’autunno dorato, il secco e le conserve preparate in estate.

Tutt’ora ne ho diverse di queste risorse strategiche stipate nella dispensa dell’armadio a muro, nel vano sotto la scala, in cucina. E’ la mia scorta di naturalia, che purtroppo integro, non sono puro, non sono capace di fare altrimenti, con merci acquistate dalla Grande Distribuzione organizzata (Bianca Bonavita la chiama grande Putrefazione). Ormai, alla mia età dico, ho rinunciato alla speranza di salvarmi ed evadere dalla prigione che nei secoli ci siamo costruiti attorno, governata, alimentata e programmata da noi stessi, nell’illusione ipocrita di renderci la vita migliore e più agevole. 

Accetto la mia prigionia e guardo dalle mie finestre, altro non riesco a fare, e in fondo non è male. Ogni tanto esco e faccio quattro passi, ritrovo il vento, respiro la gioia e incontro la vita, catturo la luce e mi lascio catturare, e questo è tutto. Chi dipinge lo sa, e non lo dice, ma con la punta del pennello lo mostra a chi vorrà e potrà capire.

 



Al piano di sopra, dove sono ora a scrivere, la finestra che si apre nella medesima posizione di quella sottostante in cucina, mostra tutto diverso, perché siamo più alti da terra, a metà del cipresso, emerge il cielo azzurro, e di fianco a quella vera c’è quell’altra finestra a trompe l’oeil dei nostri tempi, quella che finge di connetterci con l’universo: lo schermo del mac con cui lavoro ora nero (perché scrivo seduto sul divano, col laptop sulle cosce). La tinta del muro è un verdino antico, il resto dell’atmosfera lo fanno le tavelle a vista del soffitto, le travi di castagno che reggono il tetto, il pavimento di cotto rettangolare, grezzo, a spina di pesce e smangiato, la confusione del mio tavolo di lavoro e soprattutto oggi il Sole, che entra e illumina lo schermo irradiante della finestra, quadro del paesaggio offerto da Madre Natura. E qui mi fermo, perché è giunta l’ora di pranzo, voglio uscire, mangiare l'insalata immerso in quest'ultimo calore…

p.s. 

un suggerimento: se siete arrivati in fondo, ritornate all'inizio e guardatevi per bene le foto cliccandole, ad una ad una, entrateci dentro. Immaginate una colonna sonora di suoni d'acqua e del bosco, lasciate spaziare la vostra fantasia, l'anima fantastica, in un tuor virtuale. Benvenuti a Montaonda!