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venerdì 19 dicembre 2025

Il bosco bagnato


 

Stamattina mi risveglio a Paterno di Vaglia, una frazioncina di un paese sperduto nell'Appennino alle spalle di Firenze, ospite di una casa di amici (in questi giorni in vacanza) per accorciare il percorso tra me e un luogo che mi trovo a frequentare quotidianamente per un mesetto (si chiama Careggi, e chi sa sa). La casa è anni '80, ampia e padrona senza sfarzo, nata da un benessere che ancora rimanda alcuni bagliori, come di ottoni non lucidati e ormai fané; sento quell'umidiccio, quegli anni accumulati, che ricordo di aver vissuto altrove, e mi confronto così con gli stessi anni di altri, di cui intrappolati nella ragnatela del tempo restano frammenti sonori e sgargianti di vita. Nel grande salone, insolitamente quadrato, con un soffitto alto, traversato da un arioso arco di mattoni a tutto sesto in stile fiorentino, si annidano ombre, mentre sul pavimento in cotto poggiano arredi di colore severo (quasi spagnoli) e strumenti musicali (il padrone di casa è chitarrista classico e concertista); snelli armadi a vetrina colmi di bicchieri di cristallo, e un divano immenso, ricoperto di coperte invitanti e cuscini. L'hanno acquistata così, questa casa, semiarredata, corredata di una sua storia che affiora discretamente dai muri, accettando di mescolare la propria vita a quella di chi c'era prima, gli uni e gli altri estraei e accoglienti a un tempo, come dev'essere in una casa viva, nelle camere, nelle cantine, nei molti disimpegni, conservando tracce, segni d'uso prolungato, insieme ai piccoli fiori di salnitro...

Ieri sera, trovandomici solo e godendo della temperatura austera (i 15 gradi mi hanno riportato a tanti grandi freddi incontrati e amati con tranquillità nella mia vita, rivolta a nord fino alla mia seconda rivoluzione), ho cercato qualcosa da leggere nello scaffalino da studente della camera di Federico, il figlio ormai grande e fuori casa. Ci ho trovato Shining, di King, uno scrittore che ho imparato ad apprezzare solo in anni recenti (si fa per dire, nella gran messe di quelli trascorsi). Sono sceso dall'ampia e comoda scala (una rarità in Toscana, per nulla contadina) e mi sono accomodato sulla poltrona Poang (quanto la conosco, la seduta di Poang! Ne ho ereditata una 25 anni fa, e i miei coetanei ricordano bene come ai tempi, nelle sedi Ikea, c'era un robot che la stressava, dimostrando che poteva cullarvi "un milione di volte avanti e indietro"). Ho acceso un caminetto compatto e accogliente, alimentandolo con la legna di recupero che ho trovato ben impilata nel suo ripostiglio. Mi sono versato mezzo bicchiere di vino dal bag-in-box e mi sono messo a leggere, aspettando Andrea, che alle undici mi ha portato le paste avanzate dalla sua giornata al bistrot (Demidoff, se posso fargli un po' di pubblicità) salutando per la buonanotte. Ecco, un poccolo Overlook, mentre fuori dalle vetrate scorre tranquillo il fiume umido, nella notte nera. "Uno sguardo dall'alto", è questo che ci dona il diventare anziani, un miele tardivo della vita, ricco di profumi e compatto, come quello dell'edera, l'ultimo dell'anno e difficile da raccogliere, che mangio in questo periodo assaporandolo con gusto e calma. Fa paura, certo, guardare dall'alto, e dalla pancia, dal plesso si muove il senso di vertigine, ma conviene accettarla, come fa il piccolo Danny, che ha voglia di vivere la sua vita, non si chiede certo se sarà lunga lui, importante è viverla, quale che sia. E' Jack, lo sconfitto, che vuole morire. Jack, che sprofonda nella rabbia quotidiana, lui non supererà l'inverno, trasformandosi in una maschera di ghiaccio.

Leggo poco, il Re del thriller riesce a inquietarmi, è proprio bravo a toccare i tasti del suo lugubre strumento (la mitica Underwood). Ma non mi lascio impressionare, un po' Danny anch'io, mi scaldo per bene e vado a dormire avvolto in due piumini, uno sull'altro, in un letto regale. Re del mio mondo, re per un giorno, perché mi dico che ogni giorno abbiamo la possibiltà di diventarlo, anche se, sia chiaro, non sempre si riesce. 

