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venerdì 14 novembre 2025

Vivere in un quadro

 

Tutto il mondo è paesaggio, ovvero viviamo tutti in un quadro immenso.

Una digressione d'ispirazione bioregionalista legata alla pittura di Silvestro Pistolesi

 


Forse è capitato anche a voi, un giorno, un istante, di percepire il paesaggio attorno alla vostra persona come un quadro in cui per qualche magia della vita vi trovate inseriti a muovervi, come personaggi in un dipinto fiammingo - o surrealista, impressionista o iperrealista, non importa lo stile con cui il pittore vi guarda, modula e si esprime, quel che conta è l’intuizione romantica, quella del Mann in der Landschaft ‘Uomo nel paesaggio’, anche se il titolo del quadro di C.D. Friedrich è Der Wanderer über dem Nebelmeer, ‘Il viandante sopra il mare di nebbia’. E quanto ha meditato l’umanità e la storia dell’arte e della cultura su questo quadro, che ha germanicamente sostituito il sorriso della Gioconda con un maschio, pare fosse un ufficiale, ritratto però con un vestito da gagà e girato di spalle, in posa spavalda al di sopra di un paesaggio roccioso immerso in un mare di nebbie, senz’altro un tormentato paesaggio interiore… Un proclama da parte dell’uomo volitivo e razionalista, e i romantici lo erano eccome, che lui è il pittore del proprio mondo, della sua tela. Io sono nel paesaggio, il paesaggio è attorno a me e dentro di me, entrambi siamo dentro a un quadro dipinto da un pittore.

Per chi invece a due secoli di distanza cerca come me di dominare il dominante e disinnescare le dinamiche interiori che da occidentali inconsciamente mettiamo in atto verso l’interno e l’esterno, dinamiche di domino, come si dice in termini più attuali, per costui vale invece salvarne la prospettiva ottica di apertura, accettazione e partecipazione al quadro fantasmagorico della realtà, la prospettiva bioregionalista (che più che una visione è una pratica, ma qui nel blog si lavora con le parole, e quindi immagini). Onore dunque a Friedrich - ma quanto tempo è passato, appunto, noi siamo qui e ora, e tutto, mondo e natura, lo guardiamo attraverso uno schermo luminoso.

E’ questo il mio impulso, gravato da un siffatto zaino mal sopportato, che mi raggiunge come sentimento, come emozione e non certo nella forma del pensiero arzigogolato che sto dipanando qui, è quello che provavo stamattina, sorseggiando il mio golden-milk a colazione e guardando fuori dalla finestra. Il senso della bellezza e la gioia che suscita in me. Cosa voglio dire? L’irrompere della natura, anche come paesaggio, che non è altro che un costrutto culturale, una realtà immaginale, una finzione, pur buona, per la barba di Platone, è precedente e a priori da tutto questo. Un viver d’arte, e pongo l’accento sul vivere, che da Puccini e Oscar Wilde si è trasformato in un arte della vita, in cui gioia e bellezza siano il frutto a cui mira il lavoro quotidiano. E non so immaginare impegno più serio, farlo e trasmetterlo.

A me questo sentirmi nel paesaggio capita molto di frequente, non dico tutte le mattine ma spesso. Di più da quando ho scoperto questa prospettiva, questa corrente di vita che si chiama bioregionalismo, che è un incrocio di ecologia, estetica, estatica, poesia e filosofia, che ciascuno modula alla sua maniera, ben evitando la pretesa di arrivare a una sistematica o summa. E soprattutto: è una corrente non di pensiero ma di vita pratica. In fondo è quel che ho sempre cercato, da quando ragazzino andavo a camminare in montagna da solo, a quando dopo alcune peripezie e periegesi mi sono trasferito a Montaonda, come ancora testimoniano i post di questo blog dove in tutti questi anni ho raccolto, senza averne l’intenzione esplicita, le mie impressioni: di, da, nel paesaggio. Che poi qui io non coltivi patate ma stati d'animo e parole, non cambia tanto, il mio campo è la tastiera, e gioie e malanni arrivano lo stesso. E con ciò metto fine ai preamboli, alle giustificazioni.

Anche prima di uscire di casa, basta che mi guardi attorno, per le mie stanze, fuori dalle finestre, questo incredibile diaframma tra dentro e fuori che sono le ventanas, punto di dialogo tra realtà e visione (almeno fino a prima che arrivasse windows). Ho sempre sognato e scritto delle finestre, un mio motto potrebbe essere “ex fenestra lux”. Questa mattina l’esterno mondo che vedo dipinto e incorniciato dalla finestra è un quadro di Pistolesi, evidentemente. Chi conosce la sua opera e guarda la foto d'apertura non può che assentire solennemente. E’ anche una finestra temporale, perché questa finestra della cucina per me che siedo a far colazione è un’inquadratura fissa, cambia con le stagioni e il meteo, certo, ma il paesaggio resta: un cinema naturale (cos’è altrimenti il paesaggio, se ne consideriamo la temporalità palpitante?) uno schermo luminoso, con il suo vetro, la cornice di legno di castagno, rovere e il muro giallino, la maniglia di ferro che apre i battenti – quante volte l’ho aperta in questi diciott’anni compiuti e ormai maggiorenni che ogni giorno mi ritrovo a vivere qui.

Il cipresso, il tetto della casa di Ueli (con la sua betulla svizzera importata da Winterthur, la cittadina che si chiama ‘porta dell’inverno’) in pietra serena, la montagna con le linee sinuose delle tante vallette che corrono verso il panettone sopra Casale e, sopra ancora, Cielo Azzurro, il signore di tutto, il Sole, il suo nipotino diurno, mentre stanotte c’era una splendida Luna, nipotina notturna - ah già, Cielo Azzurro: anche lui ha tanti nomi, per esempio Uranos, marito di Gea, coppia degli dei primordiali dei miei cari greci, genitori tra gli altri di Kronos, il tempo.

Vivere nella natura significa anche vivere nel paesaggio (anche se poi pure in città si è immersi in un paesaggio, basta essere un po’ artisticamente rinascimentali, futuristi, costruttivisti, situazionalisti…), e standoci immersi è questo che sembra volerci ricordare l’autunno sfoderando i suoi colori sgargianti, manco fosse la spadona di san Michele che disarticola e frantuma ogni pretesa d’eterno, ci ricorda nel suo giallo fulgore dove dobbiamo andare, tutti (già, ieri era il due novembre, compleanno del mio sempre ironico e tagliente primo cognato Andrea, svizzero pure lui). Fuori dalla mia finestra c’è un quadro immenso, che non ha misure, il suo limite è la mia capacità di percepirlo. Il sublime: da ragazzo mi mettevo di notte sdraiato su un prato a guardare un altro quadro smisurato, le stelle (Kiefer?), e mi concentravo sulla forza centripeta, o di gravità, che ci tiene come incollati al suolo per la schiena, calamitati: se venisse meno ecco che cadrei nello spazio infinito che vedo sopra di me, come in Odissea 2001, come John Difool nell'Incal… l’alto diventerebbe un basso, una voragine nera punteggiata di luci come un cielo stellato… un abisso in cui cadere diventerebbe galleggiare nel nulla che è il tutto dell’universo… cos’è il corpo, la vita in termini spaziali… cos’è il tempo in termini Vitali…

 Oggi il calendario indica uno splendido lunedì di novembre. Non una bava di nuvola, e l’aria talmente pulita dalla pioggia notturna da offrirci una giornata che impone di fermarsi, qualunque sia l’incombenza che ci tocca affrontare e fare. Fermarsi, semplicemente obbedire al richiamo dei raggi del sole sulla pelle. Fermarsi per rendere grazie, non a qualcuno ma per qualcosa, la grazia dell’esserci… vivi, e in questo paesaggio per esempio, tableau vivant, autoritratto vivente che noi siamo. E il Sole che arrivando e inondandoci continuamente ci scatta una foto, miliardi di foto, in ogni istante: è sua la luce, photos, e ce la invia ininterrottamente - c'inonda di fotoni.

Mi viene da dire la Svizzera è un paese paesistico, poi mi correggo, pensando alle mie Alpi ossolane, a un tiro di schioppo dal confine: lo sono anche loro, come mi diceva ieri mia sorella, tornando da là, dalla sua solitaria visita alla madre addormentata nel tempo (il fratello è partito pochi giorni fa per la Cambogia, io malato sono rimasto a Montaonda), in un msg-whatsapp: ci sono dei colori fantastici, diceva, e me li immagino, anche lì pieno betulle, tigli, larici, quante volte l’ho fatta quel giorno di ieri quella tratta, scendendo nel sole, in macchina con i miei, il giorno dei morti, quando i morti ancora non erano loro.

E poi mi dico, tornando alla mia finestra, ma anche qui, ma anche dappertutto, l’autunno è un vestito smagliante che le piante indossano per l’ultima soirée dell’anno, prima di spogliarsi e andare a dormire. Hanno già chiuso e fermato la circolazione nei vasi linfatici, entrano nell’ibernazione. Un saluto e un memento. E penso quindi che davvero tutto il mondo è paesaggio, torno alla Tahiti di Gauguin, giusto per andare agli antipodi, alle pitture aborigene, ce ne sono che sembrano marziane, anzi, andine, di Cuzco. Tutto il mondo è paesaggio. Cioè, provo a spiegarmi, il mondo è quel che noi vediamo, e quindi... perché del selvatico, di quel che non si può vedere, non si può parlare.