E stamattina, dopo essermi pasciuto del budino di riso e della treccia con crema di ieri, regali dolci d'allegrezza, mentre lavoro a distanza sbrigando in mattinata piccole cose per la mia casa editrice, prima di scendere al mio "appuntamento con la macchina" (sembra lì di essere in un altro film di Kubrick, dove non è il protagonista a girare dentro la macchina, come in Odissea - film, mi accorgo ora, dalla vocazione geometrica, circolare e rettilinea. E' la macchina che gira attorno a me, in una penombra tracciata di lucine verdi che entrano nel cuore della materia e mi dimostrano che siamo fatti di atomi, molecole, particelle, la stessa carne dell'universo intero). Con la calma che mi dà sapere le feste imminenti, guardo fuori dalla finestra il bosco. Finalmente nudo, umido, verde di licheni e di edera, s'inerpica su per il pendio. Qui davanti il giallo delle foglie superstiti dell'albero di giuda, sul pendio quello degli sterpi. Guardo seguendo la montagna che sale, e poi scendo, sull'asfalto, la panchina, i funghi di cemento, sgabelli attorno al tavolino, la panchina e il fondo del torrente, luccicante dell'acqua che vi scorre sopra frettolosa, anch'esso tinto da alghe rugginose, autunnali, mentre l'aria si condensa e gocciola sugli steli dell'erba verde-per-sempre, perché siamo pur sempre in Toscana, e la vita qui ha una forza misteriosa e selvatica, che non mi so spiegare. Sonnecchia d'estate ma non muore mai, nemmeno d'inverno. Il chiarore del sole, diffuso dalla nebbia come da un faretto a ombrello in uno studio di posa fotografica, fa rispledere il  bosco bagnato, pieno di muschi, piccole piante e foglioline variegate, già pronte, come gemme dischiuse, alla primavera. Fiocchi di nebbia segnano la distanza e l'immobilità dell'aria. Uno dei tanti, mille volti del bosco che ho sempre amato, sempre guardato e ammirato. Questo è tutto, e tutto è.

lunedì 1 maggio 2023

Cosa guarda un autore quando scrive?

 

 

Cosa guarda un autore quando scrive? Gli altri non lo so. Io guardo questo (se riesco a caricare la foto...). E siccome scrivo molto, perché scrivere è il mio lavoro, guardo molto questo. Oggi è il primo di maggio, e quindi quel che vedo è la forza della crescita primaverile. Ieri Ange ha decespugliato un po’ i passaggio fuori casa, con mano leggera, che non apparisse il terreno nudo, come succederà a fine giugno, quando il caldo bloccherà del tutto le erbe.

Oggi invece gronda acqua. In abbondanza, una vera pioggi a primaverile, come le ricordo in tutta a mia vita precedente prima che scoppiasse l'ansia climatica. Un’acqua benefica, che pulisce e lava, che nutre e inturgidisce. Anche le pietre risplendono lucide e lustrate, mentre la luce, anche se sono le cinque del pomeriggio, è una luce matura, estiva, calda e verticale, sontuosa come ai tropici. Le piogge frequenti di questa primavera, mentre il Norditalia è ripasto a secco, hanno ridato vita alle varie fonti. Stamattina siamo andati nel bosco fino a Ciriegioli, 20 minuti di cammino in orizzontale, seguendo il versante sinistro della valle, il nostro, e abbiamo trovato diverse tracce d’acqua che non vedevamo da anni. Pozze sul sentiero, un piccolo ruscello. Questa è la primavera dei lampascioni. Sul muretto dell’oliveta nuova ne abbiamo trovati due giganteschi, sembrano drogati. Ce ne sono migliaia, dappertutto, con una diffusione mai vista. Tentare di scavarli fuori è una follia, stanno fino a trenta centimetri sotto, per estrarre un cipollotto si fa una fatica boia. Anche se ci piacciono tantissimo, li lasciamo lì, e godiamo dei loro pennacchietti blu, batuffoli di colore evanescente. In cambio c'è una strana moria di un'erba, i ciuffi di erba comune, lungo la strada ma anche in altri punti, sembrano seccare come se fossero stati avvelenati, o bruciati dal sole. Misteri: le piante non hanno regolarità, alcuni anni non ci sono quasi, altri impazzano. Per questo il quadro della mia finestra cambia sempre, giorno dopo giorno, anno dopo anno. Quest’anno vedo i cespugli di rosmarino ormai grandi, andranno potati dopo la fioritura, altre piante si sono adattate e ormai se la cavano benissimo da sole. Abbiamo messo fuori, vicino al muretto panca, i peperoncini peruviani che finora erano rimasti dietro il vetro, qui sotto. Ormai non c’è più rischio di gelate, e insieme a loro abbiamo messo il vaso del basilico che ha superato molto bene l’inverno. Gli iris ancora ci negano i fiori, ma c’è già il coriandolo.A tratti il merlo, col suo zampettare qua e là mi attira l'occhio.Torna a primavera, è la stagione anche dei merli.

È proprio stata una scelta fortunata venire ad abitare qui, me lo dico ogni anno quando si chiude l’inverno. La casa diventa più grande – si riapre il dilà che d’inverno non scaldiamo regolarmente – Si lavano i vetri, si inizia a star fuori a pranzo. Torna il senso di comunione, pur con tutte le distinzioni imposte dal nostro vivere nel presente, con la natura. Abbiamo visto impronte di cervo, probabilmente d’istrice, di cinghiale, e anche l’impronta della moto di Nico, che verso sera spesso va a farsi un giro per i boschi (lui è nato in questa casa, ha qualche diritto a farlo). Ascoltare qualche vecchio disco, tipo i Malicorne, o All Those with Wings, di Garbarek... Alzo gli occhi dal video e mi accorgo che la prima lavanda, quella varietà diversa, vicino alla tettoia solare, è già fiorita… è anche questo un modo per reinserirsi nel flusso naturale del tempo, una giornata di pioggia, prendersi il tempo di guadare e ascoltare gli uccelli, pensare da quanti anni sono qui e quanti ancora ci resterò.Tutto, se riportato entro questa cornice, diventa molto più sopportabile, addirittura naturale. Penso a quanto la gente si stressa a pensare alla morte, in città, nei paesi, dove si vive distaccati da ogni rapporto con il vivente non umano. Ecco, vivere sull’orlo del bosco, in contatto con il selvatico serve anche a questo…