Noi no, non siamo come le piante, quando arriva l’inverno indossiamo i nostri scafandri da ibernauti (in questa parola pago un piccolo tributo a L’Eternauta, quel fumetto argentino negli anni Settanta che aveva immaginato un mondo senza ritorno, e mentre scorro la rete per cercare il nome del suo disegnatore, Lopez, scopro che Netflix ne ha realizzato quest’anno una serie). Noi attraversiamo l’inverno svegli, come le api. Ma almeno loro, le mitiche e perfette, trascorrono i mesi del freddo a far nulla, strette le une alle altre, come facevano un tempo anche qui i contadini nel caldo delle stalle a veglia. Le api cantano il ritmo del calore del glomere, fanno vibrare non corde vocali ma i muscoli delle ali, senza dispiegarle, producendo calore, e l'abbiamo chiamata contrazione isometrica, il la chiamo pratica di immobile danza estatica, che eseguono alternandosi in coro, spostandosi un po’ dentro, al calduccio, ferme, vicino al cuore della famiglia, dove sta la madre, un po’ fuori, sulla superficie del grappolo, vibrando coi loro muscoli possenti, per produrre il calore perfetto, alimentato dallo zucchero raccolto durante l’estate, nella trance sensoriale indotta anche dall’aroma floreale, dei profumi del miele che mangiano e bruciano lentamente, sommessamente, immerse in un nirvana che m’immagino un raccoglimento e sonnecchiare strette strette, tutte sorelle, fino a primavera, fino ai voli di purificazione, purificazione non soltanto per liberare gli intestini, come devono, ma per ricongiungersi con il Sole ritornato, per nuotare nel cielo, come aveva intuito Rudi Steiner, e ancora la Svizzera fa capolino, una purificazione celeste e azzurrina. Anche noi quando eravamo ancora perfetti esseri naturali - sì che lo siamo stati e non lo saremo più - d’inverno mangiavamo legumi, il biondo mais, i frutti stesi sui graticci, le mele e l’uva, le pere, sempre più dolci, raccolte nell’autunno dorato, il secco e le conserve preparate in estate.

Tutt’ora ne ho diverse di queste risorse strategiche stipate nella dispensa dell’armadio a muro, nel vano sotto la scala, in cucina. E’ la mia scorta di naturalia, che purtroppo integro, non sono puro, non sono capace di fare altrimenti, con merci acquistate dalla Grande Distribuzione organizzata (Bianca Bonavita la chiama grande Putrefazione). Ormai, alla mia età dico, ho rinunciato alla speranza di salvarmi ed evadere dalla prigione che nei secoli ci siamo costruiti attorno, governata, alimentata e programmata da noi stessi, nell’illusione ipocrita di renderci la vita migliore e più agevole. 

Accetto la mia prigionia e guardo dalle mie finestre, altro non riesco a fare, e in fondo non è male. Ogni tanto esco e faccio quattro passi, ritrovo il vento, respiro la gioia e incontro la vita, catturo la luce e mi lascio catturare, e questo è tutto. Chi dipinge lo sa, e non lo dice, ma con la punta del pennello lo mostra a chi vorrà e potrà capire.

 



Al piano di sopra, dove sono ora a scrivere, la finestra che si apre nella medesima posizione di quella sottostante in cucina, mostra tutto diverso, perché siamo più alti da terra, a metà del cipresso, emerge il cielo azzurro, e di fianco a quella vera c’è quell’altra finestra a trompe l’oeil dei nostri tempi, quella che finge di connetterci con l’universo: lo schermo del mac con cui lavoro ora nero (perché scrivo seduto sul divano, col laptop sulle cosce). La tinta del muro è un verdino antico, il resto dell’atmosfera lo fanno le tavelle a vista del soffitto, le travi di castagno che reggono il tetto, il pavimento di cotto rettangolare, grezzo, a spina di pesce e smangiato, la confusione del mio tavolo di lavoro e soprattutto oggi il Sole, che entra e illumina lo schermo irradiante della finestra, quadro del paesaggio offerto da Madre Natura. E qui mi fermo, perché è giunta l’ora di pranzo, voglio uscire, mangiare l'insalata immerso in quest'ultimo calore…

p.s. 

un suggerimento: se siete arrivati in fondo, ritornate all'inizio e guardatevi per bene le foto cliccandole, ad una ad una, entrateci dentro. Immaginate una colonna sonora di suoni d'acqua e del bosco, lasciate spaziare la vostra fantasia, l'anima fantastica, in un tuor virtuale. Benvenuti a Montaonda! 


venerdì 23 agosto 2024

Cercare la Via

 

Sempre si parla della Via, quale che sia, sembrerebbe che basti camminare, e certo, lo sappiamo, camminare regola il passo, il fiato, il pensiero s’arrende al ritmo degli occhi che scrutano il percorso, che ricevono tutto quel che si fa loro incontro. Già quarant’anni fa il passo era per me un argomento importante, camminavo, in montagna spesso da solo, e scrivevo, da solo sempre, alla ricerca di queste cose nella pagina, e poi sul computer, che era arrivato il giorno della mia laurea, un IBM-convertible, il primo portatile della storia in svendita perché uscito allora di produzione.

Ora sono in montagna al paesello, ad accompagnare mia madre, se riesco, nel cammino da casa al cimitero. Poca roba, si tratta di scendere le scale, varcare la soglia, scendere altri sei gradini per arrivare a terra, percorrere la corte fino al portoncino (altri tre gradini però in salita, che non sono da sottovalutare), e poi svoltare a sinistra lungo il vicolo, che sarebbe uno di quelli più ampi del paese, ma largo che ci passa forse un carretto, costeggiare tre case fino alla piazza, attraversarla tra i muretti, il monumento ai caduti e la fontana, raggiungendo l’altro lato per passare tra il campanile (ecco che suona chiamando alla funzione del mattino) e la chiesa di S. Bartolomeo (domani è la festa del patrono), quindi avviarsi per quel viottolo in terra battuta, costeggiato d'erba, lungo i fianchi delle due chiese, e infine salire i tre ultimi alti gradini, sormontati dal bel cancello di ferro battuto con il teschio in cima, che porta alla dimora perenne (ordinati i suoi viottoli come un decumano, sulla destra, quasi in fondo la tomba di famiglia per il riposo perpetuo). In tutto duecento metri forse, qualcosa di più. Ma farli non sarà facile, visto che lei non cammina praticamente più.

La mia via invece, quella che ho percorso stamattina, esce ancora dal paese risalendo la valle, attraversando le vecchie stradine rimesse per bene, ciottoli di fiume e lastra  rettangolare di pietra nel mezzo, una pioda, per guidare il passo e l’acqua. A Cimavilla, dov’era la casa degli avi, quella vera e più antica, venduta una ventina di anni fa per un prezzo ridicolo, purché qualcuno la comprasse e sistemasse prima che venisse giù, e poi, prima di San Rocco, sbuco sull’asfalto, la via di Baranca, che ora, da un paio d’anni, hanno deciso grazie al PNRR di rendere carrozzabile fino al passo, che dovrebbe portare a Fobello, in Valsesia. Anche se l’altr’ieri, parlando col Guido, l’ex sindaco prima del nonno, mentre gli cedevamo le nostre quote del Consorzio dell’Alpe Baranca, lui dice che non ci arriveranno mai, visto il tracciato che vogliono fare. Lo spero ma non lo credo.

Continuo, ho un’ora di tempo prima di cena, e allora provo le gambe sulla salita di Parcineto. Arrivo su bene, e poi proseguo non verso Valpiana, come volevo, salgo verso il Gagetto, voglio vedere in che condizioni è la vecchia mulattiera. Ecco l’attacco a scalinata, non è cambiato, di qui solo a piedi (la strada passa sopra); c’è ancora un cartello antico, che vietava ma non impediva il passaggio delle motociclette (il Burtul – nomen omen, gran camminatore, coscritto di mia madre - ogni anno con la sua Lodola rossa compiva l’impresa di arrivare fino a Baranca in moto, e parlo della fine degli anni sessanta).

 

Una parte del Gagetto è vecchia e tale quale solo che - a proposito di moto - sento arrivare dall’alto, dalla strada un giovane che scende alle case, si ferma, va a frugare sotto il lavatoio per prendere qualcosa, si guarda attorno ma non mi vede, sono sulla vecchia mulattiera, tra gli alberi che ammiro un gruppo inatteso di quattro mucche con vitello (che ci fanno qui?) si accuccia, maneggia e poi, quando l’ho superato e ormai sono all’altezza della cappelletta, dove si innestava la strada (si chiamavano anche così una volta i sentieri) che arrivava da Fontane, proprio dove c’era il sasso su cui appoggiare la schiena e che segnava la fine della salita vera, mi sorpassa risalendo il prato (è una moto da regolarità) e se ne torna scorreggiando verso il paese, sull’asfaltata. Avrà prelevato della droga dal suo nascondiglio, avrà aperto il rubinetto dell’irrigazione? Che m’importa? Io proseguo, ho ancora dieci minuti per camminare in fuori, e supero il punto da cui si entrava nel bosco vero, faggi e tigli, supero le case nuove risistemate, quella con il cancello elettrico e progressivi abusi edilizi, sapientemente risanati o magari anche concessi, chissà. Sono alla ricerca della vecchia strada di Soi, dei sassi e i gradini secolari tra cui m'inerpicavo veloce, della pietra che segnava il tempo, svelto sulla mulattiera pianeggiante che portava alla baita del nonno, dove sono stato mille volte, fino a che gli zii crudeli l’hanno venduta a qualcuno disposto a pagare quanto io non avevo (possedevo soltanto la badanza dei miei 28 anni).

Quanti anni che non passo di qui a piedi? Avanzo sull'asfalto, ormai consumato, mi sporgo dal parapetto di ferro, alla ricerca delle tracce della vecchia mulattiera. Queste acacie, saranno loro? Come sono cresciute! E tigli, frassini, e castagni selvatici. Finché, prima di Riscillone la vedo, la traccia sotto, e c’è anche l’accesso. 

Ma arrivo fino al borghetto, ci entro e lo voglio vedere. C’era sempre qui, passando sotto la loggia della casa sostenuta dalla colonna, da saltare tra una pozza di piscio e un mucchio di strame. Ora è tutto pulito, ordinato. Le belle case… in ristrutturazione perenne… scendo… ecco la mulattiera. Un giovane con pettinatura rasta, che dal giardino mi aveva visto mentre parlava al cellulare, mi si fa incontro affacciandosi al vicolo, e saluta con cortesia, sorpreso forse di trovare questo anziano che gli dice “stavo cercando la vecchia mulatteria…” E’ garbato, sorride, mi dice eh, la cercano, e la indica ancora una casa più sotto. La cercano, i viandanti, i cercatori di tempi passati, di vie un tempo percorse. Cercare la via, è sempre stata una prerogativa della montagna. “Vado bene di qua per…?” Quante volte l’ho fatta questa mulattiera, praticamente sopra ci ho iniziato a camminare, e poi in tutta fretta per arrivare chissà dove, in alto, guardando l’orologio più del Coniglio Bianco, in ritardo terribile!? Il record tra noi l’aveva fatto il Borrini con mio fratello, più grandi di anni decisivi, dalla piazza nove minuti e mezzo, praticamente di corsa. Io arrivavo comodamente in quindici, i parenti, il nonno, contavano mezz’ora. Ma i miei pochi minuti di oggi, per tornare in tempo per cena, ora sono scaduti e allora, ritrovata la coordinata, eccomi sulla vecchia mulattiera, per il ritorno. Fotografo ancora la casa del cacio (il nonno ogni volta ci diceva, lo vedi là in lato a sinistra il cacio bianco, infilato nel buco ad asciugare? E invece era una pietra), il muretto da cui si sporge un susino (ne prendo una anche se è ancora dura come sasso) e il pascolo sotto, la curva che porta fino al crotto.

             

E come si cammina bene sulla vecchia mulattiera! Sembra una via di santi, leggera, pareggiata, senza inciampi, ammorbidita da una coltre compatta di foglie di faggio, come un tappeto, in leggera discesa e piccole salite, che si superano con lo slancio del passo e del fiato. Quanto mi sono esercitato nella camminata perfetta su questi sentieri, percorsi dagli animali, larghi, ben battuti e con le pietre lisciate. Riconoscevo ogni passo a memoria; ora non più, riconosco a fatica l’ambiente e un pressappoco, una sensazione nascosta si affaccia, intorpidita… chissà, restassi qua un mese, trovassi i miei vecchi scarponi e i calzerotti di lana…l'odore dell'autunno incipiente e dei funghi...

Ma dopo il crotto ecco che il vecchio sentiero s’addentra in un intrico di arbusti, è un bivio non bivio, è il punto in cui o ci si butta nel selvatico,a destra, o si rinuncia e si torna alla strada delle macchine, e io che non ho mai tempo devo seguire il nuovo tracciato che mi riporta alla strada. 

L'asfaltata non è fatta per camminare, per entrare nel paesaggio, non è fatta per gli animali ma per i mezzi, possibilmente pesanti, da lavoro. Questo percorso non è più nostro, è delle macchine che ci portano prigionieri, per prendere la nostra ora d’aria e riconsegnarci alla cella. Il mondo scivola dietro uno schermo, un finestrino. Un tempo la mulattiera era silenziosa ma viva, scrocchiavano le foglie e i legnetti, si saltava di qua e di là, a schivare le cacche di mulo, c’erano tracce di ogni tipo di passaggio e si facevano incontri frequenti. Ancora i muli portavano fornelli, bombole del gas, qualsiasi cosa agli alpeggi, perché d’estate i pastori si trasferivano con famiglia e galline ai pascoli alti, a Baranca, a fare burro e formaggi.

La Via a quei tempi nessuno la cercava, era quella, una per tutti, ciascuno alla sua andatura e con la sua meta ben in testa. Namasté, ci si diceva allegri incrociandosi, saluto il viandante che è in te, che poi nella lingua di valle si pronunciava Bundì ‘ndua't’vei?, dove vai, chiedendo la meta, per scambiare due parole fermandosi poco distanti, tracciare una mappa di relazioni e protezioni.

Oggi la via bisogna cercarla. Ce n’è tante, ognuno cerca la sua, e non è così chiara, così ben battuta come le ho trovate ancora in Nepal. Quelle sono ancora strade vere su cui tutto il giorno la gente cammina, sposta cose e animali, non ci sono altre vie. La via è una, diceva Eraclito, forse anche in questo senso, una per tutti, uguale. Ora anche se abbondano segni e segnali di tutti i tipi, a vernice, cartelli, mappe, satellitari e chissà che altro, ci sono biforcazioni ovunque, e chi capisce dov'è che si va è bravo. Anche il passo di conseguenza non è tanto agevole, elastico e allenato, ben tracciato, ha qualcosa di interrotto, deve fermarsi a leggere, a consultare, è disarmonioso, o semplicemente non si riconosce come passo-via, dico separato dalla via, impacciato di esitazioni e dubbi; per molti camminare non è uno sgorgare abbondante e indistinto, indifferenziato della vita, è impegno del singolo individuo, sofferenza e pena non condivisa. Bastoni, bacchette, borracce, abbigliamento tecnico, contapassi, integratori e disintegratori, tutori... fino a due tre gnerazioni fa passavano scufui, pedule zoccoli. Eppure nella vecchia mulattiera ogni passo era un passo di danza, un saltello, una piccola variazione, le storte si evitavano assorbendo il peso con un colpo di reni. Era il ritmo di un canto che non si fermava. Il nonno mi aveva insegnato poi, per far saliva, a mettere un sassolino in bocca e ciucciarlo.

Il nonno … tutti i montanari erano così, taciturni, immersi nel vuoto mentale, molto più vicini a monaci zen che a noi, le teste invase dai mille aggeggi bippanti. Loro i vecchi, sono ancora là, dove se ne sono andati, ne sono convinto, noi invece non so proprio dove andremo a finire, smarriti, ritrovati.

giovedì 31 dicembre 2020

L'ultima luna del 2020


L’abbiamo passata anche questa, stanotte dominava un cielo per lo più sgombro di nubi, dopo lunghe giornate d’acqua (e neve sulle montagne) stamattina è tornato il sole – fumi salgono da prati e boschi, e presto ci siamo ritrovati dentro una fitta nebbia dorata, dentro a quel rado cuore pulsante da cui si levano le nuvole in formazione: al calore del sole si gonfiano, ascendendo dai prati e dagli alberi e poi, quando son mature, come una mongolfiera gonfiata dal fuoco si staccano e vanno, partono, salpano per l’oceano ininterrotto del cielo, navigano per l’aria verso il Mugello, la Sieve, Firenze, e chissà dove andranno a disfarsi.

Stamane dicevo, mentre dalla credenza prendevo la scatola di biscotti ho rivisto la cazza, pendere in un angolo della credenza. Siccome in questi giorni, sulla scorta di René Guenon (Il Regno della quantità, Adelphi) che da tempo studio e m’ispira, sto riflettendo sulla vita e il canto degli oggetti (se sono strumenti musicali fanno musica, se di altro tipo fanno altri canti, come canta il martello sull’incudine o canta la falce nel prato), ecco ricomparire questo oggetto per me massimamente numinoso.

Guardatelo bene,  ingrandite l’immagine, ne vale la pena. È un oggetto che chi lo usa guarda molto da vicino, da vicinissimo. Lo impugna e lo bacia, addirittura, suggendone con cautela e prudenza il contenuto che, per quanto io sappia e in lunghi anni abbia osservato, sempre e soltanto è stato acqua, pura e limpida acqua di fonte e fontana.

 


Per me è un oggetto sacro quanto lo è il calice della messa per un cristiano. Da questa mestola (perché questo vuol dire “cazza” in dialetto banniese) ha bevuto per molti decenni l’intera schiatta dei Volpone Tosetti (da cui anch’io discendo, anche se porto un nome diverso) e amici e conoscenti che venivano in visita a Soi (topografica: "Soi di Fuori"). Per non so quanti anni: perché io, finché c’è stata la casa, l’ho sempre vista lì e sembrava già allora identica a oggi. Avrà più di cent’anni (mia madre, appositamente interpellata ora al telefono dice che “l’ha sempre vista, fin da bambina”, e siccome sta per compiere 89 anni…).  “Conoscendo i miei vecchi” so quanto fossero restii a sostituire gli oggetti d’uso quand’anche fossero rotti: ogni cosa finché possibile si riparava, prima di sostituirla con altro che certamente non sarebbe stato all’altezza (e già ecco nelle mie parole risuona un secondo libro, W. Schmidbauer, Die Kunst der Riparatur, Ekon Verlag, 2020). Insomma, una versione “applicata agli oggetti” del mito dell’età dell’oro: il primo, forgiato da un dio in epoca primordiale, è sempre il migliore.
Si beveva sporti in avanti (vedi foto sotto) accostando cautamente le labbra tirate (troppo impeto portava a bagnarsi il petto), ruotandola leggermente mano a mano che si beveva, vuotandola (è parecchio capiente, ho misurato ora per la prima volta la sua capacità in 400 ml), oppure scagliando con un gesto deciso e semicircolare l'acqua avanzata fuori dalla porta di casa, verso i gradini di pietra e il viottolo di terra, erba e sassi che scendeva nel pratone. Poi si riappendeva al chiodo senza sciacquarla, qualche goccia ancora s'infrangeva sul pavimento antico di legno. Solo acqua, mai sapone o altro. Altri gesti, altri tempi, altri riti e canti.

La mestola stava appesa dietro la porta d’ingresso della casa – una porta bassa e massiccia, di larice, come gli stipiti stessi della porta, da cui si entrava nella cucina della baita costruita con pietra e legno in cui mio nonno si rifugiava – e insieme a lui costringeva noi a rifugiarci – ogni voltache gli era possibile (ora mentre scrivo riconosco in lui quell’istinto del montanaro, che colpisce così tante persone, di trovare una casupola sperduta in qualche luogo e trasformarla in eremitaggio - anche su questo ragiono da tempo) in un alpeggio a mezz’ora di cammino dal paese. Una frazione dove allora non arrivava strada, luce, acqua e tutto quello che non si poteva someggiare a spalla o a dorso di mulo. Le cose più moderne nella baita di Soi erano il fornelletto d'alluminio a META (combustibile solido ancora oggi in uso tra gli alpinisti – il nonno aveva fatto la Prima Guerra Mondiale, e il suo armamentario tecnologico era più o meno quello), la lampada e il fornelletto con bomboletta della Camping Gaz, che venerate come modernità stridevano in quel contesto ombroso e levigato dagli anni. Il resto era davvero antico (quando la casa fu venduta, e poi bruciata, ne sottrassi e conservai alcuni reperti, oltre alla cazza piatti, qualche posata di legno, e simili).

Appena arrivati si apriva la porta (a me pareva la porta laterale d’un castello di pietra), con la grossa chiave di ferro lavorato e levigato,  con la “mappa” (lo dice il Devoto Oli, ho scoperto ora che si chiama così) ritorta a forma di S come quelle che compaiono nel simbolo del Vaticano. Chissà quanti anni aveva quella chiave, con la sua serratura (le serrature erano preziosissime, a casa Michina mio nonno ne conservava una grande scatola piena).

Aperta la porta il nonno subito ci mandava a prendere l’acqua, mentre lui apriva gli scuri della finestra e la porta sulla lobbia. Per andare, dovevamo prendere sulla destra dell’ingresso, da uno scaffale di legno un secchio e un secchiello di ferro zincato, riposti rovesciati, con cui si andava quindi alla fontana (o poi allo scolmatore dell’acquedotto) a prendere l’acqua. Riempirli per noi piccoletti (per rendere visivamente l'idea mi vengono in mente quelle foto di bimbi al lavoro - ancora anche per noi non c'era l'idea che i bimbi non devono fare sforzi, e anzi era un continuo metterci e mettersi alla prova per vedere se "ce la si fa" o no) era già un impegno, e la vera scommessa era riportarli a casa colmi il più possibile senza infradiciarsi i piedi e le scarpe. Si faceva una tirata sola, oppure una o due "posse" (pause).  Sistemato il secchio grande (pesante, con due mani!) su uno sgabello basso e quello piccolino sul ripiano più alto – credo della capacità di circa tre/cinque litri, finalmente allora s’impugnava la cazza, che era rimasta lì, per mesi nella penombra, appesa al chiodo, la s’immergeva e s’attingeva l’acqua necessaria per bere, per placare la sete o per la bisogna. Non esisteva polvere a Soi, e ragnatele poche, e solo alle finestre.

Quanta di quell’acqua ho bevuto, e com’era sempre fresca, e come dissetava. Immergevo il volto dentro la sua pancia capiente e mi specchiavo, e bevevo. Quell’acqua sapeva leggermente di ferro, forse era più l’odore, ma era comunque gradevolissimo, come certe acque ferrose delle montagne… In molti luoghi, nelle Alpi ma penso anche altrove visto che tutto il mondo è paese, presso fonti e fontane abitualmente il viandante trovava un bicchiere, capovolto, di vetro (di plastica chissà perché non ne ho mai visti), una tazza di ferro smaltato, a volte legato con un cordino, se doveva stare appeso. Si sciacquava sommariamente, si beveva, si risciacquava, libando l'acqua a terra (le libagioni, ovvero le offerte liquide, vengono versate "alla Terra"). La cazza aveva l’uncino alla fine del suo lungo manico, per appenderla al chiodo, e ci otrvo grandi affinità con la “broca” dei contadini toscani, appesa dietro la porta, di cui parla Schimdbauer in La casa in Toscana (Montaonda, 2020). Quei chiodi! Quei legni, quei metalli! Pura poesia giapponese (vi sembro esagerare? Volete capire l’estetica giapponese? Terzo viene allora Tanizaki, Libro d’ombra, di cui Amazon offre in anteprima la bella presentazione dell’82 di Giovanni Mariotti, un libro fondamentale per chi s’interroga sulla civiltà e il consumo).

Come si vede è ricavata da un pezzo di ferro, non so come. Ha davvero un aspetto antico, pieno d’irregolarità, nel manico e nella tazza. Battuta a martello? Allora ho chiesto all’amico Sven, che tra i suoi mille mestieri ha fatto per tanti anni il fabbro, e ha una preziosa conoscenza dei metalli (è stato anche a Bannio). Gli ho mandato la foto su whatsapp: “Mi sai dire di che materiale è fatta questa mestola per bere?” Sembra ferro, ha risposto (lo interrogherò meglio quando verrà a trovarmi l'anno nuovo).

 


Visto che l’ho conservata (la custodisco, non la posseggo) ancora vi posso bere, lo faccio, e la sensazione che ne ho è rivitalizzante (cogliete pure l’ironia e il bisticcio dei cognomi "Vitalizza il Volpone che è in me"), mi rianima come un elisir (e se l’elisir di lunga vita non fosse nel liquido ma nel boccale, non in ciò che si ingerisce ma nell’atto magico di compierlo? Jodorowski, Psicomagia, credo approverebbe); meglio che da qualsiasi calice o boccale. Perché cos’è il Sacro Graal? La tazza in cui venne raccolto il sangue vivo di Cristo, se non ricordo male quello colato dal costato, dove lo ferì il centurione (o chi era?). Lo stesso sangue che i credenti bevono nell’eucarestia. Vino, rosso, come nell’ultima cena, che per merito della transustanziazione (una delle parole più assurde e belle della teologia cattolica) si trasforma in sangue vivo (viva San Gennaro!), vino che trasmette la charis, la grazia, quel che a tutti noi manca; un liquor insomma che altro non è se non “l’acqua della vita”. E un po’ per tutti i popoli, e per le tradizioni, davvero esiste un’acqua della vita (ricordo l’omonima fiaba dei Grimm (Das Wasser des Lebens, cfr. wiki, che mi fece conoscere il compianto amico Horst Kirchmaier, teologo). Lo stesso (sangue di un animale sacrificato) che bevono le anime dei morti nella nekyia omerica (Od., XI), quando Ulisse scende nel regno dei morti e per conoscere il suo destino sacrifica un animale (una capra?): ed ecco che le anime s’affollano per berne il sangue e recuperare così, per breve tratto, la memoria.

E cos’è appunto la cazza, se non il mio Graal? Bevendovi acqua limpida (a Montaonda la porta l’ecquedotto, ma oggi è davvero buona!) ecco che ricordo, e con le mie parole faccio ricordare. A mia madre, a cui con la telefonata riaccendo il ricordo di quell’oggetto magico, a mia sorella e fratello, cui posto la foto, a me, che scrivendo ripercorro e rivivo ora sensazioni da tempo dimenticate (dopo tanti anni ho bevuto dalla cazza) e a tutti quelli che leggeranno avendovi bevuto (un paio di persone?) oppure “con animo puro”, che sicuramente sentiranno se non il ricordo dell'acqua di Soi (altro che Lourdes) il brivido dei secoli, o almeno dei loro/miei decenni…

Ecco allora un’altra promessa, a chi verrà a Montaonda, se ne farà richiesta, prometto, offrirò di bere dalla cazza, ben più di un sorso d'acqua, ma l’acqua della vita (quella di ciascuno che beve e che mentre beve sente scorrere dentro di sé). Ma per berne bisogna essere assetati, bisogna chiedere da bere.E la cazza è molto capiente, suggerne una misura piena ristora una gran sete...

Bene, bravo, bel pippone, direte. Ma che c’entra la luna?

È qui che arriva il bello della storia, la luna nella cazza. Già ho detto della festosità del gesto di prenderla per bere, Immergendosi sopra la sua scorza misteriosa, butterata e splendente. Come non paragonarla oggi alla superficie della luna? E girandola poi, da un verso all’altro, è giocare a pensare alla cazza vuota e alla cazza piena, che è una e all’interno concava e all’esterno convessa. Appare come un profondo cratere, o la pancia enorme della luna stessa… e continuando il gioco la giro, e gioco con l’ombra a ricercarne le fasi. Vado sul sito astrale www.spaceweatherlive.com/it/calendario-delle-fasi-lunari.html, e scopro che la luna dopo il primo quarto si chiama anche gibbosa, per cui due giorni fa, 29 dicembre, era al 95% (gibbosa), mentre il 24, la sera di Natale, era al primo quarto (che è il 60%!), e oggi, che inizia la discesa verso il nuovo anno, sarà al 99% e poi via via sempre di meno. Che sparisca questa luna cupa, che sparisca quest’anno di lutti e miserie!



(Non ch’io voglia attribuire agli astri le nostre calamità, so bene come siano tutte originate dal comportamento empio dell’uomo, che da tempo ha ormai perso l’uso di rispettare  le leggi naturali. Ci siamo messi a costruire torri più alte del cielo, a deviare fiumi, a  prosciugare i mari, a imbrigliare le forze immani che ora si ribellano e ci danno il ben servito. E invece di vergognarci per tutte le miserie (scorie, scarti, ecatombi, malanni) che continuamente introduciamo nel cosmo. Un tempo, “quando c’era rispetto”, si sarebbe parlato di maledizione, di vendetta e punizione divina (anche il dio cristiano non era misericordioso, mandava diluvi, piaghe, e simili, come da narrazioni bibliche e postbibliche, perché senza andare troppo lontano ricordiamo la posizione di Woytila sull’AIDS…).

  


Insomma sono i due lati della luna, la luna misteriosa e amica dei poeti, e la luna malefica delle maledizioni… ma tutto passa e tutto se ne va, tranne la vita che resterà.

Ora la cazza è qui, appesa alla credenza, e continuerà a ristorare “gli assetati”. Più di così non può certo fare, e nemmeno io. Non finirà in nessun museo e, dopo questa apparizione per pochi, tornerà a fare il suo mestiere, perché prendere l’acqua dal secchio per bere è il suo modo di cantare (foss'io uno strumento, scrivere è il mio canto). Ora devo trovare un secchio degno di lei, chissà che non ritrovi quello di Soi, sperduto in qualche cantone, a Bannio…(la cazza è stata fotografata con il cellulare, senza flash nella luce del mattino del 31.12.2020).